Header Ads

D’Amaro fa rivivere l’intervista di Tusiani a Martin Luther King del 1960


LIVALCA
- Vi propongo, sicuro del vostro gradimento, solo i tre versi iniziali e i tre finali di uno dei tanti carmina latina di Joseph Tusiani dal titolo CREDO, nella traduzione impeccabile di Emilio Bandiera:

Credo in unicam et ultimam                 Credo nell’unica e ultima
Mentem cui datur omnia                      Mente che può conoscere
Scire quae mihi taetra sunt.                  Tutte le cose che a me paiono tetre.
(Oh, fides sine qua nihil)                      (Oh, fede, senza la quale non c’è niente!)
Credo in quod mihi credere                  Credo in ciò che è bello
Pulchrum et utile et ultimum est.                    utile e ultimo credere.

New York  mercoledì 18 dicembre 2013, ore 11,56


Carissimo Gianni,

sai che per il mio compleanno avrò qui a Manhattan la delegazione di ben dodici compaesani, fra cui Grazia e Michele Galante, autori del Dizionario ”levantino” che mi darà l’illusione che anche tu sia in mezzo a loro? La sera del 14 gennaio, mio fratello Michael li intratterrà con un pranzo di gala presso la Columbus Citizens Foundation, a cui parteciperà l’intera mia famiglia (sei piccoli pronipoti compresi), il console d’Italia e altri pochi amici e colleghi. Come puoi ben immaginare, la festa sarebbe tanto più bella e completa se al posto del tuo Dizionario ci fossi tu in persona.

Buon Natale, Gianni carissimo, e un felice 2014 per l’Italia, per il mondo, e…per noi due, tanto piccini in questo frastuono di luci e colori.

Un abbraccio affettuoso, Joseph

In questa mail vi è tutta la gioia del Tusiani italiano - quella gioia che non è soltanto un prolungato respiro del cuore - per questa visita che rendeva omaggio non solo al traguardo dei 90 anni, ma al suo ‘traguardo’ professionale raggiunto con fierezza e determinazione…’in questo frastuono di luci e colori’ (Il Giuseppe diventato Joseph e poi Giuseppe-Joseph). Mi sarebbe piaciuto far parte di quel gruppo di viaggiatori (io barese, circondato da tutti sammarchesi o quasi, impresa ‘titanica’) non fosse altro per vedere quella casa di Manhattan che lui citava e venerava al pari di una bella donna. Pensate Grazia Galante proprio nei giorni della visita doveva ritirare un premio importante, ma dall’inizio le precisai che il riconoscimento lo avrebbe ricevuto comunque, ma una visita a Joseph non era una gita a… San Nicandro Garganico (cittadina che custodisco da oltre mezzo secolo nel mio cuore per quelli che Virgilio nella sua Eneide definisce ‘melioribus annis’ e che correggo in ‘mese’).

Da fine agosto è presente sulle piattaforme digitali - linguaggio che non solo comprendo poco, ma faccio fatica ad ‘assorbire’ e, non per contraddire Plinio, per me non sarà mai ‘abitudine’ - l’e-book di Tusiani “ Dal Gargano a New York:La difesa delle minoranze in un’intervista a Martin Luther King e altri articoli” a cura di Sergio D’Amaro. L’uscita del volume, pubblicato da STILO editrice nella collana «La Biblioteca di Letteratura Pugliese» diretta da Daniele Maria Pegorari (il suo ultimo libro «Il futuro in una stanza», condiviso con Valeria Traversi, sarebbe tanto piaciuto a Tusiani!), è stata resa possibile da un contributo della Fondazione dei Monti Uniti di Foggia e si avvale dell’intesa con il Centro Studi ‘Joseph Tusiani’ e con il Centro di documentazione sulla storia e la letteratura dell’emigrazione della Capitanata di San Marco in Lamis.

