'Piumini e Catene', il nuovo libro-inchiesta sul fenomeno Maranza


Dall’esperienza di Roberto Arditti e Alessio Gallicola, un’analisi cruda e necessaria sulle nuove tribù urbane che sfidano l’Italia

ROMA – Non è una serie TV, ma lo sembra. È il "caso Maranza 2025", che mescola provocazione social, identità di strada, rancori territoriali, giustizia fai-da-te e un allarme istituzionale che ha colto molti di sorpresa. Li vedi sempre negli stessi luoghi. Spazi anonimi, cemento che non promette niente: stazioni periferiche, campetti spelati, cortili d’asfalto dove l’erba non cresce più da anni. Non sono posti scelti. Sono posti rimasti. Luoghi che si prendono quando il resto del territorio è già stato occupato da altri, più silenziosi, più ordinati, più riconosciuti. Li chiamiamo Maranza, termine che viene spesso evocato in cronaca, ma non tutti ne hanno chiara la definizione. Secondo la Treccani, un "maranza" è un giovane "che fa parte di comitive o gruppi di strada chiassosi, con atteggiamenti smargiassi e sguaiati... riconoscibili anche dal modo di vestire appariscente (capi griffati, portati anche in modo contraffatto) e dal linguaggio volgare".

Non è quindi solo una questione di delinquenza (anche se si tratta di casi di micro-criminalità), ma anche di estetica, di identità di periferia, di stile coltivato e ostentato: tute sportive, borselli a tracolla, scarpe da ginnastica, spesso tutto "di marca" (anche se contraffatto).

Molti maranza sono giovani di prima o seconda generazione, con radici nordafricane, che vivono nei quartieri periferici delle grandi città italiane.

E poi, come spesso accade in fenomeni giovanili, c’è il paradosso identitario: alcuni maranza vogliono essere visti come ribelli, come duri, ma sotto c’è anche un bisogno di visibilità social, e – come ha denunciato un dirigente di polizia – la "sindrome del cocco di mamma": genitori che "frignano" quando i figli hanno problemi, li perdonano troppo facilmente.

Cerchiamo di dipanare la matassa: cosa è successo, chi sono i Maranza, che rischi ci sono dietro, e cosa dice di più profondo questo fenomeno. Roberto Arditti e Alessio Gallicola ci aiutano raccontando le loro storie, col taglio della cronaca e dell’analisi. Dodici storie: dal caso Ramy alle baby gang di Corvetto; dall’ascesa di don Alì, leader dei maranza torinesi allo studente bocconiano aggredito a Milano; dalla tragica vicenda di Gennaro e Salvatore a Forcella alla violenza dei maranza che colpisce anche Peppe, un cucciolo indifeso di dieci mesi. Un racconto aiutato dall’analisi di Tommaso Cerno, Direttore de Il Giornale: "Il fenomeno dei maranza è un fallimento civile e culturale. La violenza diventa spettacolo, amplificata dai social, mentre istituzioni, scuola e comunità appaiono incapaci di arginare il degrado. Occorre perciò una risposta a più livelli. Misure repressive ma anche un progetto culturale che recuperi l’idea della responsabilità collettiva".

E dall’occhio vigile della psicoterapeuta Maria Rita Parsi: "I maranza sono il risultato di adulti assenti e comunità che hanno smesso di educare. Non basta reprimere, occorre ricostruire il patto educativo".

Un racconto senza giudizi né retorica. Né tantomeno soluzioni. Che spettano ad altri. Ma il tempo stringe. E la realtà può trasformarsi in emergenza.