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Alloggio, con Cristina e Monica Angiuli, rivisita l’Iliade di Baricco con l’assenso di Omero-Luigi

LIVALCA -  Impossibile parlare di Cristina e Monica Angiuli senza che la presenza ‘ingombrante’ (dal francese antico encombrer di origine celtica: ostacolo, barriera), in senso buono ma non buonista, del genitore Luigi si manifesti. Se volevi ‘verificare-appurare’ l’amicizia di una conoscenza che coltivavi da anni, bastava presentargli lo scrittore, regista, attore, dottore in Scienze e Tecniche delle Arti Luigi Angiuli per realizzare il tutto in maniera indolore e spesso ‘irrimediabile’. Nel secondo lustro del secolo in corso gli mostrai un piccolo libretto dal titolo «LUIGI, moralismi prêt-à-porter» dicendo ‘noi amici te lo abbiamo dedicato’. Il suo viso subito denotò quel nervosismo che da ‘arbiter elegantiae’ lo trasformava in ‘furor’, ma io lo invitai a leggere l’inizio dell’opera con quella bonomia che tutti mi riconoscono:«Luigi deriva da Lodewig, espressione dell’antico linguaggio franco, dal significato guerresco:”glorioso in battaglia” e - per estensione - uomo illustre, per lignaggio bellico, evidentemente. Qualcosa della generosa offerta di sé (nomen omen dicevano, non a caso, i latini), dev’essere depositata nel dna di questo nome…». Angiuli continuò a leggere tutti i 31 ‘moralismi’ raccolti dall’onorevole che aveva dato alle stampe «Luigi» - la medesima persona cui nel 2011 feci curare la prefazione al testo «BRIGANTI E PIEMONTESI» (Levante, 2011) dello stesso Luigi Angiuli - e affermò che quello a lui più congeniale era il ‘pensiero’ di Jean Giraudoux tratto da «La guerre de Troie n’aura pas lieu» (La guerra di Troia non si farà) che recita così:«Il diritto è la più efficace scuola della fantasia. Mai poeta ha interpretato la natura così liberamente come un giurista la realtà».


Questo volo apparentemente pindarico mi è servito per attestare che Luigi avrebbe gioito nel sapere che la Compagnia Teatrale da lui fondata “IL VELLO D’ORO “, in quest’anno dominato dalla pandemia, grazie alle figlie che continuano con dedizione e perizia il suo percorso artistico, ha allestito uno spettacolo incentrato sulla guerra di Troia. Certo avrebbe brontolato ‘sic stantibus res’ … io non servo più, ma sarebbe stato un modo ‘angiulino’ per attestare il suo compiacimento per il talento della sua progenie.

Felice Alloggio - non solo noto per essere attore-regista serio e diligente, dotato di grande capacità interpretativa oltre che fine dicitore grazie ad una voce possente e mai invadente, ma anche autore di alcuni libri fra cui ricordo Originale adavère (Proto, 2002), Cape o crosce? (Levante, 2006). La letteratura italiana in dialètte barèse (Wip, 2015) - dopo aver letto, forse anche grazie al tempo concessogli dal covid-19, il successo editoriale di Alessandro Baricco Omero, Iliade, targato Feltrinelli - prima edizione nel 2004 - ha deciso di ricavarne un recital che potesse coinvolgere un pubblico da tempo carente di quelle palpitanti emozioni che solo il teatro sa regalare. Dopo questa salutare, apparente miscellanea, proviamo a procedere con ordine.


Alessandro Baricco - definirlo scrittore è davvero riduttivo, date le molteplici attività da lui praticate con successo: da regista-sceneggiatore ad intrattenitore televisivo munito di notevole talento musicale - vince con un libro dal titolo Oceano mare (Rizzoli, 1993) il premio Viareggio alla ‘veneranda’ età di 35 anni.

Qualche anno prima aveva pubblicato per lo stesso editore Castelli di rabbia, racconto approdato nella cinquina del Premio Campiello. Ora dovrei parlare del romanzo Seta, da cui il regista Girard nel 2007 ha preso lo spunto per un film che oggi stanno ‘rivalutando’, dal momento che tratta di una fastidiosa epidemia di bachi da seta, ma per rispetto verso il cognome che porto non ‘cavalco’ mai le onde emotive, mi sembrerebbe poco corretto verso la pandemia attuale che ha minato dalle fondamenta qualità della vita e risorse economiche del mondo. Con piacere segnalo che il regista Giuseppe Tornatore per il suo capolavoro La leggenda del pianista sull’oceano si è ispirato ad un monologo teatrale di Baricco dal titolo Novecento.