«Tutto questo per dire, specie ai pessimisti, che proprio in una atmosfera di tanta e tale elettricità si sono compiuti dei miracoli non lievi, di cui non si parla troppo né in Europa né nella stessa America. Le notizie allarmistiche hanno sempre ali più ampie e rapide che non abbian quelle gioiose. Si è insistito molto sul tafferuglio di Little Rock ma non affatto sulla Tosca negra al Metropolitano di New York. Si è parlato dell’ultima mostruosa ondata del kkk, ma non degli onori tributati da tutta l’America letteraria a un venerando critico e antologista negro di nome Braithwaite. E forse non si parlerà molto dell’inatteso miracolo avvenuto proprio ieri, 28 gennaio 1963:l’iscrizione pacifica del primo studente negro, Harvey Gantt, al Clemson College, una Università della Carolina del Sud! Al giovane studente in architettura han porto auguri di buon lavoro scolastico quasi tutti i compagni bianchi…» questo quello che scriveva Tusiani sulla rivistra Nigrizia nel 1963 e il senso di questo semplice teorema di vita non può sfuggire ancora oggi a chi fa dell’obiettività una scelta con cui ‘confrontarsi’ giornalmente (Nel 1958 l’America creò la Nasa per contendere ai russi il predominio spaziale, poi ci fu lo ‘schiaffo’ dell’astronauta sovietico Jurij Gagarin e fu creata la Space Task Group; di questo gruppo facevano parte tre scienziate afroamericane, che, per indiscussi meriti di competenza, risultarono indispensabili. Pensate il gruppo operava in Virginia: uno stato che solo con la legge del 1964 sui diritti civili e con la Voting Rights Act del 1965 si arrese all’evidenza).

In sostanza il ragionamento di Tusiani, sperimentato di persona, era, fatte tutte le debite osservazioni e precisazioni, non possiamo ogni volta che una persona riceve un incarico di prestigio…limitarci a considerare il colore della pelle, ma valutare anche meriti qualora vi siano.

«Gianni ho stimato sinceramente - a pelle - Tusiani probabilmente per il suo tratto modesto, signorile e di una sincerità assoluta. Appena ho avuto modo di manifestare questa stima, penso si sia avvertita la sincerità della mia ammirazione» questo scriveva in una mail l’amico Felice Laudadio.

Avevo chiesto a Joseph - gli avevo inviato una foto - se ricordasse di aver conosciuto, in occasione del riconoscimento tributatogli nel 1999 dalla Regione Puglia, il giornalista professionista della sezione Informazione e Stampa del Consiglio Regionale Pugliese. Tusiani rispose affermativamente con una mail di accompagnamento che girai all’interessato, che a sua volta replicò. Poi chiesi a Felice un suo pensiero spassionato, quello che ho riportato sopra.

New York 21 novembre 2015, 11,40

Carissimo Gianni, ti prego di ringraziare l’illustre decano dei giornalisti italiani, che mi è sembrato un po’ stanco (spero momentaneamente).

Gli auguro altri settant’anni di splendido lavoro e gli rinnovo ogni più alta lode per quel suo COMMIATO, singolare e memorabile.

Ed ora, amico filosofo SAGGIO, a te la preghiera di una interpretazione di questo mio inesplicabile INCUBO. Un forte abbraccio, Joseph

