Umana, troppo umana: la Marilyn desnuda di Francesca Stajano
Nell’incipit subito la password per tentare di decodificare l’enigma Marilyn Monroe, entrare nel suo mondo polisemico, la sua mente, il tormento, il delirio.
Il tutto traslato negli anni Ottanta, un trasfert temporale che si trasfigura in un espediente scenico a significare che avrebbe anche potuto sopravvivere a quel torrido giorno d’inizio agosto 1962, quel cercare la pace attraverso i tranquillanti, ma il suo destino era già deciso, era cara agli dèi.
Eccola a letto, intorpidita, stordita dagli psicofarmaci. Incalzata da una coach severa, marziale (una Roberta Bobbi superlativa): il film di Roman Polanski, da girare in Europa, ha tempi stretti e bisogna imparare le battute. Mentre un paparazzo, che tanto sarebbe piaciuto a Fellini, la fotografa (l’eclettico mimo Nino Mallia) per darla in pasto ai giornali.
Altro indizio utile a decrittare la sciarada della star hollywoodiana, creata e se vogliamo devastata dallo star-system, è nel titolo dello spettacolo: “Norma Jeane Baker Montenson”.
Ideato, scritto, interpretato e diretto da lei stessa, Francesca Stajano Briganti si è immersa nell’etimo più intimo della donna e della diva. In un stretto rapporto di continua osmosi che grazie a un’identificazione e un’adesione stanislavskijana, tocca vertici alti, sublimi dell’Arte scenica e della Poesia, come di rado accade.
In certi passaggi, pare quasi avvenuta la metempsicosi: Marilyn è tornata con tutto il suo candore, le nevrosi, la disperazione, la fame d’amore. La contaminazione e la fusione fra le due donne è così realistica, inavvertibile da mette i brividi.
Siamo al teatro “Ar.Ma”, all’ombra del Cupolone. Qui l’attrice di fama internazionale propone una propria lettura di Marilyn: inquieta, tormentata, infelice, sola.
Una parabola dolorosa, amara e tragica, da teatro greco. Bambina indesiderata, una madre folle, un padre sconosciuto, le famiglie adottive impediscono al puzzle della sua personalità di formarsi, maturare, prendere corpo definitivamente: la sua anima è lacerata in modo profondo e irreversibile.
I rimpianti mordono, il corpo declina in fretta nei chiaroscuri di un dolore irrazionale: un bambino avrebbe potuto cambiare la sua vita, portare luce ed energia, ma, tanto desiderato, non è arrivato.
Joe di Maggio è un marito violento e geloso che le lascia i lividi sulla pelle diafana, l’altro, il drammaturgo Arthur Miller, la tradisce.
I due Kennedy sono, in fondo, un momento di serenità , una parentesi felice (come il rapporto con la coach). L’America guarda, sogna, crede alla favola, al mito e non immagina che tutto è costruito con astuzia e freddezza, business is business.
L’icona costruita dallo star-system può essere letta anche come una sorta di alter ego con cui Marilyn, nella maniera più innocente e ingenua, ha cercato di aprirsi un varco nella vita: se non di essere felice, quanto meno trovare equilibro e serenità .
Stajano Briganti sorprende la star desnuda, nel momento in cui la maschera si scioglie, va in frantumi e Marilyn Monroe torna Norma Jeane Baker Mortenson.
E la offre al pubblico per quella che è: una donna fragile, senza amore, tutta paranoie e stupori infantili, su cui si allunga minacciosa l’ombra del the end.
Gli psicofarmaci non leniscono il dolore, al contrario, approfondiscono i solchi nella sua mente. E Norma Jeane fa un’immensa tenerezza, ci pare quasi sorella, madre, amica, perché è l’usura, la ruggine che tormenta tutti gli esseri umani.
“Norma Jeane Baker Mortenson” andrà in scena una volta al mese a cento anni dalla nascita di MM (1 giugno 1926).
Infine, ha avuto successo il vernissà ge di Giorgio Federico Zela, un artista emergente dall’impronta assolutamente originale e ricca di richiami e contaminazioni. Proporrà le sue opere prossimamente a Fiumicino e a via Margutta. Ne sentiremo parlare…
