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Jerry Calà (intervista): "La lavadora è un atto d'amore verso Cuba"

(via Jerry Calà fb)

PIERO CHIMENTI - Ospite del Giornale di Puglia Jerry Calà. L'attore di origini siciliane, dopo aver festeggiato i 50 anni di carriera con un grande evento all'Arena di Verona, ha svestito i panni di showman per realizzare il suo primo romanzo, 'La lavadora', dal sapore malinconico ma che non rinuncia a divertire il lettore. La storia raccontata nell'opera, scritta a quattro mani con Gino Capone, ambientata a Cuba negli anni '90, era inizialmente pensata per essere un film. 

L'arrivo dei medici cubani a Roma durante il lockdown ha fatto scattare loro la voglia di rendere omaggio a questo slancio di generosità dei medici del Paese caraibico. Jerry Calà, nella nostra lunga chiacchierata, ci ha raccontato com'è cambiata la comicità in Italia e del suo rapporto col cinema che potrebbe segnare nel 2022 il suo ritorno sul grande schermo.

Hai scritto il libro 'La lavadora'. Cosa ti ha spinto a lanciarti nel scrivere il tuo primo romanzo?

La lavadora era un soggetto cinematografico, che insieme al Gino Capone, mio coautore del romanzo, avevamo scritto a metà anni '90 ispirati ad un soggiorno all'Avana in occasione del Festival del Cinema Latinoamericano, dove eravamo stati invitati con un film diretto da me e scritto da lui, che s'intitolava Ragazzi della notte che a Cuba uscì come Chicos de la noches. In quell'occasione abbiamo avuto modo di visitare l'Avana e Cuba non come turisti, ma come ospiti come dice il mio amico Davide Rampello a Striscia la notizia, che è molto diverso perché, avendo conosciuto artisti, gente che lavorava intorno al festival, ci hanno portato nelle loro case, facendoci conoscere l'anima vera di questa città, di quest'isola, ci hanno raccontato storie. Girando per strada, abbiamo visto una cosa che ci ha ispirato. Di fronte ad un negozio di elettrodomestici che, tra l'altro, erano nuovi ma di fattura di vent'anni prima, una cosa strana ma anche molto bella e particolare, abbiamo visto che davanti a questo negozio c'era una ragazza che guardava trasognata una lavadora: una lavatrice per l'appunto. Ci siamo fermati ed abbiamo visto che era rimasta per tantissimo tempo lì a guardare estasiata questo elettrodomestico. Ci siamo avvicinati e le abbiamo chiesto: "Poche tu mira la lavadora?", e lei mi ha detto: "Porque la lavadora es el sueño de mi vida", cioè il sogno della mia vita. Allora lì abbiamo capito che un oggetto consueto, comune in quel momento, era l'oggetto del desiderio. I loro valori, rispetto ai nostri già ultra consumistici e di gente benestante, erano ben diversi. Abbiamo costruito questa storia dove abbiamo immaginato un italiano che arriva all'Avana per affari, perché vuol aprire una discoteca con dei soci in un momento in cui a metà degli anni '90 il paese iniziava ad aprire un po' agli investimenti europei. Lui parte con l'immagine di un'isola di musica, belle donne, ballare, sole ed invece, come a volte capita, il viaggio cambia prospettiva perché lui si innamora veramente di questa juanita che gli fa conoscere l'anima vera di Cuba. Lo porta a casa di amici, dalla sua nonna, dalla sua mamma e lui che prima di partire vuole fare un regalo, arriva il terzo incomodo: la lavadora, che dovrebbe essere una grande cosa per lei e la sua famiglia ed invece vedremo che diventerà una specie di totem malefico perché a volte delle cose che a noi possono sembrare una cosa, in un mondo che non è avvezzo a certe cose può essere un motivo di disturbo e disgregazione. 

Come mai dopo tanti anni ti è venuto in mente di raccontare questa storia?

Non siamo riusciti in quegli anni a fare un film perché era un po' difficoltoso girare per vari motivi un film a l'Avana, soprattutto parlava dei loro problemi perché c'erano altre cose di censura. Per questo era rimasto lì nel cassetto, però mi era rimasto nel cuore questa storia. Quando ho visto che nel lockdown i medici cubani sono venuti in Italia, nonostante i problemi che hanno nel loro Paese perché è un'isola che, senza turismo, ha un'economia è disastrosa. In quei momenti ho pensato ancora di più che il popolo cubano è composto da gente generosa, di cuore. Purtroppo, la loro è una realtà che non si capisce bene, piena di contraddizioni dediti al consumismo ed i retaggi del passato che restano, le proibizioni. E' un popolo che meriterebbe più attenzioni di tutto il mondo, e soprattutto dall'America, che persiste a mantenere questo imbarazzante embargo. Con Gino Capone, con cui avevamo fatto questo viaggio e scritto questo soggetto cinematografico, abbiamo deciso di fare 'un atto d'amore' verso quest'isola, trasformiamo in romanzo questa storia. Penso che sia venuti fuori un libro onesto e soprattutto un libro dedicato a quest'isola dove, oltre a raccontare una storia d'amore, cerchiamo di descrivere un contesto sociale di quel periodo, metà anni '90. Leggendo anche il lettore fa un piccolo viaggio a Cuba. 

(via Jerry Calà fb)
Secondo te la cultura italiana e quella cubana sono così lontane?

