In attesa del genetliaco del prof. Filippo Maria Boscia
SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI - Correva l’anno AD 1963: era un bel pomeriggio di sole di sabato 27 aprile.
Una mia cugina aveva deciso di organizzare a casa sua, in via Gabrieli 16, una festicciola per i suoi amici e compagni di scuola. Un incontro come in quel tempo si usava: le feste per i giovani nel pomeriggio si svolgevano dalle 17:30 fino alle 20:30 e non oltre. Questo era il costume, scevro da ogni eccesso se non quello della prudenza e amorevole protezione nei confronti di adolescenti abitati da un certo senso del pudore e anche di timore nei confronti della vita. Si trattava di una regola ferrea e i genitori attendevano in un’altra stanza, intrattenendosi amabilmente con la padrona di casa.
Mi accompagnò mia madre con la sua Fiat Cinquecento beige, rispettando l’orario. Per l’occasione avevo indossato un abito nuovo, nero con risvolti bianchi, frutto delle mani magiche di una sarta straordinaria di nome Mariolina. Avevo forse una sorta di presentimento o forse solo desiderio di cambiare qualcosa nella mia vita. Io vivevo allora, come oggi, in una dimora lontana dalla città ma che in quegli anni era immersa nella campagna, non essendoci stato ancora lo sviluppo e a volte lo scempio dell’edilizia.
Non tutti gli invitati erano ancora giunti, ma alle 18:00 in punto vidi entrare nel salotto, trasformato in una piccola sala da ballo con il giradischi in funzione che diffondeva con il 45 giri le note di una celebre canzone di Luigi Tenco dal titolo “Mi sono innamorato di te”, quattro giovani distinti e di bell’aspetto, tra cui Filippo Maria Boscia. I loro nomi erano: Antonio, Gaetano, Vincenzo. Rimasi molto colpita dai quattro giovani e non solo io, ma anche le mie cugine.
Ci sembravano diversi, con quel tratto signorile che non a tutti apparteneva e che, ahimè, oggi sembra merce rara. Erano stati invitati da un amico del fratello della mia cugina che frequentava l’Istituto Di Cagno, ubicato in via Napoli: si cominciò così a parlare del più e del meno, dei professori di scuola abbastanza severi ma molto preparati e che esigevano il dovuto rispetto. Cosa che oggi sembra un po’ svanire insieme all’autorevolezza dei genitori e degli insegnanti, al punto che le giovani generazioni appaiono non avere più freni inibitori.
Scoprii, nel chiacchierare, che erano tutti e quattro anche Congregati Mariani e che si occupavano della Lega Missionaria Studenti.
E così, essendo l’Istituto di Suore Borea da me frequentato nei pressi del “Di Cagno”, da quel momento incominciai a frequentare i padri gesuiti, dai quali molto ho imparato. In questo modo avevo la possibilità di incontrarli: divenni, così, Congregata Mariana con la guida spirituale del padre Cesare Colamartino e iniziai ad occuparmi della Lega Missionaria Studenti, guidata da padre Mensitieri, che mi nominò addetto stampa e mi invitò a commentare i film d’essai noti in quegli anni quali, ad esempio, “Quell’oggetto oscuro del desiderio” di Luis Buñuel o “L’anno scorso a Marienbad (L’Année dernière à Marienbad)”, diretto da Alain Resnais, e tanti altri film che ricordo in ogni passaggio. Di lì in poi, in me nacque l’idea di dedicarmi a popoli e comunità in difficoltà.
E così, durante la festicciola, cominciammo un po’ a parlare del più e del meno, con i soliti commenti circa vari episodi.
Filippo Maria Boscia assomigliava molto all’attore Omar Sharif. Aveva un atteggiamento molto delicato nel dialogo e così stabilimmo un’amicizia e una collaborazione che è durata tutta la nostra vita fino ad oggi.
Una collaborazione fatta di forti ideali, esercizi spirituali, scambi liberi di opinioni senza interesse alcuno se non quello della ricerca comune della verità delle cose.
Non so pensare davvero come si possa fare a meno di questo dialogo che è un punto fermo, direi, per me, che considero Filippo Maria come un fratello nel senso vero del termine: qualcuno con cui ho condiviso un percorso non facile. Né posso dimenticare che è stato il primo fra tutti ad abbracciarmi dopo il transito al Cielo di mia mamma.
Ho seguito tutta la sua vita e i suoi successi professionali e scientifici e ho conosciuto la sua meravigliosa sorella Carla, con la quale avevo un rapporto costante e quotidiano. Carla era una donna straordinaria che certamente ha influenzato moltissimo il mio modo di pensare e di essere. Ci sentivamo ogni pomeriggio: il suo numero di telefono era 19215. Via Latilla 19, quarto piano.
A me rimane augurare a Filippo davvero tutto il bene del mondo e una lunghissima vita perché, per quanto mi riguarda, il fattore cronologico non corrisponde mai al fattore dell’anima, del cuore e della mente. Siamo avanti negli anni, è vero, ma questo è un dono; ma ancor di più è un dono sentirsi giovani e avere sempre il desiderio di essere utili a chi è in qualche modo in difficoltà e, in primis, agli ammalati.
Filippo è rimasto per me quel giovane di 17 anni quando nel nostro Paese fervevano gli entusiasmi e noi allora, come oggi, compreso mio marito Francesco Paolo Selvaggi, ben noto a livello internazionale (ma non sono io che lo affermo) e dedito alla scienza medica, ai trapianti di rene e all’oncologia urologica e soprattutto ai pazienti, siamo pronti a difendere la vita, la qualità della vita, non in senso edonistico, ma come accompagnamento e condivisione di affetti, di situazioni non facili, con un dialogo costante, senza traumi, senza effrazioni.
Non possiamo adesso dimenticare che questa società sta conoscendo l’emergere del pre-umano in noi, di quegli aspetti arcaici riposti nell’angolo più remoto dell’inconscio. Una società senza memoria e dunque alla deriva di una pericolosa disidentità, e i mezzi di comunicazione di massa credo che facilitino questo scivolamento.
La consorte di Filippo, Marienza Rossi, con la sua dolcezza ha certo potenziato ogni suo generoso aspetto. Il Movimento per la Vita, le innumerevoli nascite, essendo Filippo un maestro della ginecologia: che meraviglia!
Siamo apparentemente tutti più interconnessi tramite i social, ma invero non lo siamo per niente. Ognuno naviga nel suo solipsismo, una forma che uccide ogni relazione, mentre è la relazione che cura. E io penso che in questo Filippo sia meraviglioso nelle relazioni umane e io posso testimoniare, al di là dei suoi tanti meriti, che la sua voce fa già sentire meglio il paziente e tutti coloro che, incontrandolo, sentono il cuore rinascere a nuova vita.