Il mio amico Savino Capobianco, troppo presto volato in cielo senza essere riuscito a convincermi che il suo disinteresse verso il senso pratico della vita partiva da basi analizzate con quella indipendenza di giudizio che spesso è necessaria, mi propose un’attività imprenditoriale ispirata ad una scuola fondata a Torino da Baricco. Savino aveva vissuto per molti anni a Torino, conoscendo per ‘motivi di lavoro’ sia gli Agnelli che i ‘Bari-ricco’ come, per il semplice gusto di una battuta, ripeteva. Da quello che ricordo si trattava di raccontare ‘storielle’ - ripensava ai nostri trascorsi sul palco ad imitare la parodia dei fratelli De Rege (io Carlo Campanini, lui Walter Chiari) e quella sua nonchalance tanto esasperante quanto esilarante nel confondere tempi e battute - che avevano come fine una strategia di comunicazione. Secondo una sua personale valutazione l’eclettico Baricco - nato a Torino e tifoso dei ‘granata’ e ciò è bastato a considerarlo simpatico in toto al sottoscritto - aveva il sorriso e i capelli della famiglia che è sinonimo di Fiat e Juventus. Pur non disponendo di tempo all’epoca chiesi a Savino di portarmi del materiale ‘cartaceo’ per studiare la situazione…ma non è mai arrivato.

Mi sono occupato del testo di Baricco perché la sua riduzione dell’Iliade di Omero, effettuata partendo dalla traduzione in prosa di Maria Grazia Ciani - rinomata grecista, traduttrice e scrittrice meritevole di successo ‘popolare’ perché il suo romanzo La morte di Penelope (Marsilio) è tanto avvincente-potente quanto breve-autorevole; non è facile con tre personaggi come Penelope, Ulisse e Antinoo, il bello ed impossibile capo dei Proci, avvincere il lettore senza ‘tediarlo’ - pur essendo stata un successo ‘planetario’ aveva il merito-demerito di ‘trascurare le apparizioni degli dei’ a favore di un uomo artefice del proprio destino che non era certo il messaggio ‘omerico’; senza omettere che il lavoro termina con un falso che gli accademici poco hanno apprezzato: rivelare la conclusione della guerra di Troia, avvenimento che nell’Iliade non si verifica. Facile pensare, appurata l’abilità del Baricco di ‘orientare’ i mezzi di comunicazione, avendo creato una scuola ad hoc come segnalato prima, che si tratti di abile strategia editoriale, ma ritengo - avendo seguito abbastanza il percorso narrativo dello scrittore - che voglia regalarci un inno alla pace, in cui la guerra risulti inutile. Molti grecisti considerarono le licenze di Baricco eccessive e fra questi si distinse il professore Giovanni Cerri - all’epoca forse già Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, ateneo in cui è stato per 25 anni professore ordinario di Letteratura greca prima di rientrare nella capitale che gli ha dato i natali per insegnare la stessa materia nell’Università di Roma Tre - che pubblicò un pezzo su Liberazione in cui oltre a ‘tirare le orecchie a Baricco’, polemizzava con Scalfari e un suo titolo “Iliade: la guerra tra orrore e bellezza”; Cerri ribadiva il concetto, avallato da Wolfgang Schadewaldt, che il capolavoro di Omero non è un poema guerresco, ma è incentrato sull’ira di Achille.

Io stimavo e stimo Cerri, in cui mi ero ‘imbattuto’ perché aveva stilato, nel 1994, una sobria, stringata e pur efficace presentazione per il volume di Massimo Pizzocaro Il triangolo amoroso. La nozione di «gelosia» nella cultura e nella lingua greca arcaica (Levante,1994); il volume era il numero 13 della prestigiosa collana leRane (interrotta al numero 68) diretta dal professore Francesco De Martino che aveva contattato il collega. Onestamente io avevo pregato l’amico Francesco di proporre al cattedratico di eliminare tre lettere (tto) dalla presentazione, ma ritengo che la richiesta non sia mai partita. Nonostante la dichiarata simpatia per Baricco, fui solidale con Cerri. Gli avvenimenti degli anni in cui è stata pubblicata l’opera di Baricco e quelli dell’anno in corso sono tali da avviare dibattiti che neanche un Omero ‘reincarnato’ sarebbe in grado di gestire, dando per scontato che sia realmente esistito un Omero. Mi pare di ricordare che lo stesso Erotodo attribuiva l’Iliade ad un altro poeta…

Del professore Cerri cito volentieri un libro pubblicato da Laterza Storia e biografia nel pensiero antico in cui, in collaborazione con Bruno Gentili, dava prova del suo rigore scientifico e di storico della letteratura e cultura greca. Da segnalare un libro di dieci anni fa per Carocci incentrato su Lo scudo di Achille, che forse chiariva il suo modo di intendere la guerra e gli eroi in modo inequivocabile.
 