L’INCUBO

Erano nacchere e tamburi soliti/gli strumenti portati per la danza:/Io già pensavo a frenetici e fervidi/giri di tarantella, ad ampi vortici/di festa intorno a me: Ma poi che avvenne? Come da luoghi lontani ed ignoti/giunse all’orecchio un lamento di nenia,/ e quei tamburi divennero chiodi/infissi da invisibili martelli,/ e quelle nacchere inutili accenti/messi da mani stanchissime e lente./ Ed io dov’ero? Ero arrivato pronto/a godermi la festa dell’amore/ ed ora in mezzo a un lutto impreveduto/ mi trovavo, tristissimo e perduto./ E una voce sentii, sola e dolente:/” Qui non esiste differenza alcuna/fra canto e pianto, sofferenza e gioia,/tra fortuna e sfortuna: è tutto uguale/ in questa fine del bene e del male”.” E dove sono allora?”. Io gridai/”In nessun posto sei, e dappertutto”/fu la risposta in toni fermi e duri./ E in quel momento erano già scomparsi/coi sonatori nacchere e tamburi. Il commiato cui fa riferimento Tusiani è quello di Franco Chieco che abbandonava la sua creatura “Contrappunti’ per limiti anagrafici non più conciliabili: avevo messo in contatto Joseph con Chieco, Michele Cristallo, Enzo Quarto, Nicola ed Enrica Simonetti, Francesco e Delio De Martino e tanti altri, che nel loro percorso culturale presero a citare questo amico lontano. Chiaramente non vi sottopongo quello che scrissi al nostro Amico, ma cercai come sempre di fargli intendere che se nel dormire gli incubi avevano la meglio sui sogni, era il caso di girarsi sull’altro fianco e ‘sarà il contrario’. Nel caso specifico dal momento che la poesia era stata inviata anche a Grazia Stella Elia, pregai la poetessa degli ulivi di Trinitapoli di metterci tutta la sua proverbiale capacità poetica, non disgiunta da umanità, nello stilare un valido commento. Due giorni dopo Joseph chiamò la poetessa al telefono e vi fu un colloquio di oltre 25 minuti….l’incubo era ‘svanito’. Quando Joseph aveva voglia di Italia, quella pulita e veritiera che non pratica ‘sconti’ perché parte sempre con il piede (‘foot’ si può dire?) giusto, ricordava quei suoi versi latini di “Italica tangentopolis”, tradotti dal suo Amico di Carpignanp Salentino: «Tu non sai, o sole felice, quanto sei grande:tu doni/tutto quello che puoi donare ma niente chiedi in cambio./Qui, sull’Italia rinata con frode ponderata, tutte/le cose create seguono il tuo esempio come legge:/ la rosa dà odore, il mare dà onde, zefiro dà suono,/ con semplicità, senza chiedere niente che debba/ essere preso. Tutte le creature, ma non gli uomini!/ Uomini che conosco non concedono volentieri niente/che non sia in fretta da triplicare…….» rivolti ad una minoranza, minoranza che era presente anche nella sua seconda patria. (Da Josephus Tusiani In “NOBIS CAELUM” - da cui ho anche estrapolato il CREDO riportato all’inizio - carmina latina, raccolta e traduzione di Emilio Bandiera, Leuven University Press, 2007, supplementa Humanistica Lovaniensia XXII). Di Cosma Siani - ha curato con Raffaele Cera l’autobiografia di Tusiani nel 2016 per Bompiani «In una casa un’altra casa trovo» - mi piace riportare questo pensiero tratto proprio dal libro citato:«Infine, non secondario, il rapporto con la propria terra d’origine e con i suoi valori, che per Tusiani restano asse portante della vita interiore anche quando diviene americano per cittadinanza e lingua. Questo mai rescisso legame impronta di sé il quadro stesso che Tusiani offre della Piccola Italia del Bronx, mai bistrattata ma descritta nelle sue tipiche manifestazioni: il mercato di strada, le processioni dei santi, la mentalità, certa ristrettezza di vedute». Sergio D’Amaro nella sua introduzione per l’ebook della Stilo afferma:«E’ singolare, poi, che la sua creatività spazi nel campo di ben cinque lingue (inglese, italiano, latino, spagnolo, dialetto garganico), venendo a costituire un ‘unicum’ analizzato attentamente nei riscontri critici che lo riguardano» e poi con 21 parole dipinge il Giuseppe più autentico «Si potrebbe dire che qui spirito religioso e sensibilità per i deboli si alleino in una più matura difesa della giustizia»

New York, Mercoledì delle Ceneri, 2015

«Nel nome di Dante, a Delio De Martino, dantista singolare e diverso dai suoi seriosi colleghi, auguro il successo che egli merita per questo suo lavoro non di scavo ma di supplemento letterario in un campo immensamente saturo, mentre a suo padre, il prof. Francesco, auguro la gioia di sentirsi promotore e geniale intermediario in un’opera di questo genere e questa portata. E concludo col ringraziare l’editore Gianni Cavalli che con la sua amicizia allieta e arricchisce i miei ultimi anni, e con la sua stima sincera e generosa ha reso possibile questo bel tomo di avventura dantesca» in questo modo terminava l’Augurio, così volle chiamarlo Giuseppe, che scrisse per la ristampa del suo romanzo “Dante in licenza” (Levante, 2015, Bari), impreziosito da un pregevole e completo saggio di Delio De Martino.

Il favolista latino Gaio Giulio Fedro (nato forse nel 15 a.C,, da giovane condotto a Roma come schiavo, fu liberato da Augusto di cui prese per consuetudine nome e prenome) è autore dei cinque libri delle Favole frediane e nel terzo ‘brilla’ una frase «Vulgare amici nomen, sed rara est fides», la cui traduzione “Comune è il nome d’amico, ma rara la fedeltà” merita appropriate spiegazioni per il modo con cui Fedro ha ricavato questo aforisma.

Socrate, di cui si racconta che nonostante una congenita parsimonia disponesse di buone possibilità economiche, si fece costruire una casa, forse pur carina, ma piccolissima. Uno dei suoi discepoli vedendola fece presente che una persona così famosa meritava ben altro e vi fu la risposta intelligente e poco diplomatica del filosofo greco giunta fino a noi «Volesse il cielo ch’io trovassi tanti veri amici per riempirla».

Noi Amici di Tusiani rimasti fuori da quella casa fisicamente per libera scelta, ma idealmente presenti senza togliere il posto a nessuno, possiamo assicurare fedeltà imperitura al poeta di due terre.