Enea, il viaggio come mission

 


FRANCESCO GRECO - E’ pure questione di mission. Che svela il viaggio e il suo protagonista. Quello di Enea è voluto dagli dèi, è universale ma anche pop. E’ qui il suo fascino immortale. Che sopravvive anche al sospetto di intelligence con gli Achei (non è un troiano puro, diciamo è un provinciale), in cambio della franchigia per sé stesso e i suoi. E di un bottino (erepta) in oro e gioielli che poi donerà a Didone. Altri  lo leggono come competitor del trono di Priamo, che però ha numerosi figli, benché Ettore sia morto in battaglia e Priamo ucciso dal figlio di Achille, nella reggia.

   Eroe o anti-eroe, da Omero (che è greco, quindi di parte) a Virgilio e i poeti, annalisti, commediografi successivi che raccolgono leggende orali, dacché molti scritti si sono perduti, Enea è un semidio (il padre Anchise – uomo bellissimo - ha dormito con Afrodite nella grotta sull’Ida), assiste alla fine (con l’inganno) della sua civiltà e ne fonda un’altra in Italia, cerca una nuova terra, una cultura:  un altro uomo. 

   Gli dèi lo strappano dalle braccia di Didone: al contrario di alti eroi, però, Enea è ortodosso, non si ribella alle divinità, né al fato: è ossequioso, sacrifica di continuo: ha in mente di edificare templi e città. 

   Il suo viaggio emoziona i cuori e folgora le menti, perché chiunque da secoli, ogni uomo lo vive come un transfert. 

   Gilgamesh trascura gli impegni del potere per dedicarsi, col compagno Endiku, alla ricerca della vita senza fine. Giasone, Medea e gli argonauti cercano il vello d’oro, lo vuole il re. Ulisse sogna il ritorno alla dimensione borghese: la moglie, il figlio, i beni, le pecore, gl ulivi. 

   Nel medioevo si cercava il Sacro Graal, la spada di Re Artù nella roccia. Oggi abbiamo smesso di cercare l’aleph, ce lo offrono i social chiavi in mano.  

    Attingendo a una bibliografia immensa, incrociando le ipotesi (Darete Frigio, Ditti Cretese e altri lo riscrivono da diverse angolazioni, interessate), interpretandole quando esigue, Mario Lentano lo decodifica in mille declinazioni in “Enea” (L’ultimo dei Troiani, il primo dei Romani), Salerno Editrice, Roma 2020, pp. 240, € 19,00, collana “Profili” (direttore Andrea Giardina, condirettori Luigi Mascilli Migliorini e Gherardo Ortalli). 

   Il viaggio, dunque, intreccia dimensioni pubbliche e private, contaminate, le donne sedotte (Didone, fenicia, regina di Cartagine, vedova, sola, si suiciderà: il moralista Dante la mette nei lussuriosi: doveva stare nella reggia a fare la calzetta), il rapporto col padre, le divinità e i loro intrighi per i loro favoriti, infine l’Ade. Inclusi gli usi politici (Ottaviano lo scaglia contro Antonio). 

   Una curiosa specularità con Achille, con cui avrà un duello, mancato: questi si rintana nella tenda perché Agamennone si è preso Briseide come schiava, Enea il “pio” è colto a combattere nelle retrovie perché si sente sottovalutato da Priamo che per alcune fonti è il suocero. Nella città in fiamme (la cui capitolazione c’è chi mette in discussione, rileggendola), avvengono tante cose: c’è chi vuole resistere e chi arrendersi, chi mette in salvo il tesoro sul monte Ida e chi pensa di partire con la sua gente e i suoi dèi, chi tratta con gli Achei e chi interpreta corone di fuoco attorno alla testa di Ascanio e anche chi coglie gli dèi a spargere il fuoco e abbattere le mura.

   Lentano ci dice che ogni snodo dell’epos ha infinite varianti. Al netto  di fonti perdute ma comunque riecheggiate in autori successivi. Quante tappe fa l’eroe nel viaggio verso le coste laziali? E le donne e i figli quanti sono? Creusa e Euridice sono la stessa persona? Oltre a Didone, l’eroe sedusse anche la sorella Anna? Giunse davvero sulla coste tirreniche? 

   Enea è uno dei pochi eroi che scenderà nell’Ade (emozionanti l’incontro col padre Anchise e il broncio di Didone che comunque ritrova il marito Sicheo) e poi sarà assunto in cielo con una dinamica scenografica che sarà la stessa di Romolo (Livio, “Storia di Roma”), Cristo (Matteo nel suo vangelo), ma anche Cesare (Virgilio, “Georgiche”), Carneade (Diogene Laerzio, “Vita dei filosofi”), Augusto (Svetonio, “Vita del divo Augusto”) e altri.  

   E’ il mito, bellezza: ricco, intrigante, polisemico, stratificato (lo storico fruga in ogni anfratto, anche il più segreto), rimodulato di continuo (lo fa anche Ariosto secoli dopo) e lo rifaremo sempre, perché di questo abbiamo bisogno per ancorarci a una civiltà, un’identità, un epos  da condividere con l’Enea e la divinità che scorre pure nel nostro icore.      

   Una biografia che non può mancare nella biblioteca di chi coltiva gli echi del mondo di ieri, quando l’uomo dava del tu agli dèi in tempi innocui trionfa Tanathos (effetti perversi della globalizzazione). Poiché il mito è immortale, e noi con esso: documenta a noi stessi radici e memoria, ci dona un demo e una mission e prova il nostro essere al mondo. L’Ade e il Lete possono attendere…


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