Torniamo ad Alloggio e alle sorelle Angiuli.

Venerdì 6 agosto 2021 - presso il Castello baronale “Caracciolo” di Cellamare è andato in scena un recital incentrato su l’ILIADE di Alessandro Baricco, evento organizzato dalla Compagnia Teatrale IL VELLO D’ORO, in collaborazione con l’AGIS e il comune di CELLAMARE, all’interno di un progetto più ampio denominato Teatro a Corte che, in piena estate, ha dato vita ad un programma altamente culturale. Si è partiti con ARTEMISIA GENTILESCHI - Ritratto a due anime scritto e interpretato da Monica Angiuli per la regia di Lino De Venuto, poi l’Iliade, quindi VERSO…LUZI - Recital di poesia omaggio a Mario Luzi con Leo Lestingi e Roberta Pastore al violoncello e si è concluso con MATRIMONIO…NO, GRAZIE! con Cristina Angiuli e Isabella Careccia per la regia di Cristina. Vi regalo alcune notizie sulle origini del toponimo Cellamare ricavate dal volume del professore Mario Cosmai Antichi toponimi di Puglia e Basilicata (Levante, 1991).

I fatti partono dalla distruzione di Bari ad opera di Guglielmo il Malo nel 1156 che vide il vescovo Giovanni V rifugiarsi, insieme ad altri componenti del suo seguito, proprio in questo luogo che era di proprietà della mensa vescovile ed era chiamato Cellamare o Cella amoris. Cosmai demolisce questa dotta spiegazione precisando che nei dialetti pugliesi la voce latina o italiana o accentata resta immutata e di conseguenza avremmo avuto Cellamore. Quindi il prolifico autore biscegliese propende per Cella ad mare, in considerazione che il comune dista dal mare pochi chilometri. Cosmai non manca di chiarire che le celle erano dei depositi di vino, frumento e olio sparse lungo tutta la penisola e porta gli esempi di Cella Dati (CR), Cella Monte (AL), Celle sul Rigo (SI), Celle San Vito (FG), Celle Ligure (SV) e tanti altri. Infine lo studioso, insigne per aver dedicato a Bisceglie infiniti testi storici e di leggende, ci regala una sua personale interpretazione suffragata da una lunga tradizione barese religiosa e popolare: l’origine si deve al termine grotte o celle destinate al culto di divinità pagane (sacella), utilizzate nei primi tempi del Cristianesimo da cenobiti o eremiti.

Il recital ILIADE ha visto il curatore Felice Alloggio ridurre i 17 (numero non certo affidato al ‘caso’!) personaggi del lavoro di Baricco ad un più gestibile 10, dando voce in maniera diretta ad ogni personaggio. Secondo uno spettatore, da sempre interessato ad ogni forma teatrale, vi è stata una notevole performance di Cristina Angiuli : ‘attrice di vera umanità e spessore scenico’. Anni fa Vito Maurogiovanni mi parlò del talento di questa valida, completa artista a proposito di un lavoro scritto da Teodosio Saluzzi Bari-Napoli-Andata e ritorno di Vito Maurogiovanni e Eduardo De Filippo, una mescolanza dei testi presi dai due autori, che vedeva sul palco Teodosio, Cristina e Lino De Venuto. Vito rimase gradevolmente sorpreso dal ‘mestiere’ del terzetto e, da perfetto cavaliere, optò per l’unica presenza femminile sul palco. Cristina Angiuli vanta un curriculum professionale che da solo testimonia del suo impegno di attrice ‘globale’, a suo agio in ogni ruolo, per cui spero che tra i miei molti (avrei dovuto dire non pochi, ma la penso come Luigi in questo caso!) lettori abituali vi sia chi possa ‘concederle’ l’occasione di avere quella ‘chance’ (fortuna, pur sapendo che non sempre audentes fortuna iuvat) che faceva affermare, con prosopopea (scusa Lucio Anneo!), a Seneca:«La fortuna non esiste: esiste il momento in cui il talento incontra l’opportunità».

