Nicola Ventola (intervista): «“Viva El Futbol?” Con noi ci vedrei bene Buffon e Ibrahimovic…»
NICOLA RICCHITELLI – Sull’onda del successo delle prime tappe a Napoli, Torino e Catania, Viva El Futbol arriva a Bari con Viva El Tour, il progetto live che porta in teatro uno dei talk sportivi più seguiti del panorama digitale italiano. L’appuntamento è fissato per lunedì 2 febbraio 2026 al Teatro Team, per uno spettacolo attesissimo che segna il ritorno in città di Antonio Cassano dopo 16 anni.
Prodotto da Urban Vision Group, Viva El Tour rappresenta l’evoluzione dal digitale al live di un format capace di rinnovare il linguaggio del racconto calcistico. Sul palco, Lele Adani, Antonio Cassano e Nicola Ventola, con la partecipazione di Corrado Tedeschi, danno vita a uno show che supera i confini del podcast tradizionale e assume una dimensione teatrale diretta, ironica e fortemente partecipativa, unendo racconto calcistico, intrattenimento e coinvolgimento diretto del pubblico.
La tappa di Bari assume poi un valore particolarmente significativo grazie al ritorno di Antonio Cassano: un momento dal forte impatto simbolico ed emotivo sia per lui che per la città.
I biglietti per la data di Bari sono disponibili su TicketOne. Radio Kiss Kiss è radio partner di Viva El Tour.
Ci racconta della tappa barese l’ex attaccante biancorosso, il mitico Nicola Ventola.
Dal podcast al palcoscenico, dalla rete al teatro, da dove nasce l’esigenza di spostare i confini di questo format?
R: «È stato un passaggio naturale, automatico, visto il grande seguito che il format dalla sua genesi ad oggi ha sempre avuto. Soprattutto è un’evoluzione che ha voluto fortemente Antonio Cassano: avere dinanzi a sé il proprio pubblico, poterlo guardare negli occhi, ti dà la possibilità di interagire. Pensa ai tanti momenti che durante lo spettacolo si creano: Cassano contro tutti, Ventola contro tutti, Adani contro tutti. È uno spettacolo dove tutti sono protagonisti e quindi partecipano, tutti possono fare delle domande e creare dibattito…».
Vi è stata qualche difficoltà nell’approccio con la dimensione teatrale, visto che il tutto veniva dal web?
R: «Nessuna difficoltà. Lo abbiamo sempre detto: non viviamo per i consensi, siamo liberi. C’è amicizia, c’è la passione e l’amore che abbiamo per il calcio. Il calcio ti dà questo, la libertà di avere una propria idea. Magari è proprio questo il motore che spinge i tanti appassionati di calcio a venirci a vedere e a confrontarsi con noi e con le nostre idee…».
Possiamo dire che c’è un prima e un dopo “Viva El Futbol”? Dopo il vostro format, la rete prolifera di podcast un po’ simili al vostro…
R: «Noi siamo stati sicuramente i primi. Tutto partì durante il Covid. Dopo ne sono arrivati altri di format tipo il nostro, anche se noi non siamo i tiktoker – che magari non hanno giocato a calcio – che creano contenuti per fare numeri, per fare show. Nei nostri spazi non ci sentirai mai offendere nessuno. Se ad Antonio non gli piace Allegri – che ha avuto come allenatore – lui non offenderà la persona, va diretto e diritto sulle sue idee di gioco che non gli piacciono. Noi parliamo sempre di calcio in maniera libera e diretta, come dovrebbe essere anche nelle tv nazionali o private. La gente ama il calcio, vuole capire perché un allenatore ha fatto un certo tipo di sostituzione, ha cambiato tattica, come ha preparato una partita…».
C’è un calciatore del panorama attuale – ma anche della vostra generazione – che per carattere e personalità potrebbe un giorno sedere al vostro tavolo a parlare di calcio alla vostra maniera?
R: «Oggi siamo noi tre, però chi è vicino al nostro modo di comunicare, alle nostre idee, al nostro modo di esprimersi senza la paura di giudizi, sono sicuramente Ibrahimovic e Buffon, ma mi piace molto anche Christian Chivu, uno che se in partita hai fatto cag…, te lo dice senza troppi giri di parole…».
