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Miti e riti a “Stonehenge”

 


FRANCESCO GRECO - I massi di arenaria provenivano da cave non troppo lontane e potevano pesare fino a 20 tonnellate. Giungevano nella pianura di Salisbury, a due passi dal fiume Avon, con ogni mezzo, opera di uomini e animali. Per lavorarli meglio, li rendevano incandescenti e poi li raffreddavano con l’acqua. Li conficcavano nel terreno (2,5 m.) scavando enormi buche e dal lato inclinato li facevano scivolare dentro per 6,5 m. 

Gli operai venivano da vicino ma anche da lontano: Svizzera, Austria, ecc. Le “porte” innalzate erano allineate a sud-est per lo spettacolo del solstizio d’estate e a sud-ovest per il solstizio d’inverno. Il sito era adibito anche a necropoli.

Nasce così nelle isole britanniche il mito immortale di Stonehenge, un luogo di culto durato millenni (e che dura ancora), dove si manifestava la religiosità dei popoli della preistoria: neolitico, età del ferro, del bronzo, ecc. Un luogo però sempre in via di decrittazione (password multipla), di cui forse ancora ci sfugge il senso complessivo (polisemico); siamo fermi allo stupore di sir Richard Colt Hoare (1758-1838): “Grandioso! Meraviglioso! Incomprensibile!”. 

Il lato religioso, per esempio, sarebbe sbagliato tentare di decodificarlo con i parametri delle confessioni giudaico-cristiane e forse, in parte, anche greco-romane: l’idea della salvezza delle anime, per dire, era ignota a quei popoli, che stando ai corredi funerari ritrovati nelle sepolture (vasellame, armi rustiche, ecc.) dovevano ritenere la morte una dilatazione della vita. Dei Celti (indoeuropei), la religione celtica, della casta dei druidi, in fondo, cosa si sa? Solo Tacito negli “Annali” ne accenna: possibile che non ci sono altre testimonianze scritte? Cosa trovò Cesare se nella campagna delle Gallie giunse da quelle parti? E Diodoro Siculo (I sec. a. C.) nella “Biblioteca storica”, parla di quelle pietre?

Il fascino del sito di tombe a tumulo, cerchi di pietra (anche blu) e massi eretti (volgarmente la nostra superstizione li ha attribuiti anche al demoni o ai giganti), la loro storia come si usa dire semanticamente affollata (non manca il mago Merlino, ma i massi sono stati portati da uomini e animali con l’aiuto di funi, rulli, slitte), è raccontata da Bernhard Maier (professore di Scienze religiose e Storia delle religioni europee all’Università di Tubinga) in “Stonehenge”, il Mulino, Bologna 2020, pp. 144, euro 13,00. 

Il linguaggio piano, divulgativo, l’accuratezza analitica e la correlazione con i megaliti di altre culture e popoli del pianeta (Etiopia, India, Giappone, Corea, Colombia), sottintendono la serietà del saggio, che parla a chi non sa di Stonehenge (patrimonio culturale dell’umanità dal 1986), ma anche a chi qualche rudimento dovesse averlo. 

Il pregio dello studio di Maier è l’uso della base scientifica con cui resetta leggende e suggestioni per attenersi alle certezze di cui è possibile provare l’oggettività. E nel procedere, svela usi e costumi di quei popoli, prima nomadi poi stanziali, i loro commerci, abitudini quotidiane, alimentazione, superstizioni (sacrifici umani come dono agli dei per attirare la loro benevolenza quando la natura diventava matrigna e l’esistenza era compromessa). Purtroppo ci hanno lasciato solo le pietre a testimonianza della loro civiltà, ma molti aspetti sopravvivono, giunti sino a noi, sono anche, magari inconsciamente, nelle nostre vite. 

Ma mentre innalzavano quelle pietre (dentro campi magnetici, facendo calcoli astronomici e magari osservando il cielo stellato dove ci sono più cose che in terra, ma per prevedere le eclissi lunari, fenomeno che forse sfuggiva alle loro conoscenze), pensavano allo stupore infinito che avrebbero suscitato nei posteri (John Timothy Rothwell, per dire), rilanciato sino al tempo del byte e i droni, le serie-tv, i bit-coin e gli influencer. E domani magari esteso agli abitanti di Marte e Venere, o agli uomini ibernati, la resurrezione della carne, il mito dell’eterno ritorno…