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Grazia Galante consiglia un Natale in compagnia di filastrocche, scioglilingua, brindisi e indovinelli ‘made’ in San Marco in Lamis


LIVALCA
- Definire una filastrocca è semplice, ma comporta una precisa adattabilità alle varie situazioni che quasi sempre vedono protagonisti i bambini: si tratta di canti o parti recitate da bambini o eseguite dagli adulti per la gioia dei piccoli. Filastrocca: motivetto o parole cadenzate composte da sintetici versi ad andatura veloce, pieni di rime e assonanze in forma di dialogo o racconto.

Lo scioglilingua consiste in una serie di parole, non sempre di senso propriamente compiuto, che pronunciate velocemente di seguito possono far bloccare la nostra…lingua. Io, per esempio, so da sempre «Apelle, figlio di Apollo, fece una palla di pelle di pollo. Tutti i pesci vennero a galla per vedere la palla di pelle di pollo fatta da Apelle, figlio di Apollo» e «Trentatre trentini entrarono a Trento, tutti e trentatre trotterellando».

I brindisi ovunque si fanno al termine di un banchetto - nella provincia di Bari durante le feste di addio al celibato o nubilato, spesso sotto l’effetto di qualcosa di alcolico, non sempre il buon gusto regna sovrano - e con la scusa che quasi sempre si parte con “alla nostra salute e alla faccia di chi ci vuole male”, bisogna mettere in conto che spesso si perde la ‘faccia’.

L’indovinello in buona sostanza è un gioco che verte sul fatto che nel descrivere una cosa si resta nell’ambiguo, per cui risulta difficile risalire ad identificarla per arrivare alla soluzione. Nel 1924, in un codice della biblioteca di Verona, fu rinvenuto il denominato ‘indovinello veronese’ che gli studiosi hanno classificato essere uno dei più antichi attestati del volgare italiano, che si fa risalire ai secoli VIII e IX.

Di solito gli indovinelli sono semplicissimi, ma non di rado sfociano in enigmi per superiori quozienti di intelligenza.

Secondo una vecchia teoria coloro che hanno la stessa lettera iniziale per il nome e il cognome sono votati al successo: Grazia Galante non solo rientra in questa categoria, ma avendo ben 4 ‘a’ è numero 1 a prescindere. Dato il carattere temprato dall’insegnamento - non è facile farsi amare e rispettare contemporaneamente dagli allievi - Grazia è una signora che raggiunge con determinazione e apparente facilità ogni traguardo prefissosi. Da pochi giorni ha pubblicato il suo 13° libro dal titolo «Filastrocche Scioglilingua Brindisi Indovinelli di San Marco in Lamis» (Andrea Pacilli Editore, Manfredonia 2021, pp.354,ill., e 25,00) che reca in copertina una eccelsa pirografia dell’artista Giuseppe Ciavarella, il quale è anche l’autore degli splendidi disegni a penna, a penna e carboncino e a penna e pastelli che illustrano il libro; le fotografie invece fanno parte dell’archivio personale di Giuseppe Bonfitto.

La pirografia è una tecnica particolare in cui si adopera una puntina metallica - molti pomposamente dicono in argento dimenticando che non sempre il ‘prezioso’ va a nozze con il ‘popolano’ - molto rovente che segue un tracciato (scritta, disegno, pittura) già realizzato in precedenza. Fino alla fine degli anni ’60 del secolo scorso era adoperata in legatoria per opere di pregio, ma necessitava di mano ferma, di molta attenzione e di una lentezza poco funzionale con i ritmi di un apparato industriale in espansione; tralascio volutamente il problema costi in un periodo in cui si lavorava sodo e la concorrenza non era ‘concordata’ con patti di non ‘belligeranza’ in voga oggi, ma la faceva il mercato e la capacità di organizzarsi con uomini e macchine che le scuole professionali e la tecnologia proponeva in un mercato in cui il lavoro e la serietà contavano.

Avevo deciso di tralasciare la prefazione che avrebbe arricchito il libro di Grazia, ma quando ho letto Ferdinando Pappalardo non ho potuto fare a meno di pensare a quello che mi riferì l’amico Luciano Sechi tempo fa. Il professore, senatore nel collegio Altamura-Acquaviva nella XII e XIII legislatura, un paio di anni fa ha tenuto una “Lectio Magistralis” su Primo Levi, nell’Università di Bari A. Moro, in cui ha spiegato come, da chimico di professione, diviene scrittore spinto dalla necessità di comunicare quello che aveva notato e sperimentato sulla propria pelle sopravvivendo nel campo di concentramento proprio in virtù di queste nozioni che si rivelarono fondamentali per combattere fame e sete. Appena il mio occhio - vigile, attento, allenato a carpire ogni sfumatura della pagina di carta - ha incrociato all’inizio della prefazione un corsivo si è soffermato a leggere «L’opera di Rabelais e la cultura popolare». Si tratta di un volume di Michail Bachtin che, come riferisce Pappalardo, uscito in Unione Sovietica nel 1965, ha avuto una traduzione italiana da Einaudi nel 1979.

