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Rivoluzione o delitto politico? This is the question

 

FRANCESCO GRECO - A volte siamo scossi da oscure, sottintese sintonie. E nel tempo che per perfido gioco tutto relativizza castrandone la semantica, mentre la cancel culture (l’Inquisizione laica) innalza le sue pire e ieri spinse sul rogo Lombroso, l’editore torinese Aragno, fuori da ogni ortodossia, propone “La delinquenza nella rivoluzione francese”, pp. 74, € 12. 

Un’occasione per rileggere uno scienziato in fretta e furia schedato come l’antimeridionale dei crani irregolari e i briganti votati al crimine dal dna, conclusione riferita all’elemento criminale presente nel brigantaggio, come in tutte le rivoluzioni e restaurazioni: nella Resistenza (Pansa docet) ci fu chi portò a compimento le sue vendette. Nel 48 a. C., a Pelusio, si scontrano gli eserciti di Cleopatra e il fratello Tolemeo XIII, pieno di “briganti, esiliati e banditi” (cfr. Livia Capponi in “Cleopatra”, Laterza, 2021).

E’ una relazione tenuta da Marco Ezechia Lombroso, detto Cesare (medico, filosofo, giurista, antropologo, criminologo), nel 1897 a Firenze. Citando Taine, e premettendo la differente filologia fra rivoluzione e rivolta, rimodula l’etimo della rivoluzione francese spogliandola dalla retorica costruita a posteriori e che sopravvive ammantata di sentimentalismo e retorica. 

La Francia ante ‘89 non era certo l’inferno. Pur squassata da laceranti contraddizioni (carestie, fame, tasse esose, ecc.), anche per opportunismo, la monarchia (la regina spendeva 30 mila lire annue in candele) aveva fatto concessioni: “il Re aveva istituita la libera circolazione dei grani, dato libertà di stampa, aveva soccorso con 3 milioni del proprio gli affamati”. Liberamente si rappresentavano “Il tartufo” e “Le nozze di Figaro”, senza censure.

Criminalità e politica si ibridarono, dice Lombroso: arduo stabilire dove finiva una e iniziava l’altra, perché – come diranno poi i russi - la rivoluzione non è un pranzo di gala e alla fine divora sempre i suoi figli. 

Quel “grande delitto politico”, che “ha la sua base nel ribrezzo naturale nell’uomo per ogni novazione, politica, religiosa o artistica”, fra 1789 e 1793 sparse terrore in tutta la Francia (25 milioni di abitanti): non aveva una visione politica d’insieme, era dettata da spontaneismo, dice l’antropologo. 

Lombroso spiega poi come cambino a seconda della latitudine (caldo, freddo) le idee di rivoluzione. Sublima quella francese in due protagonisti: Jean-Paul Marat, “medicastro”, nano, esaltato (“fuse in sé i caratteri del pazzo e del criminale”), epilettico “nel camminare saltellava” e J. J. Rousseau, “cerretano” (ciarlatano), con la balzana teoria della purezza dell’uomo e la corruzione della società (forse provocata dagli alieni?). 

Da antropologo, studia l‘uomo del suo tempo, il suo trasfigurarsi quando esce da casa e si immerge nella folla “sotto il carnefice trapela il monello”, ma ce lo aveva già detto Bacone e poi Reich quant’è pericolosa la sua libidine.

Delinea il ruolo, sempre nella rivoluzione, dei prigionieri liberati, i manicomi spalancati, le peripatetiche divenute commissarie, gli stupri di bambine, le razzie dei villaggi, le esecuzioni sommarie, le teste mozzate: “la Ragione divinizzata chiede stuoli di olocausti, la ghigliottina si eleva ad altare”. 

Poi verrà Napoleone che, pur imbevuto delle radicali suggestioni giovanili, formatta l’anarchia, ristabilisce l’ordine, ricompone un’esigua gerarchia di valori. Un libro che i neonazi del politically correct e i pretoriani della cultura da cancellare, manderebbero volentieri sul rogo. Ma la Storia dimostra che accendere pire, montare ghigliottine e cavalletti in piazza, è pericoloso, espone alla nemesi. Chi applaude oggi, domani è candidato a porre la testa sulla lama o a finire divorato dalle fiamme.