Relazione del Prof. Filippo M. Boscia in occasione della 48ª Giornata Nazionale per la Vita – 4 febbraio


BARI - In occasione della 48ª Giornata Nazionale per la Vita, celebrata il 4 febbraio, il prof. Filippo M. Boscia – già presidente dell’AMCI – ha condiviso una profonda riflessione sul valore della nascita, dell’accoglienza e della relazione tra madre e figlio. L’intervento, rivolto agli amici e ai volontari presenti e con un particolare ringraziamento a Cristina Maremonti, presidente del CIF Metropolitano di Bari e vicepresidente regionale, ha rappresentato un momento intenso di testimonianza umana e professionale maturata in oltre sessant’anni di attività medica:

"Carissimi amici e amiche,

carissima Cristina Maremonti, Presidente del CIF Metropolitano Bari, Vice Presidente del CIF Puglia, ma anche attivissima volontaria e coordinatrice da oltre 25 anni del Centro di Aiuto alla Vita.

L’invito che mi avete rivolto, quello di essere oggi qui con voi, lo considero il più grande ed immenso regalo che mi poteste fare, perché mi offre la possibilità di condividere con voi una storia bellissima, magica e straordinaria che mette al primo posto i bambini sin dal loro esordio di vita.

Mettere al primo posto i bambini significa innanzitutto vederli “persona” ancor prima della nascita, significa difendere il loro primo nido, la loro prima casa, difendere la vita ancor prima del nascere e sottolineare questa priorità nella coraggiosa e responsabile accoglienza, incoraggiando sempre e comunque l’opportunità di una positiva accoglienza e di ogni indispensabile soccorso soprattutto quando la spinta sociale sostiene le ragioni dello scarto.

Questa è una giornata di significato particolare, una meravigliosa giornata di profezia, una giornata nella quale amore e premura si intersecano nel tessuto sociale e segnano tutti quei meravigliosi percorsi di quella mia amata Medicina delle Emozioni, che da oltre sessant’anni continuo a coltivare con gioia sia nel fisiologico svolgersi di percorsi di gravidanza, ma soprattutto e ancor più in quelle tante professioni di criticità, di difficoltà, di asprezze, condizioni particolari che proiettano le fragilità sino all’estremo limite tra vita e non vita.

E’ lì che la Medicina delle Emozioni si fa forza, richiede coraggio, massima dedizione, estrema responsabilità.

La Medicina delle Emozioni, coltivata con fatica e con profonda convinzione, rappresenta una sorta di liturgia da celebrare tra dubbi e speranze, tra paure e incertezze, con l’impegno inderogabile di un prendersi per mano, di un’alleanza, di un accompagnamento sollecito, di una splendida condivisione nel nome della madre, nel nome del padre e nel nome del figlio, ossia, nel nome del grande miracolo della vita.

Con grande prudenza e sensibilità mi accingo a presentarvi alcune mie brevi riflessioni che la Presidente Maremonti ha voluto affidarmi:

“GREMBO MATERNO, GIARDINO DI VITA, DI LUCE E DI PACE”.

Tutti abbiamo visto i progressi dell’investigazione tecnologica avanzata. Circolano tanti filmati nel mondo che ci consentono di presentare il mondo nascosto del nascere.

Io aggiungerò le mie emozioni, che non sono mai state per me uguali. Sono tutte diverse, specificatamente personali perché appartengono al mondo complesso della famiglia, al mondo degli umani, al mondo del più piccolo degli umani e quando questo più piccolo degli umani è nella fase cellulare e appare all’interno del grembo materno, in quella culla di carne, dove il linguaggio dell’amore prende forma, tra rumori e rimbombi, dove quel piccolo essere è come un bocciolo di fiore tra i fiori, che già diffonde un profumo intenso in un giardino in perenne primavera.

L’armatura delle membra materne è un guscio prezioso di protezione. L’esordio della persona è lì in un cammino invisibile, meraviglioso, nel quale si rafforzano le essenze e si incarna la profonda umanità, che esige pace, rispetto, accoglienza. L’essenza della persona che affiora dona profumi, gioia, emozioni e speranze…

Quel grembo è il punto di partenza di un segmento di esistenza umana che procede solo se nutrito dal linguaggio dell’accoglienza, della protezione e dell’amore.