Dalle prime dirette durante il Covid al podcast fino ad arrivare al teatro, vi sareste mai aspettati che “Viva El Fútbol” assumesse la dimensione che oggi vediamo?
R: «È qualcosa che non abbiamo cercato, è arrivato. Non lo facciamo per soldi, non lo facciamo per consensi… il tutto ci viene naturale, nasce dall’amicizia, dalla passione e dall’amore per il calcio che ancora ci fa impazzire e innamorare».
Quanto lavoro c’è dietro alla preparazione di una serata a teatro e in cosa si differenzia da ciò che succede nei podcast?
R: «Per quanto riguarda i podcast, tutto sta nella preparazione: più partite guardi e più le guardi bene, più sei serio nel giudicarle. Per i teatri c’è un altro tipo di lavoro: c’è una scaletta di base, tanto lavoro dietro le quinte – abbiamo un gruppo di ragazzi che ci sta dietro – un autore che ci aiuta, Carlo Pizzigoni, e una regia. Nei teatri c’è una grande squadra che si muove, però aldilà di questo non abbiamo uno spartito da seguire: è il calcio a fare da filo conduttore. Posso benissimo dire che dietro il progetto teatrale c’è tanto lavoro».
Ti saresti visto bene nel calcio di oggi?
R: «Certo, mi sarei visto bene. Calcisticamente, tecnicamente ci sarebbero stati tanti più spazi per fare gol. In Italia oggi c’è meno qualità: un tempo il nostro campionato era popolato da stranieri, oggi non è più il numero uno. Ma il mondo cambia. Un tempo, anche se c’era la Juve o il Milan, una squadra aspettava, poi attaccava al momento giusto. Avevi qualità, andavi più con le figurine. Gli allenatori erano importanti, ma erano più dei gestori; adesso il calcio è cambiato, tatticamente e tecnicamente…».
Un tempo c’era più il concetto di spogliatoio…
R: «Con l’avvento dei telefonini non puoi neanche stare a crocifiggere i ragazzi, che hanno anche altri interessi e introiti grazie alle piattaforme. Quindi c’è meno comunicazione, meno spogliatoio, ed è un peccato perché nelle gioie e nel dolore c’era sempre comunicazione».
Vorrei toccare un tema delicato: in tanti hanno commentato sotto il vostro video promozionale additando Antonio Cassano come colui che ha rinnegato la sua città…
R: «Tutto sbagliato. Antonio ama Bari, c’è stata una battuta che resta tale. Lui spesso dice: “Sia mai mi toccate Bari Vecchia, le mie origini”. Segue il Bari comunque, non ha da dare nessun messaggio perché è cresciuto a Bari. La prima cosa che farà quando verrà a Bari sarà un giro a Bari Vecchia con la sua famiglia, perché i figli non hanno mai visto i posti dove è cresciuto. Lui spiega perché non viene a Bari, ma non perché gli chiedono i soldi, l’ha fatto come battuta. Per lui questa è stata la prima occasione di venire a Bari, non ha detto no; altrimenti non sarebbe venuto a teatro se c’era qualche problema. Ti dico che non vede l’ora di far conoscere ai figli Bari Vecchia, di andare in alcuni posti dove è cresciuto».
Dove pensi possa arrivare “Viva El Fútbol” e che contributo può dare al calcio?
R: «Io penso che finché c’è amicizia, passione e amore per questo sport, non so dove potremmo arrivare, ma lo faremo sempre liberi e leali, e che nessuno si offenda perché noi non offendiamo le persone. Se uno gioca male, capisco gli allenatori arrabbiati dopo aver perso, però noi siamo dritti e diretti».
Nicola, chiudo con una battuta: se pensi al teatro, pensi a Pirandello, al teatro dei De Filippo; oggi abbiamo Antonio Cassano. Che effetto fa vederlo sul palco di un teatro?
R: «Fa morire dal ridere. Anche lì va a “bastoni, a coppa, a denari”, così come gli viene, e quindi è bello perché è naturale».

