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Egidio Pani: il “piccolo mondo antico del romanzo sul Petruzzelli”


LIVALCA
- «Bari è una città straordinaria che non ha ancora vissuto tutte le sue vite. E la mia dedica è ai baresi: ai “bottegai’ corrucciati e severi dell’800 e ai loro dignitosi commessi per i quali una persona non era mai un cliente ma un “Signore”, ai “meticci” che Bari, città meticcia, hanno popolato ed arricchito. Ho compiuto una accurata indagine con onestà intellettuale. Ma non sono certo di possedere la verità perché la vicenda del Petruzzelli è un libro sempre aperto le cui ultime pagine non sono ancora scritte».

Questo scriveva Egidio Pani - il ‘ragazzo’ nato a Cosenza, con studi effettuati a Napoli ed un percorso esemplare come attivo protagonista della vita culturale, amministrativa e politica di Bari - in una sincera, onesta “Dedica” al suo libro del 2007 dal titolo «La maschera caduta. Il teatro Petruzzelli di Bari», Levante, volume che aveva una dedica particolare per la moglie Clara. Molti all’epoca ci fecero notare che aver inserito in copertina un particolare dell’ex voto “P.G.R.” (per grazia ricevuta) dedicato al «Nostro Salvatore Sopraggiunto San Genesio, protettore degli attori per impetrare grazia alla Beata Vergine» era come «portare legna in una ‘foresta’»…senza chiedere il permesso a “Le Satire” di Orazio ( In sostanza nell’ex voto si fa riferimento ad un episodio avvenuto, nei primi anni del ‘900, in un teatro dell’Italia centrale in cui attori e comparse fuggono dal palcoscenico che ha preso fuoco e gli spettatori, pur terrorizzati, non capiscono se si tratti di finzione scenica o verità).

L’emerito prof. Francesco Tateo, in una presentazione solo in apparenza lieve e delicata, così si esprimeva:«Se non fosse ben noto che Egidio Pani ha trascorso la vita nel teatro e per il teatro, ma che ha avuto anche modo di trattare da vicino le questioni amministrative della Regione e del Comune di Bari e di informarsene puntualmente, si rischierebbe di leggere questa storia delle vicissitudini del “Petruzzelli” come un nuovo genere di romanzo, dove l’efficacia narrativa sia assegnata all’andirivieni dei progetti, delle decisioni e delle dichiarazioni d’intenti, piuttosto che all’azione dei personaggi, ridotti a manichini. Dove soprattutto - in questo caso un déjà vu - come nei romanzi di Sciascia, la matassa si aggroviglia a vuoto senza riuscire, sciogliendosi finalmente, a consolare il lettore dell’ansia durata per tutta la lettura a inseguire il colpevole. Perché lo stesso Petruzzelli di Bari diventa un attore inesistente, al quale ‘cade la maschera’ ma non ritorna il volto. Ministri intelligenti che colgono l’importanza del problema e sanno formulare bene quel che sarebbe giusto fare, ma non hanno il tempo di attuarlo, amministratori di buona volontà che non hanno risorse legali e finanziarie per le esigenze pubbliche, e tanti, tanti avvocati sul palcoscenico, nei palchi e dietro le quinte, che si affannano per dare un’immagine veritiera dell’Italia, specialmente meridionale, erede del diritto romano attraverso il diritto barbarico e feudale, affinato dalle secolari questioni ecclesiastiche per l’edificazione e la riedificazione delle chiese e l’attribuzione delle diocesi. Senza illudersi di sbrogliare la matassa, ma anche senza turbamenti e manifestazioni di stupore, ingenue o maliziose, dinanzi ad un artificioso meccanismo di dilazione, Egidio Pani ha raccontato questa storia attuale con un agile stile da cronista. Una storia perché c’è un senso nello stesso nonsenso del groviglio giuridico, politico e amministrativo, il «piccolo mondo antico del romanzo sul Petruzzelli», come lo definisce, pur senza enfasi satirica, ad un certo punto del racconto l’autore del libro; una cronaca, perché il racconto stesso è articolato in modo da evidenziare le infinite lungaggini e gli inconcepibili rallentamenti mediante un cumulo di circostanze reali, di episodi, di eventi che sarebbero dovuti avvenire….».

Questo testo, il Tateo che ha curato per gli editori Laterza i volumi della «Storia di Bari», lo ha vergato nel lontano 2007 per cui vale la pena di ricordare che proprio l’anno precedente vi era stato l’esproprio del Ministero subito dalla famiglia proprietaria del Petruzzelli; esproprio, che nel 2008, la Corte Costituzionale annullò.

Il Comune di Bari, senz’altro con l’avallo dei propri legali di fiducia, nel 2010 con una apposita delibera avocò a sé la proprietà del Petruzzelli sostenendo che il diritto di superficie concesso il 29 gennaio del 1896 fosse scaduto secondo una particolare interpretazione del contratto.

In questo, senza infamia e senza lode, novembre 2021 i giudici della Corte di Appello di Bari, accettando un ricorso degli eredi a firma dell’avv. Ascanio Amenduni, hanno restituito la proprietà ai Messeni Nemagna, condannandoli, però, a restituire allo Stato i 43 milioni di euro che sono stati necessari per la ricostruzione. Non è finita perché per gli stessi giudici è da ritenersi nullo l’accordo del 2002, secondo il quale i Messeni Nemagna rimanevano proprietari dell’immobile e per 40 anni dovevano percepire dalla Fondazione un canone di 500.000 euro annui.

