Un trio: Quarto-Papa-Signorile per 'Children of Light'


LIVALCA - Mai avrei potuto supporre, interessandomi al mondo creativo-lavorativo di Enzo Quarto, di leggere, scritto di proprio pugno dal giornalista Rai nato a Taranto verso la metà degli anni ’50, tali affermazioni: « La multimedialità ci ha portato ad una diversa percezione del senso. La parola da sola appare vitrea. L’immagine da sola appare deviante». Questo termine inglese ‘multimedialità’, che fa la sua comparsa in questo mondo a pochi anni dalla nascita di Quarto e cioè nei primi anni ’60, era largamente utilizzato in ambito pubblicitario: campagne che coinvolgevano non solo la carta stampata, ma anche radio, televisione, cinema ed affissione. Chiaramente con l’informatica globale degli anni ’80 il tutto è ‘degenerato’ con la fondazione di un Multimedia Lab con la Apple (…sono una ‘scimmia’ ripeto, ma capisco poco).

La poesia di padre Dante quella “fictio rhetorica musicaque polita”, dove ‘fictio’ sta per immaginazione, invenzione, ispirazione manifestate poeticamente secondo musica ed eloquenza vengono soppiantate e sostituite dalla diffusione offline e online per immergersi nell’editoria multimediale? Ho scoperto che ‘multimedia computing’, come si può anche definire la multimedialità informatica, diventa un medium autonomo in cui si fondono i vari materiali mediali, dando vita ad una nuova forma di comunicazione. Di Quarto ricordo con piacere un volume dal titolo “La comunicazione è relazione” (Gelsorosso, 2016), di cui forse non avevo intuito completamente il suo percorso, che in un capitolo ‘Dalla decadenza agli albori di un nuovo umanesimo’ plaudiva, occasionalmente, a Vittorio Sgarbi ed al suo “Siamo una società in decadenza” precisando, riferendosi al critico d’arte, che decadenza non significa necessariamente qualcosa di negativo: già era sintonizzato sulla multimedialità?

Sulla mia scrivania giaceva mercoledì un libro formato album, cartonato, senza indice, che la mia scarsa e pur immensa conoscenza del settore induceva a credere formato da due trentaduesimi, che aspettava di essere studiato e che avevo aperto per strada, appena ricevuto da Enzo, luogo in cui la mia attenzione era stata catturata da una foto magnifica che avevo accostato alla zona limitrofa di Torre Guaceto e da questi versi: «Apparteniamo alla luce/ne cerchiamo l’abbraccio/anche stanziali nelle tenebre,/ costantemente/incessantemente/insaziabilmente». Mi ero fermato secondo un disegno che definire ‘divino’, multimedialità permettendo, non è ‘profano’, ignorando che un paio di versi dopo avrei incrociato le tre parole che danno il titolo al libro.

“Gianni che fai con un libro che vedo per la prima volta, pur avendo in copertina il nome di mio fratello Uccio?” questi i suoni emessi dalla voce inconfondibile di Luigi Papa, un professore con la mania del collezionismo che ‘raccatta’ sistematicamente qualsiasi oggetto abbia a che fare con i libri e le biblioteche e che ha il dono di farti sentire un ‘privilegiato’ tanto il suo modo di confrontarsi con la vita è opposto all’ottimismo di Leibniz. Ecco spiegato il motivo per cui i suoi vecchi allievi dell’Università lo rispettino in fugaci incontri ed evitino ogni futuro ‘appuntamento’. Il libro in questione “FIGLI DELLA LUCE”- Children of Light” (SECOP edizioni, Corato 2022, pp. 64,ill., e 22,00) è l’ultima fatica editoriale di Enzo Quarto, Uccio Papa, Mirko Signorile e viene pubblicato nella collana ‘RiAnima’, diretta da Enzo, probabilmente partorita in epoca di covid pieno… quando la parola rianimazione evocava dolorosi ricordi, per cui è stata sacrificata… ‘l’azione’.

Tutte le volte che mi sono accostato alla poesia di sentimenti di Enzo ho avuto sempre come faro guida un altro tarantino illustre, docente di italianistica in varie città italiane: Giacinto Spagnoletti (Taranto 1920-Roma 2003) che ripeteva sempre: “La mia poesia era un prestarmi alla vita, alla gente analfabeta che non sapeva esprimersi, per cui diventavo la loro penna e la loro voce”. Spagnoletti è stato grande amico della poetessa Alda Merini (Milano 1931-2009), introducendola, dal momento che era di due lustri più grande, nei luoghi culturali della Milano che lo aveva già accolto con simpatia. La Merini che, se non ricordo male, da giovinetta voleva farsi suora scontrandosi con l’opposizione della madre, deve molto a Spagnoletti che la aiutò a pubblicare la poesia… “Luce” che ormai non so più a memoria, ma di cui ricordo più o meno questi versi “Beata somiglianza,/ beatissimo insistere sul gioco semplice e affascinante e misterioso/ d’essere in due/ e dividersi pur tanti somiglianti/…..”.