Il grembo che accoglie l’io persona l’ho sempre immaginato come un giardino protetto, estremamente fertile, nel quale la natura segna un solco profondo, nel quale il terreno rende fertile una semina eccellente, ove si ravviva la protezione ecologica, l’ecologia più intensa, ove il generato è prima germoglio rigoglioso ma è subito pronto a diventare pianta della vita e ad affrontare la viabilità luminosa della sua vita, sì, vivo, vitale, viabile.

Immaginate un nido di carne, ove con l’impianto l’embrione si annida, si radica per assorbire linfa vitale e nutrimento, ma anche per fruire di un tenero armonico e vigoroso sostegno.

Non si attua solo un processo di crescita biologica, ma un imprinting profondo: la vita che nasce è scolpita e gli scultori sono le endorfine, gli ormoni, i tanti nutrienti indispensabili per sostenere tutte le delicate strutture somatiche e psicoemotive.

E’ il grande imprinting della vita!

Non è solo un incontro di cromosomi o di gruppi sanguigni, ma una sintesi di particolari emozioni che si intrecciano tra loro all’alba della vita per costruire progetti e relazione d’amore e che, accanto alla nutrizione, intrecciano inscindibilmente in un clima di reciproca connessione i cinque sensi della madre con i cinque sensi del figlio.

Un magico intreccio nel quale vivono sogni e speranze, dubbi e incertezze, parole sussurrate o mai pronunciate, vibrazioni emotive, ma anche angoscia e rifiuto, accettazione e accoglienza, piacere e dolore in un caleidoscopio mai uguale ma sempre in perenne trasformazione: v’è un intenso fluire di tempeste emotive che attraversano il cuore, la psiche, l’anima, la totalità vicendevole dei corpi.

Il caleidoscopio è il grande crogiolo di vita nel quale, in perenne ebollizione e vibrazione, c’è tutta la forza della chimica, della fisica e della biochimica della vita: un fiume inarrestabile di bene e di grazia.

Il nostro difficile compito è oggi, non solo quello di accogliere i bimbi che ci sono donati, ma soprattutto quello di amarli, nutrirli, scrutarli e presentarci ogni giorno ai loro occhi, ai loro cuori come madri, padri, professionisti e operatori di vita, tutti animati dalla passione, dall’amore, dalla forza dell’abnegazione, pronti a rinunziare ai nostri egoismi e ai nostri personalismi per essere artefici di un dono che ci fa formatori di futuri uomini.

Concepire figli non è difficile, soprattutto oggi!

Difficile e faticoso è incarnarli nella nostra fragilità che diventa poi forza solo attraverso la fede, la speranza, la fermezza, la coerenza e la passione per la vita.

Il nostro segno di fede si realizza nel nome della madre (prima scintilla di vita), nel nome del padre, del figlio e dello Spirito, Spirito incarnato e Spirito della nostra fede.

Riflettiamo per un attimo sul grembo materno, riflettiamo su ciò che rappresenta: non è un semplice contenitore.

Il grembo materno racchiude significati molteplici: emozione, sublimazione, estetica, rispetto e nobiltà, prodigio di nuova vita, mistero celato, svelato e rivelato.

Quel piccolo nido, all’alba dell’esistenza, diventa un grande scrigno che coniuga amore, rispetto, accoglienza, custodia, nutrizione, sviluppo, protezione totale, fiducia assoluta, costruendosi momento per momento un meraviglioso nuovo puzzle che al tempo stesso è sogno, ma… in protezione totale, diventa tenero abbraccio.

La prima discoteca della vita è in quel grembo nel quale risuonano le prime parole, i primi sussulti, i primi sogni, le primitive sensazioni.

La danza soave, leggera e fantastica che reca per mano l’immaginazione che si fa reale presenza di vita.

Vi è di più in quel grembo: v’è un tepore delicato, una carezza, un’onda dolce che ispira la più completa accoglienza ed è la prima carezza della madre che spiana la strada verso quel più grande e tenero abbraccio che nella sua reciprocità diventerà sostegno di vita.