Lo spettacolo che Alloggio, con la sua proverbiale puntigliosa ‘pignoleria’ ha rifinito e perfezionato fino al debutto, si è avvalso della regia tecnica e scenografica di Monica Angiuli.

Lo stesso spettatore che ho citato prima perché ‘stregato’ dalla classe di Cristina Angiuli, mi ha precisato che il lavoro dedicato ad ARTEMISIA GENTILESCHI, scritto e interpretato da Monica Angiuli, è una vera ‘chicca’ che rende un giusto tributo alla figlia di quel pittore Orazio che, nonostante avesse affrescato a Roma il Palazzo del Quirinale, emigrò a Londra, dove morì nel 1638, lavorando alla corte di Carlo I di Inghilterra. Luigi ha sempre considerato Monica una valente pittrice - non è un caso quindi l’omaggio ad Artemisia! - e capace ritrattista, infatti io lo pregai di farsi fare un disegno dalla figlia che avremmo utilizzato alla prima esigenza. Quella risposta: «Buona idea», non ha avuto seguito.

Da ricordare che nel recital ILIADE Alloggio e Cristina Angiuli sono affiancati da una capace professionista, Anna Maria Damato, che proviene dalla scuola teatrale Tiberio Fiorilli e ha recitato in varie compagnie, tra cui ultimamente quella di Nico Salatino. Ha scritto anche un testo teatrale SAVINA RUPEL, madre a Ravensbruck, che attiene agli sloveni finiti nei campi di sterminio.

Il quarto interprete, Aldo Fornarelli, ha iniziato come attore sotto la regia di Felice, ma nasce come cantante corista fra il tenore e il baritono, dotato di virtuosismi canori eccellenti, perfettamente capace di modulare la voce anche in brani di notevole difficoltà.

«Quella del Meridione d’Italia, del Regno delle Due Sicilie, non fu un’annessione indolore: i Piemontesi operarono una vera e propria conquista, uccidendo con spietatezza, razziando, distruggendo e impossessandosi di tutto ciò che era trasferibile al Nord, incominciando dal tesoro del Banco di Napoli».   Questo scriveva Luigi Angiuli nella scheda di presentazione del suo lavoro «BRIGANTI E PIEMONTESI» e, alla luce dei natali torinesi di Alessandro Baricco, ci farebbe propendere che, nel posto in cui si trova,  stia già pensando al combre di origine celtica citato all’inizio.  Ma a sgomberare i nostri ‘cattivi’ pensieri ci pensa lo stesso Luigi con la chiosa finale estrapolata  dalla scheda prima citata: «Non si tratta di recriminare, ma soltanto di puntualizzare la storia, affinché alcune verità vengano definitivamente acquisite».  Luigi era la verità: nel momento  in cui  citavo Longanesi «Quando potremo dire tutta la verità, non la ricorderemo più»,  lui immediato «Perché tuo padre che praticava la verità ogni giorno era diverso da te? Mario ha pubblicato i libri dei vinti, altra storia i libri scritti dai vincitori».  Sono convinto che in una delle prossime notti avvertirò la voce inconfondibile di Luigi scandire Giaaaaannnni, quel suono  che veniva modulato nell’emanazione dal candore di una barba unica, non sempre curata giornalmente, che si chiamava ‘teatro’ da mattina a sera. Quel suo accompagnare un discorso prima con i gesti, per consentirgli di trovare il termine più adatto alla bisogna, e poi farti giungere il senso del suo dire con i tempi dell’attore consumato.  Io spesso lo ‘provocavo’ al riguardo e riuscivo a strappargli quel sorriso che gli faceva dimenticare i suoi problemi ‘esistenziali’.

Luigi, dal posto in cui ti trovi, oltre a vegliare sulla tua famiglia, mantieni le ‘relazioni’ senza compromessi…forse riuscirai non a ‘raccomandare’, ma perlomeno a sostenere il talento artistico della tua prole.

Carlo Alberto Rossi e Ugo Calise, che sono già dalle tue parti, ti spiegheranno che…”Nun è peccato” e un consiglio fraterno (di quelli che deliziano le tue giornate ‘infinite’ oggi e che ti facevano dire in Terra ‘quanta generosità nei consigli non richiesti’) affido al tuo libero arbitrio: lascia che Omero ‘sviluppi’ la sua ira con Achille, tu ‘avvaliti’ di quel mantello dorato d’ariete, che hai scelto per la tua creazione più amata che sopravvivrà a tutti noi, per far volare i tuoi ‘sogni’ e far guarire quelle ‘ferite’ che, credimi, è inutile far diventare ‘inveterate’.