La terza volta che ho letto i versi di Enzo Quarto mi sono soffermato su “Le ombre passano/ non appaiono tra gli alveoli della luce./…..Difronte alla luce/ le ombre passano/…”, attratto dalla foto delle pale eoliche di Uccio Papa, ho pensato ai versi precedenti della Merini e, contaminandomi con la multimedialità, sono ‘sfociato’ a riconsiderare i tanti aforismi della poetessa, famosa anche per aver conosciuto la solitudine degli ospedali psichiatrici, di cui cito solo alcuni che mi sembrano aderenti al caso specifico:”Ogni alba ha i suoi frutti”, “ Mi sveglio sempre in forma e mi deformo nel contatto con gli altri” e “La superficialità m’inquieta, ma il profondo mi uccide”. Con questo ‘spirito’ sono ritornato a Quarto, questa volta cimentandomi con la proposta in inglese, rispolverando le acquisizioni ginnasiali: ebbene, cari lettori, il testo possiede anche una versione inglese “Children of Light” che giudico lodevole, nonostante lo scrittore bulgaro Elias Canetti - ottenne nel 1952 la cittadinanza britannica e nel 1981 il premio Nobel per la letteratura - soleva affermare:« Nessuna lingua è tanto intrisa di superbia come l’inglese». Dal momento che la Merini affermava “L’io è profondo come la luce, ma verte verso il basso” sono tornato l’umile che sa di non sapere e proseguendo nella lettura sono ‘volato’ da Milton e, per non farmi ‘abbindolare’ dal suo ‘Paradiso perduto’, sono sbarcato nella sua celeberrima poesia ‘On the Morning of Christ’s Nativity’…ecco Quarto dal suo magnifico paradiso in terra, da quella via Venezia che andrebbe rinominata

‘Meraviglia del Creato’ è riuscito a farmi non solo ‘introiettare’, ma anche accettare la sua ‘profanazione’ poetica, rimettendomi in riga ed invitandomi a considerare come il buon Dio ci assolve tutti (Alda, Giacinto, Antonia Chiara, Shannon, Luisa, Enzo, Uccio, Mirko, Peppino e Nicola, Milton, il mondo intero e Livalca) non per merito specifico, ma per mancanza di prove a sostegno. Leggendo i versi in inglese mi è parso di cogliere la percezione di un’altra battaglia ‘miltoniana’ a favore della libertà di stampa (Enzo è pur sempre un giornalista RAI !) intesa nel senso che non riportando le cattive notizie non elimini il male, ma ne impedisci solo la conoscenza. Le nuove generazioni si sono abituate a vivere ‘bene’ per cui un male qualsiasi - anche sotto forma di covid - mina le loro certezze e sembra non siano più in grado di gestire il male non ‘conoscendolo’ e, quindi, incapaci di porvi rimedio. Discorso complesso in un periodo in cui alcuni giovani, nostri fratelli, fra loro fratelli, stanno morendo per un fine utopico e spero non ‘multimediale’. I versi di Quarto ci rammentano che Satana a volte può essere affascinante, ma è mancante di qualsiasi contenuto morale: i critici di fama nel considerare il “Paradise Lost” di Milton precisavano che la sua poesia era contrassegnata dalla fantasia musicale predominante rispetto a quella visiva… in tal modo si approdò al ‘Paradise Reiganed’. Fuor di metafora non si può non collimare con i versi conclusivi di Quarto: «Non riusciremo a cambiarci/ senza tornare/ a far fiorire i bambini/ con le mani innocenti/e fragili/come i morenti».

Nel leggere la postfazione della professoressa Anna Chiara Scardicchio, docente di Pedagogia dell’Università di Bari Aldo Moro, non posso fare a meno di approvare il titolo del suo intervento: “Questo libro non è un libro”. Nulla mi vieta di precisare che sono per il libro: cintura di salvataggio contro ogni isolamento. Consiglio tutti i potenziali lettori prima di immergersi nel viaggio-catartico del testo di leggere ciò che è scritto in ultima di copertina, che altro non è che il primo periodo della postfazione: sarà la calamita che li spingerà ad imbarcarsi sulla nave- scuola messa in cantiere dal singolare equipaggio composto da Enzo-Uccio-Mirko. Mi preme segnalare che la traduzione inglese è stata effettuata dalle docenti Shannon Anderson e Luisa Varesano che, secondo il mio giudizio scolastico, sono state fedeli esecutrici, rinunciando a ‘qualsiasi volo pindarico’.