Soprattutto la cultura del Sud Italia, sono siciliano anche se c'ho vissuto poco tempo, è molto vicina all'alma de cuba. La cultura cubana è completamente diversa, perché proviene da diversi mondi, per un incrocio di etnie che si sono unite, mescolate, e quindi è una cultura ricchissima soprattutto nella musica, nel teatro. Sono avanzatissimi nell'istruzione, dato che sono tutti laureati. Però, dall'altro lato, sono poveri ancora ed hanno bisogna della libretta per andare a prendere il riso o le uova con quel poco che li dà lo Stato. Diciamo è simile perché è latino, però la cultura è diversa. 

Il 20 luglio hai festeggiato 50 anni di carriera, all'Arena di Verona... che bilancio fai della tua carriera?

All'Arena di Verona ho avuto modo di fare un bilancio molto, molto positivo, perché vedere l'Arena esaurita per Jerry Calà, per me che sono cresciuto a Verona, è stato il coronamento di una carriera oltre che di un sogno. Sentire l'entusiasmo con cui il pubblico mi ha accolto, la partecipazione di grandi artisti che mi hanno dimostrato la loro amicizia salendo sul palco con me per festeggiarmi, mi ha fatto fare un bel bilancio della mia carriera. Finito lo spettacolo, ho detto ai miei amici: "basta, posso smettere qui, posso ritirarmi qui". Però non lo faccio, mi dovrete sopportare per altri anni.

'Non sono bello... piaccio', è il titolo del tuo ultimo spettacolo teatrale: cosa piace di te agli italiani?

Secondo me, non lo so, spero che sia perché mi vedono vero, normale, entusiasta nel fare il mio lavoro. Mi sentono vicino a loro, come da sempre si sono riconosciuti nei personaggi che faccio al cinema, così come quando mi esibisco dal vivo. Sia quando recito che quando canto si divertono. Ci sono più generazioni che sono cresciuti coi miei film perché i miei film nascono prevalentemente negli anni '80, però poi vengono quasi 'tramandati' da padre in figlio, perché ci sono parecchi canali che continuano a trasmetterli. Anche i ragazzi più giovani mi conoscono e ci si affeziona. Nei miei spettacoli ho un pubblico molto trasversale che oscilla dai miei coetanei ai 40enni, che sono cresciuti coi miei film, sino ai giovanissimi, che mi hanno conosciuto attraverso le piattaforme televisive digitali e capiscono che quel cinema era molto più spontaneo, più libero rispetto al cinema di oggi, e faceva molto più ridere. Il cinema di oggi è fatto meglio, ma è più tenuto nella comicità. Adesso far ridere è più difficile perché c'è questo politicamente corretto che fa autocensurare i comici; per carità è giusto perché sono cambiate le sensibilità. Ho molto rispetto di tutto questo, è solo una constatazione. Per noi era più facile fare ridere perché non c'erano le polemiche di oggi per qualsiasi cosa o qualsiasi battuta tu fai.

Tutti ti ricordano per i tormentoni ed i ruoli leggeri come in 'Sapore di Sale', però hai dato prove attoriali in 'Diario di un vizio'. Ti senti sottovalutato dal cinema nonostante le tuo talento?

Un pochino sì, dico la verità, perché ho dato dimostrazione, come dici tu, di poter sostenere anche dei ruoli importanti, drammatici e forse avrei potuto essere chiamato di più al cinema. Però non mi lamento, i film me li sono costruito da solo negli anni. Non demordo. Però sono qua, ho un'età in cui posso affrontare dei bellissimi ruoli, anche con la fisicità di adesso. Spero che qualche grande regista mi chiami. Feci un film tanti anni fa con Pupi Avati, mi piacerebbe molto.

Nel 2018 hai  dichiarato che per il cinema italiano i vecchi attori 'puzzano di morto'. La situazione da allora è cambiata?

Quel giorno lì forse ho esagerato. Mi riferivo ad una battuta che avevo sentito qualche anno fa da un produttore. Il mio discorso era che in Italia, rispetto all'estero, si tende a trascurare degli attori che hanno avuto grande successo gli anni prima, mentre vedo che sia in Francia che in America vengono 'riciclati' con altri personaggi adatti alla loro età, un film con registi e attori più giovani, però con delle parti da comprimari, cosa che in Italia si tende a buttar via. Però vedo qualche esempio, tipo Pozzetto, che è stato scelto da Pupi Avati per l'ultimo film che ha fatto, dove ha dimostrato che è un grande attore. Spero che si vada su questa strada come ha fatto il grande Pupi Avati, cioè di dare spazio agli attori della generazione precedente. 

Progetti futuri?

Con questo lockdown, questo periodo Covid, si vive alla giornata, è difficile fare dei progetti. Non ne parlo, ma ho un progetto cinematografico per l'anno prossimo che spero vada in porto, poi continuerò a fare i miei spettacoli al teatro, nei club. Voglio tornare a girare l'Italia perché mi manca tantissimo il pubblico e quel contatto che ho avuto il 20 luglio e voglio che si protragga anche in inverno. Spero che a poco a poco si riapra al 100%.

Un saluto veramente dal cuore al Giornale di Puglia. Regione che ha segnato la ripartenza per me, perché le prime giornate quest'estate le ho fatte in Puglia, quindi mi portate fortuna. Vi abbraccio e spero di tornare presto da voi.