In quella culla umida e calda, silenziosa e tempestosa al tempo stesso, il nuovo essere frequenta la sua “discoteca della vita”: piccola per noi, ma immensa per lui, capace di offrirgli comfort, armonia, ritmo ed emozioni, inesauribile fonte di sensazioni piacevoli ed energie sempre nuove.

All’interno del grembo materno, quel piccolo essere si forma nel gradevolissimo tepore, si sviluppa nel buio, accompagnato da una splendida musicalità: il battito del cuore materno, i soffi, i fruscii, i sibili, fino all’armonia della parola che diventa canto e incanto della vita.

Il movimento ritmico di due piccole mani rosee, costituiscono il primo sfarfallio che consente movimenti, nuoto e ginnastica ritmica: una vera acqua-gym prenatale, estremamente confortevole, prima “Salus per Aquam” della vita umana, una SPA di benessere, serenità e penombra.

Quelle piccole mani rosee, invisibili che si muovono dolcemente sfiorano il cordone della vita, sfiorano quella prima fune di ancoraggio, sono prima gomena di stabilità e primo legame amoroso. Quel cordone flessuoso e pulsante è fiume di bene e nutrimento, sorgente vitale della sua esistenza.

I movimenti armonici fetali incontreranno presto la ritmica sequenza delle contrazioni uterine. Lo sguardo fetale transiterà dalla trans-illuminazione, alla progressiva visione di quella venuta alla luce che l’evento nascita inaugurerà rendendo viabile la vita extrauterina.

La nascita celebra il magico intreccio tra vita intra ed extrauterina. Là altre intense e nuove emozioni avvolgeranno il bambino: bambino baciato, cullato, carezzato, nutrito, vestito e amato.

Si concretizza così il figlio, quel miracolo iniziato nel nome della madre, del padre, del figlio e dello Spirito divino.

Lì, l’incrocio delle mani, degli sguardi si incorniciano nella più preziosa astronave della vita.

Lo sguardo si fa oltre e il battito delle ciglia incastona l’arcobaleno dello sguardo.

Tra poco ci sarà il balbettio, monosillabi di invocazione: ma, pa, sa…

Di qui il nome della madre accompagnerà l’essere umano per tutta la vita.

La prima parola balbettata è “mamma”.

Riflettiamo un attimo: qual è l’ultima invocazione della vita? Da Medico l’ho percepita tantissime volte. “Mamma mia”

“Mamma mia… aiutami.”

I percorsi ardui hanno bisogno di questa invocazione, hanno bisogno della luce della mamma.

Mamma, suprema invocazione, è certamente la parola che assicura a noi stessi sempiterno aiuto e vicinanza nelle vicende avverse della vita, nelle vicende gioiose dei nostri percorsi, ma anche nel dolore insopprimibile del fine vita.

Il più grande dono che il Signore mi ha concesso è stato quello di farmi comprendere il mistero della relazione tra madre e figli, mistero che ho ripercorso nei lunghi anni della mia vita, attraversando le magiche fasi della mia esistenza ma anche le magiche fasi dell’esistenza di ogni donna e di ogni figlio nato da donna.

Miei cari, dobbiamo riconoscere che la madre è per tutti noi il grande segno e il magico strumento della nostra incarnazione.

Sono le madri che ci permettono di mettere al primo posto i bambini.

Il punto fondamentale per noi è vederli, ma non soltanto con gli occhi, quanto piuttosto vederli con la mente e con l’anima.

Non possiamo tacere la violenza sommersa nei confronti dei bambini invisibili, cerchiamo di vederli nel grembo materno e cerchiamo di ascoltare il grido silenzioso di chi non ha voce.

E’ bello celebrare questa giornata per la vita, è bello sostenere i diritti dei più deboli e dei più poveri, è bello custodire nel nostro cuore un grande messaggio di Madre Teresa che a gran voce invoca i diritti dei più piccoli perché servire e proteggere i piccoli è garanzia di bene e di futuro per tutti!".

Prof. Filippo M. Boscia