Non conosco personalmente colui che ha illustrato con le sue ‘parlanti’, e solo in apparenza gelide e distaccate, foto il libro, ma vi ho parlato di recente telefonicamente ricavandone l’ impressione di un uomo tranquillo, amante del suo lavoro, che si emoziona quando scatta le sue immagini e che non ‘dilapida’ parole con il primo arrivato non per supponenza, ma perché fa parte di quella folta schiera di italiani (… in estinzione comunque) che considera un danno lo ‘spreco’. Dal cilindro della mia memoria ho estratto che domenica 24 settembre 2017 ho rischiato di conoscere Uccio Papa perché dovevo accompagnare Francesco De Martino a visionare la sua mostra “L’anima dei luoghi dimenticati” presso il Museo Civico e volevo salutare il giornalista Pino Bruno - da me inserito anni prima nel libro di Vito Maurogiovanni “Come eravamo” in una foto con Michele Partipilo e Giovanni Massaro, in cui gli ‘facevo ripetere’ metaforicamente “Rai di tutto di più”… concedendogli perenne immortalità - che non vedevo da tempo e che era relatore dell’inaugurazione. Francesco, non a caso collega di Università del Luigi di cui sopra, oltre a non essere mai puntuale, difficilmente ‘azzecca’ date e orari. L’inaugurazione era il giorno 23 e per giunta la domenica il Museo non apriva di pomeriggio…vi risparmio la polemica del mio amico con le Istituzioni…di cui, comunque, è figlio.

Uccio Papa posso ‘fotografarlo’ con queste parole di un grande pittore e fotografo ungherese, di cui ritengo di non saper scrivere esattamente nome e cognome per cui cito solo Nacy, che sentenziava: «Non colui che ignora l’alfabeto, ma colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro».

Cosa dire a Mirko Signorile, se non che sentivo parlare di lui al Conservatorio Piccinni, fin da tempi del direttore Marco Renzi, come di un predestinato, nel periodo della mia presenza ‘assidua’ da quelle parti, inoltre il suo smisurato curriculum attesta ogni passo o ‘nota’. Devo confessare che solo grazie all’assistenza tecnica di Enzo Quarto sono stato in grado di ascoltare qualche brano musicale, nonostante 4 amici ‘tecnologici’ a sentir loro… uno mi ha detto “stai attento, vogliono rubarti l’identità”. Viviamo in effetti in un momento storico in cui coloro che hanno la mia età, cresciuti con ‘carta canta’, hanno difficoltà ad effettuare delle operazioni solo ‘virtuali’o ‘multimediatiche’ Spero fra poco che non mi facciano assistere ad una partita di calcio da solo al telefono in uno stadio con quarantamila persone che non si vedono, non si toccano e non si parlano.

Al musicista poliedrico, pianista che è riuscito a far eccitare ed emozionare un pianoforte gran coda del 1927, Mirko Signorile posso solo regalare, come augurio, una frase di Lucio Anneo Seneca, il precettore di Nerone che preferì suicidarsi piuttosto che avallare la ‘pazzia’ dell’imperatore, che è anche una lezione di vita per tutti noi: «Non esiste la fortuna, ma il momento in cui il talento incontra l’opportunità».

Livalca si permette di segnalare a Luca Pasquale Medici, figlio di Antonietta Capobianco - il mio migliore amico era di Polignano e si chiamava Savino Capobianco - la dote musicale di questo signore nato il 3 febbraio 1974, del resto anche Luca è nato il giorno tre ma di giugno del 1977, perché sono convinto che dalla collaborazione possano nascere capolavori musicali per la gloria di entrambi e della nostra incantevole Puglia. Anche se verso la fine degli anni ’80 coniai uno slogan che recitava “ Non accontentarti di quello che si profila al tuo orizzonte, ma cerca, anzi pretendi, Levante” ho sempre lavorato per l’unione delle risorse pugliesi affinché, come le ciliegie, una tirasse l’altra. Al di là dello slogan non ho mai fatto una questione di casacche, ma solo di persone capaci, ho aiutato tutti, bastandomi “Ciao, Gianni”: qualcuno ricorda, altri meno. Il libro di Enzo, con l’aiuto di Uccio e Mirko, può essere considerato un inno alla vita, all’amore, alla fratellanza, a quella danza spagnola ‘paso doble’ che, detto da uno che non ha mai ballato, contempla un attacco, mai fatto per ferire ed offendere, ed una sottomissione, talora sopportata non per viltà ma per non danneggiare nessuno, il tutto accolto con la consapevolezza di chi sa bene che “Il nostro sconforto, spesso, non tiene conto della bellezza-grandezza del FIRMAMENTO”. Benvenuta multimedialità sia sotto forma di immersione che di emersione.

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