Perfino un Pani, per personale esperienza lavorativa in ambito dello Stato avvezzo a tutto, avrebbe avuto qualche remora a prevedere simili evoluzioni…altro che ‘piccolo mondo antico’.

In questi giorni a Roma il sindaco Antonio Decaro con il Ministro Franceschini proverà ad individuare una soluzione indolore per tutti - perché non convocare anche parte della famiglia con l’avvocato in modo che si possa dimenticare “Cicero pro domo sua» e navigare verso «Ceteris paribus» - ma soprattutto equa verso una CITTA’ che si vuole riappropriare DEFINITIVAMENTE di quella magia che scaturiva appena si apriva il telone dipinto da Raffaele Armenise (su bozzetto realizzato da Antonio Lanave) e che rappresentava lo sbarco a Bari dei veneziani guidati da Orseolo II, il cui compito era quello di liberare la città dall’assedio saraceno.

Possibile che siamo ancora in attesa dei ‘veneziani’ di turno per trovare una soluzione che ‘assedia’ Bari da quella tragica notte del 27 ottobre 1991 e che da trenta lunghi anni rende il nostro cuore un concentrato di sofferenza e fuochi d’artificio? La città che diede i natali nel 1728 a Niccolò Piccinni, il quale poco prima di morire a Parigi disse ai francesi quella famosa frase “Se Parigi avesse il Bari sarebbe una piccola Bari”, quella città che nel 1928, a due secoli esatti dalla nascita di Piccinni, nel teatro a lui intitolato e sotto l’alto Patronato del Podestà di Bari, riuscì a mettere in scena «LA CECCHINA», opera comica in tre atti di Niccolò su libretto di Carlo Goldoni, la cui trama andrebbe letta urbi et orbi per far capire che se intraprendi un viaggio, in una ‘classe’ buona ma normale, dall’Alto invece dei ‘bomboloni’, che ‘insidiano’ la ‘dieta’ di coloro che frequentano per lavoro le scene, possono anche essere paracadutati… ‘medicinali omeopatici’.

Dal momento che questo articolo inizia con due periodi presi dalla «Dedica», a tratti amara e ‘sferzante’, con cui Egidio Pani giustificava il suo libro, ripeto targato anno 2007, ritengo onesto riportarvi le parole conclusive dello stesso autore:«Nell’Appendice illustro l’evoluzione organizzativa di un Ministero che non sembra mai nato, quello della Cultura, con un cenno ad Enti come la SIAE, l’ETI ed organismi come l’AGIS, veri protagonisti della organizzazione del settore dello spettacolo. Sono appena delle note a margine, ma necessarie per comprendere come la vicenda della ricostruzione del Teatro si collochi in un quadro più ampio dal quale ho ricavato l’impressione di uno Stato che si riconosce a fatica, perché, forse, è nato più da una illusione e da un inganno che da una convinta e diffusa speranza. Da mio nonno, sardo, Preside di un Regio commerciale, da mio padre, napoletano, Prefetto della Repubblica, ho ricevuto un’educazione in cui forte era il senso dello Stato. Quello Stato non c’è più. La vicenda del Teatro Petruzzelli è metafora di un Paese schizofrenico che rincorre l’ombra di se stesso, e vedendola, si crede, un gigante. Ma è il tramonto, se la cultura - nell’età globale - non ridarà all’Italia un ruolo».

Ritengo che «Sine ira et studio» (senza ira e partigianeria) possiamo provare a smentire il pessimismo che, nel caso di colui che fra le tante attività è stato anche vice sindaco di Bari, muoveva da un sentimento di profonda conoscenza dell’essere umano: l’ottimista ama la vita, il pessimista la conosce per esperienza diretta, che poi può essere ‘tradotto’ in quella semplice lingua ‘esperanto’ per cui i vecchi sono pessimisti perché gli ottimisti sono morti giovani. Ora per conoscenza personale posso affermare che Egidio Pani non ritiene di essere Ponzio Pilato, come sanno di non esserlo tutti i protagonisti di questo storia partita da un incendio che nessuno potrà mai dimenticare, e che «Quod scripsi scripsi» può sempre essere adeguato al tempo e circostanze «Omnia tempus habent» e il grande Alessandro, autore dei “Promessi sposi” per tramite di fra Cristoforo, fissò in quel «Omnia munda mundis» che vi traduco nel giusto senso «Tutto è puro per quelli che sono puri» perché come spesso avviene nel tempo anche i ‘Manzoni’ possono essere fraintesi.

«La storia vuole a gran ragione meravigliarsi il meno possibile e intendere il più possibile» è una riflessione partorita dalla mente di Manzoni, che nato a Milano il 7 marzo 1785 in via San Damiano da Giulia Beccaria e Pietro Manzoni, da subito ‘apprese’ di essere figlio, forse, di Giovanni Verri…ma ciò non gli ha impedito di diventare GRANDE. Meravigliamoci di meno e sforziamoci di ‘intendere’ il meglio per il bene di tutti.