Ciò che non si chiude: sull’inizio che non promette e sulla necessità di restare
Ogni anno comincia quando smettiamo di aspettarci che qualcosa cambi da solo. I primi giorni di gennaio non sono mai una partenza, ma un terreno instabile nel quale indugiano le domande di sempre. Che in questo passaggio possa esserci spazio per accogliere ciò che resta in sospeso, sostando in ciò che non si lascia definire.
Questa lettera è un augurio che nasce dalla volontà di non contabilizzare ogni esperienza, ma di riconoscere ciò che resta opaco senza chiedere spiegazioni.
Per questa ragione non auguro certezze per il nuovo anno. Le certezze possono rassicurare, ma rischiano di semplificare la complessità e di chiudere ciò che ha bisogno di restare aperto. In un mondo in continuo movimento, possa il nuovo anno donarci strumenti per abitare l’incertezza.
L’anno che verrà, come quelli passati, sarà un intreccio di tentativi, esitazioni e cambi improvvisi che ci indurranno a cercare parole adatte, a nominare alcune cose con precisione e a sfiorarne altre con rispetto, consapevoli che non tutto deve essere chiaro e non tutto deve trovare una risposta immediata. Hannah Arendt ci ricorda che pensare significa imparare a “sostare nelle domande”.
Possa il nuovo anno quindi renderci capaci di un pensiero fragile e necessario, che non fugge l’instabilità ma l’accoglie, restando in ascolto di ciò che non è ancora risolto. Che il nuovo anno ci doni tempo per guardare senza pretendere di capire subito, tempo per attraversare le zone d’ombra senza affrettarsi a illuminarle e tempo per riconoscere le nostre vulnerabilità senza trasformarle in colpe. Come diceva il filosofo Paul Ricoeur, siamo fatti di storie parziali, mai completamente chiuse e sempre riscrivibili. Possa così il nuovo anno offrirci l’opportunità di riscrivere le nostre storie, accogliendo le nostre fragilità.
Non auguro risposte rapide né soluzioni brillanti, ma la capacità di tollerare l’ambiguità e di abitare le contraddizioni senza viverle come fallimenti personali, trasformando la precarietà in un’opportunità di crescita. Quando veniamo attraversati dalla malattia o dalla perdita di una persona cara, l’idea di controllo si dissolve. Possa il nuovo anno insegnarci a rivedere il nostro modo di guardare al tempo, alle priorità e alle parole che scegliamo, avanzando ma portando con noi ciò che manca.
Lo stesso scarto si avverte quando lo sguardo si allarga oltre la propria vita e incontra le guerre che attraversano il nostro presente. Anche lì, la fragilità diventa corpi esposti, case spezzate e biografie interrotte; diventa tempo rubato e futuro sospeso. Di fronte a questi scenari, ogni retorica appare improvvisamente vuota. Possa il nuovo anno quindi portarci a riflettere e a fermare lo sguardo, a non voltarsi dall’altra parte e ad accettare che esistano eventi che non possono essere risolti, né compensati, né tantomeno superati; eventi che chiedono presenza e attenzione per tenere insieme il dolore singolare e quello collettivo senza gerarchie, poiché ciò che accade lontano non è mai davvero separato da ciò che ci attraversa da vicino. Le guerre in corso, come le malattie, incrinano l’illusione di un mondo governabile, prevedibile e sempre sotto controllo.
Da qui nasce la necessità di non augurare certezze, perché, di fronte a ciò che spezza, le stesse rischiano di diventare un modo per non sentire fino in fondo. Meglio allora augurare la capacità di restare: nel dolore senza trasformarlo in spettacolo; nell’indignazione senza consumarla in fretta; restare nella memoria senza farne un monumento.
A chi leggerà queste righe, auguro di non smettere di riconoscere il valore delle vite che si perdono, senza confonderle in numeri; auguro di non assuefarsi alla violenza, né a quella distante né a quella che entra silenziosamente nelle nostre case; auguro di custodire nomi, volti e storie, anche quando fanno male.
Auguro relazioni che non chiedano prove continue ma presenza; spazi in cui sia possibile dire “no” senza sentirsi in difetto e tempi lenti, non come fuga ma come scelta consapevole. Simone Weil ricordava che “l’attenzione è la forma più rara e pura di generosità”. A chi legge, auguro di non perdere la sensibilità per ciò che non fa rumore e di continuare a interrogarsi sul corpo, sull’ombra e sullo sguardo, come territori da attraversare più volte, non perché cambino loro ma perché cambiamo noi.
Forse questo è l’augurio più semplice e più esigente insieme: continuare a prestare attenzione.
Auguro tempo.
Auguro spazio per pensare, per sentire, per restare.
Il resto, se deve arrivare, troverà il suo momento.
Articolo a cura di Veronica Di Mauro (autrice di ©Cronache Creative https://cronachecreative.wordpress.com)
