Le sorgenti di Altamura. Tante e nessuna
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| Fontana del Vuccolo |
Ecco qui una curiosità probabilmente venuta a tanti, e, altrettanto probabilmente, lasciata morire tra lo stato d’indifferenza generale verso la storia della città che fu. Il quesito coinvolge soprattutto i secoli a cavallo tra Medioevo e Modernità, allorché il paese aveva raggiunto la struttura di una città di medio-grandi dimensioni, rapportata ovviamente ai canoni dell’epoca.
Per rispondere è necessario interrogare il passato, o, meglio, ciò che questo restituisce. E, senza dubbio di sorta, è possibile fissare temporalmente la cronaca più risalente e più autorevole al 1688.
E’ difatti proprio in quest’anno che un professionista locale dell’avvocatura, tale Domenico Santoro, scrive di Altamura e della sua storia, riunendo in trattato tutte le fonti scritte e visive presenti all’interno del proprio orizzonte.
Dando vita ad una narrazione che si avvale di un italiano che doveva aver ricevuto nutrimento da una certa dimestichezza con la letteratura toscana, ma che, al tempo medesimo, risente delle tipiche strutture logiche proprie di un legale del Regno di Napoli, il Santoro si lascia subito andare a discettare della conformazione urbana e dell’economia dell’Altamura a lui coeva, non risparmiando giudizio sulla mente e dati costumi dei propri concittadini.
E’ su questi che, ad esempio, mena l’immagine di un popolo sempre pronto alla “rissa”, associando metaforicamente questa consuetudine alla mancanza di alberi di olivo nell’ager altamurano. E, per calcar meglio il concetto, adduce finanche il dato che il territorio circostante avrebbe permesso ampiamente la coltivazione di quest’albero, ma che i suoi concittadini, sostanzialmente per pigrizia, avrebbero comunque preferito procurarsi il suo frutto, e, dunque, anche l’olio che ne viene, dalle “maremme” delle cittadine vicine.
Ed è di nuovo a proposito dell’indolenza degli abitanti del suo paese, che il Santoro chiama in causa un’altra contestabile abitudine, ossia quella di ricorrere alle raccolte di acqua piovana, disposte all’interno del paese, anziché alla miriade di sorgenti tutt’attorno al centro abitato.
Addirittura un centinaio lungo il versante del “Levante Greco”, ad appena un miglio dalla cinta muraria. Altre a punteggiare aree più distanti, più o meno nell’ordine delle tre miglia, come “il Vuccolo”, “la Marinella”, in contrada “La Rossa” o nelle località denominate “li Marani”, “li Patrari”, “la Pescarella” - (Pescariello?), “la Putida”, “la Putidella”, “la Migliosa”, “la Scala”, “Vitosello”.
Nel rivangare sul costume d’ignorare l’abbondanza di una risorsa tanto preziosa e così a portata di mano, lo scrittore del tempo fa cenno chiaro ad una sorta di piscina situata sul limitare di piazza Duomo, ai piedi della Torre dell’Orologio. Di fattura aragonese, ad essa - ma non solo a questa, perché ve n’erano altre dislocate in altri punti dell’urbe - il popolo altamurano ricorreva alla bisogna e in modo da rimanere nei paraggi stretti delle proprie case.
Ancora nel XVII secolo, se si deve tener fede agli scritti del Santoro, l’acqua veniva attinta manualmente, probabilmente immergendo, nelle varie cisterne all’aperto, capienti brocche che, una volta colme, venivano portate in spalla fino alle abitazioni. Ma c’è da credere che chi disponesse di spazi di proprietà idonei per contenere vasche di raccolta, le utilizzasse per il proprio uso.
Questa ginnastica sarebbe andata avanti ancora per oltre due secoli, sino all’arrivo dell’acquedotto che portò l’acqua in Puglia. La prima fontana pubblica fu inaugurata a Bari il 24 Aprile del 1915. Ad Altamura, invece, sarebbe arrivata poco più tardi, e, entro il Ventennio fascista, all’interno delle dimore private.
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