La vita di Rabelais andrebbe studiata tralasciando Gargantua e Pantagruel - certo non dimenticando che si tratta di una delle opere più originali delle letteratura francese e che molti la considerano il capolavoro del Rinascimento europeo - ma non mi sembra il caso di coinvolgere Grazia Galante e San Marco in Lamis con lo scrittore francese nato a La Devinière, Chinon negli ultimi anni del 1400.

Rabelais nel 1527 non ancora medico - nel 1530 è studente di medicina a Montpellier - lascia la tonaca per iniziare a viaggiare per la Francia meno conosciuta ed entrare in contatto con la vita della povera gente, dei contadini e del loro modo di seguire le stagioni ed adeguarsi alla natura.

Grazia Galante con la sua paziente tenacia non ha solo ricostruito un mondo che altrimenti sarebbe andato smarrito, ma ci ricorda, proprio servendosi del materiale messo insieme per questo libro, che sia la letteratura per l’infanzia che quella cosiddetta popolare sono nate perché tramandate oralmente - abbiamo tutti studiato come i classici dell’antichità fossero recitati, anche solo a scopo educativo e religioso, a viva voce per assecondare il bisogno di erudizione dei figli delle classi più potenti ed agiate - e come spesso anche le filastrocche e gli indovinelli, in maniera più genuina, cercassero di porre in evidenza che era in atto un riscatto sociale, oserei dire un bisogno di giustizia. Non sono in sintonia con il professore ordinario quando afferma che il materiale della Galante è legato ad un territorio limitato, circoscritto alla zona di San Marco, ritengo si possa parlare a pieno titolo di Puglia. La provincia di Bari, per esempio, ha indovinelli, filastrocche e scioglilingua del tutto simili, per contenuto, a quelli proposti dalla Galante: per cui mi concedo la sineddoche Grazia è la parte per il tutto (va bene direttore Ferri un giorno verrò in redazione per tenere non una lezione, ma una conversazione su queste incomprensibili astrusità che si conciliano con la mia…età).

Un errore che spesso facciamo è quello di considerare tali forme, compreso brindisi e indovinelli, popolari e, quindi, espressione di appartenenza ad una presunta classe sociale inferiore. Spesso si può notare come le filastrocche abbiano subito un arrangiamento nobile, frutto del sapere di qualche addetto ai lavori che ha ritenuto opportuno limarli. Non tutti sono Lorenzo il Magnifico, ma molti hanno dato un valido anonimo contributo. Pappalardo sembra quasi meravigliarsi per la presenza nelle filastrocche di procedimenti stilistici che caratterizzano un dato autore o un preciso periodo storico, frutto di una cultura elitaria. Michelangelo al suo Mosè «Perché mi guardi e non favelli?» ci riferisce Pappalardo lo troviamo nella «Partita a scacchi» di Giuseppe Giacosa: mi permetto di riportarvi integralmente il testo dello scrittore nato a Colleretto Parella, oggi Giacosa, presso Ivrea «Paggio Fernando, perché mi guardi e non favelli? Guardo i tuoi occhi che son tanto belli» (le filastrocche con Fernanda - ha cambiato sesso - protagonista licenziosa si sprecano). Lo stesso senatore infatti precisa: «Non è un caso che i richiami - neppure tanto velati, allusivi o ambigui - alle principali funzioni fisiologiche (mangiare, bere, defecare, urinare, copulare) e ai relativi organi (in primo luogo il pene, la vulva e l’ano, oggetti di censura nella cultura ufficiale e nella letteratura colta) siano particolarmente frequenti nei brindisi…» e «…all’unico diritto dei quali un’umanità misera e oppressa non era stata mai del tutto espropriata: la libertà di ridere dei potenti e di se stessa, il diritto a giocare con le parole».

Mi scuso con il professore per il taglio veloce e l’accostamento di periodi diversi, ma da chi si è occupato di Primo Levi, ritengo, nel segno de «I sommersi e i salvati», di poter aspirare e brindare “alla salute della gioventù, che va via e non torna più”.

A San Marco in Lamis in via Mons. Fortunato Maria Farina al numero cinque Grazia Galante continua a coltivare i suoi interessi, spaziando in ogni campo del sapere come tanti illustri sammarchesi, tutti bravi, colti e amanti del prossimo come lei.

Grazia parla anche di cucina e in questa arte è brava assai: se decidi di andarla a trovare, non ti farà sentire solo l’odore, ma proverà a farti assaggiare ogni prelibatezza che lei ha ‘curato’ con cuore, prodotti naturali e mani proprie.

Ovidio direbbe all’amica Grazia «Materiam superabat opus» il sottoscritto, astemio per necessità, da semplice cronista precisa «Laudato vino non opus est hedera», ossia dove si beve il vino buono non serve precisare che l’insegna indica San Marco in Lamis. PROSIT!

PS Faccio una promessa a chi mi ha fornito, con grande buonsenso, della prefazione stilata dal professore Pappalardo: appena avrò fra le mani il libro, dopo una consultazione attenta, mi metterò in macchina e lo riporterò a Grazia per una dedica piena di odori e sapori.