Con occhi socchiusi sul mondo
FILIPPO GIGANTE - Ho aperto i miei occhi e ho visto un mondo che sembra aver smarrito la bussola del
dialogo, consegnandosi alla logica del ferro e del fuoco. In questo gennaio 2026, lo
sguardo cade inevitabilmente su una mappa d'Europa ferita: l'Ucraina è stretta nel
gelo di un inverno sotto le bombe, dove droni e nuovi missili balistici squarciano il
silenzio di città come Kharkiv e Odessa. Ho visto un conflitto che non è più solo
territoriale, ma una sfida di nervi e tecnologia che l'Occidente osserva tra
stanchezza e nuovi pacchetti di aiuti miliardari. Spingendo lo sguardo verso Sud,
ho visto il Medio Oriente trasformato in una scacchiera di tensioni infinite. Da
Gaza, ridotta a un cumulo di macerie e disperazione, al Libano e alla Siria, dove gli
eserciti si muovono in una danza pericolosa. Ho visto un Iran scosso da proteste
interne ma pronto a sfidare le potenze mondiali, rendendo l'intera regione un nervo
scoperto pronto a infiammarsi al minimo tocco.
Ho guardato verso l'Africa e ho visto il Sudan, dove il silenzio del mondo è assordante. Ho visto migliaia di bambini attendere un aiuto che non arriva, mentre una guerra civile ignorata dai riflettori continua a mietere vittime ogni sei minuti, trasformando la fame in un'arma silenziosa. Infine, ho guardato verso l'Oriente e il Sud America. Ho visto le acque attorno a Taiwan solcate da navi da guerra e cieli attraversati da jet, in un braccio di ferro tra superpotenze che tiene il mondo con il fiato sospeso. Ho visto il Venezuela cambiare pelle in un fine settimana, con la rimozione di Maduro che segna il ritorno prepotente di vecchie dottrine geopolitiche in un continente che non trova pace.
Adesso provo a chiudere i miei occhi e immaginare un mondo che riscopre la forza della sua fragilità comune. Immagino un futuro, non troppo lontano, in cui i cieli dell'Ucraina e del Medio Oriente smettono di essere solcati dal sibilo dei missili per tornare a essere lo spazio aperto di rotte civili e di stelle che nessuno ha più paura di guardare. Immagino i confini, oggi tracciati col filo spinato, trasformarsi in ponti dove non si scambiano più minacce, ma risorse, cultura e soluzioni per la vera sfida che ci attende tutti: la salute del nostro pianeta. Vedo le piazze di Teheran e di Caracas piene di giovani che non gridano per la rabbia, ma cantano per la libertà, protetti da istituzioni che hanno finalmente imparato che il potere più grande non è quello di sottomettere, ma quello di servire. Immagino la tecnologia, quella stessa intelligenza che oggi guida i droni, messa al servizio di un bambino in Sudan per garantirgli acqua e istruzione, trasformando gli algoritmi di guerra in architetture di pace. Soprattutto, immagino che questa scossa di "disordine globale" sia l'ultimo, doloroso sussulto di un vecchio modo di intendere la storia, e che al mio prossimo risveglio la parola "umanità" non sia più un concetto astratto, ma l'unico confine in cui tutti ci riconosciamo fratelli. Perché la speranza non è l'attesa che la tempesta passi, ma la convinzione profonda che, insieme, abbiamo ancora la forza di ricostruire tutto ciò che è stato distrutto.
Tenere gli occhi aperti non è solo un atto di testimonianza, ma un atto d’amore: è il coraggio di non voltarsi dall'altra parte mentre il mondo trema, accettando di lasciarsi attraversare dal dolore degli altri per onorare la loro esistenza. Ma tenere gli occhi chiusi, a tratti, diventa un atto di resistenza: è lo spazio sacro in cui proteggiamo la nostra luce interiore, impedendo al cinismo e alla polvere delle macerie di soffocare la nostra capacità di sperare.
In questo delicato respiro tra la realtà e il sogno, tra il battito del cuore ferito e quello che ancora immagina, risiede il vero coraggio: la forza di guardare il buio dritto in faccia, riconoscerlo, eppure scegliere di continuare a camminare, guidati dalla scia luminosa di quel mondo che, con gli occhi della mente, abbiamo già iniziato a costruire.
Ho guardato verso l'Africa e ho visto il Sudan, dove il silenzio del mondo è assordante. Ho visto migliaia di bambini attendere un aiuto che non arriva, mentre una guerra civile ignorata dai riflettori continua a mietere vittime ogni sei minuti, trasformando la fame in un'arma silenziosa. Infine, ho guardato verso l'Oriente e il Sud America. Ho visto le acque attorno a Taiwan solcate da navi da guerra e cieli attraversati da jet, in un braccio di ferro tra superpotenze che tiene il mondo con il fiato sospeso. Ho visto il Venezuela cambiare pelle in un fine settimana, con la rimozione di Maduro che segna il ritorno prepotente di vecchie dottrine geopolitiche in un continente che non trova pace.
Adesso provo a chiudere i miei occhi e immaginare un mondo che riscopre la forza della sua fragilità comune. Immagino un futuro, non troppo lontano, in cui i cieli dell'Ucraina e del Medio Oriente smettono di essere solcati dal sibilo dei missili per tornare a essere lo spazio aperto di rotte civili e di stelle che nessuno ha più paura di guardare. Immagino i confini, oggi tracciati col filo spinato, trasformarsi in ponti dove non si scambiano più minacce, ma risorse, cultura e soluzioni per la vera sfida che ci attende tutti: la salute del nostro pianeta. Vedo le piazze di Teheran e di Caracas piene di giovani che non gridano per la rabbia, ma cantano per la libertà, protetti da istituzioni che hanno finalmente imparato che il potere più grande non è quello di sottomettere, ma quello di servire. Immagino la tecnologia, quella stessa intelligenza che oggi guida i droni, messa al servizio di un bambino in Sudan per garantirgli acqua e istruzione, trasformando gli algoritmi di guerra in architetture di pace. Soprattutto, immagino che questa scossa di "disordine globale" sia l'ultimo, doloroso sussulto di un vecchio modo di intendere la storia, e che al mio prossimo risveglio la parola "umanità" non sia più un concetto astratto, ma l'unico confine in cui tutti ci riconosciamo fratelli. Perché la speranza non è l'attesa che la tempesta passi, ma la convinzione profonda che, insieme, abbiamo ancora la forza di ricostruire tutto ciò che è stato distrutto.
Tenere gli occhi aperti non è solo un atto di testimonianza, ma un atto d’amore: è il coraggio di non voltarsi dall'altra parte mentre il mondo trema, accettando di lasciarsi attraversare dal dolore degli altri per onorare la loro esistenza. Ma tenere gli occhi chiusi, a tratti, diventa un atto di resistenza: è lo spazio sacro in cui proteggiamo la nostra luce interiore, impedendo al cinismo e alla polvere delle macerie di soffocare la nostra capacità di sperare.
In questo delicato respiro tra la realtà e il sogno, tra il battito del cuore ferito e quello che ancora immagina, risiede il vero coraggio: la forza di guardare il buio dritto in faccia, riconoscerlo, eppure scegliere di continuare a camminare, guidati dalla scia luminosa di quel mondo che, con gli occhi della mente, abbiamo già iniziato a costruire.
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