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Roma brucia ancora

FRANCESCO GRECO - Da Nerone a Virginia Raggi, Roma brucia ancora. 1957 anni fa, luglio 64 d. C., temperature intorno ai 40 gradi, in nove giorni il fuoco resettò la Città Eterna: quella che oggi richiama i turisti da ogni dove è in parte successiva. Non era la prima volta (nel 390 a. C. ci avevano pensato i Galli di Brenno), non sarà l’ultima (nel 191 d. C., sotto Commodo). In mezzo altre “belve” avide di Storia.

Si ignora se questo sia stato il più devastante, oppure se la personalità ambigua e a tratti perversa di Nerone ne abbia amplificato l’eco nella Storia, giunta sino a noi. Fatto è che gli storici da cui si attinge hanno ognuno una tesi diversa, quasi per partito preso, anche sulle colpe dell’imperatore: Svetonio, Tacito, Cassio Dione, Plinio il Vecchio.

Ora va la scuola di pensiero buonista del Nerone innocente e si portano tesi a supporto. Però la sua idea parossistica di estetica ne fa il primo indiziato in termini oggettivi. La folle fissazione di ricostruire le insulae più degradate con i canoni dell’edilizia delle domus più ricche. Da Anzio si precipita a Roma, ma una “firma” della sua responsabilità viene considerata il suo rap dell’incendio di Troia sulla Torre di Mecenate, il palazzo più alto della città, accompagnandosi con la cetra, di cui pare fosse un virtuoso: in “Quo Vadis?” Peter Ustinov così lo immortala. Non bisogna dimenticare che era nato in Grecia (l’attuale Citera) e pensò sempre di sovrapporre la raffinatezza della Polis e se vogliamo anche dell’Egitto dei Faraoni, all’Urbe mediterranea che governò.

Non chiarisce l’enigma, forse destinato a restare tale per sempre, Alberto Angela ne “L’inferno su Roma” (Il grande incendio che distrusse la città di Nerone), HarperCollins-Rai Libri, Milano 2021, pp. 432, € 19.50 (Libro II, la Trilogia di Nerone).

Bibliografia abbondante, ma troppi “probabilmente”. Fa partire tutto dalla casualità di una lucerna caduta accidentalmente al Circo Massimo (a due passi dai palazzi del potere), che è già un luogo simbolico: Nerone lo frequentava per assistere alle corse, altra sua passione. In una città dove nessuno morva di morte naturale, l’intrigo, il complotto, l’omicidio politico era diffuso, il traditore era pro domo propria un pugnale sempre in agguato, Angela non dà importanza a molti elementi, che pure cita. La figura di Tigellino, spregiudicato e avido, è derubricata. Stranamente tiene fuori Pisone e il suo complotto.

Ebbero un ruolo i cristiani, se è vero che Nerone li aveva in ubbia (posto che non sia propaganda)? E infatti li accusa (Angela approfondirà nel III libro). L’anno precedente avevano preso fuoco delle navi colme di grano, Nerone era uso distribuire il frumento al popolo (frumentarii): fra le due cose c’è un nesso?

Si dice che l’imperatore era salito al trono in modo violento (eliminando il fratellastro Britannico) e che le case bruciavano nelle lotte per il potere. Angela aggiunge che il popolo era dalla sua parte, mentre i senatori gli erano ostili: ebbero un ruolo? In fondo, in Senato, più di un secolo prima, Cesare era stato assassinato. E se l’incendio fosse l’articolazione di un complotto?

Angela poi commette un errore filologico di fondo: come si può paragonare le conseguenze del fuoco di Roma (all’epoca ha circa un milione di abitanti) con quello dei bombardamenti alleati sulle città europee (Dresda, Londra, ecc.) se i materiali delle case sono così diversi? Altro aspetto inspiegabile: dopo sei giorni il fuoco diminuisce la sua potenza, com’è che, dopo poche ore, riprende? E’ solo il libeccio che ritrova vigore?

La sensazione è che fra 1957 anni si continuerà ancora a indagare. Colpa anche di Nerone dagli occhi grogio-azzurri che morirà anni dopo nella villa di Subrio Flavo, fra la Nomentana e la Salaria, la guardia del corpo che, uno dei pochi, gli resterà fedele, senza lasciare scritto nulla. Anche perché non ne ebbe il tempo…