Daniela Loia (intervista): «Un Posto al Sole? L’ingresso in sigla fu la conferma che il lavoro fatto piaceva»
NICOLA RICCHITELLI – Dalle strade di Napoli al successo di Venezia, la carriera di Daniela Loia ha un segreto: osservare la vita vera. In questa intervista, l'attrice racconta come la sua Rosa Picariello sia passata da semplice comparsa a personaggio fondamentale di Un Posto al Sole, portando in TV la dignità di chi affronta le difficoltà ogni giorno.
Daniela parla anche delle sue scelte coraggiose, come quando disse “no” a Gomorra per restare fedele al teatro di Eduardo. Per lei, il dialetto non è un limite, ma la lingua della verità. L'arte non deve per forza risolvere i problemi del mondo, ma deve “scuotere” le persone. Tra la fatica di interpretare ruoli intensi e il desiderio di nuove sfide, oggi sogna un ruolo legato alla giustizia, per continuare a raccontare storie che lasciano il segno.
Ogni set o teatro ha un odore particolare. Qual è l'odore che per te significa “casa” e quale quello che ti mette ansia prima di un ciak?
R: «Ho sempre, per mia fortuna, avuto esperienze su set e in teatro molto felici. Io sono a “casa” generalmente quando lavoro perché il mio lavoro è vita per me… è la mia condizione ottimale».
Molti dei tuoi personaggi vivono in bilico tra dignità e disperazione. Qual è il dettaglio fisico o l'abitudine quotidiana che hai “rubato” alla realtà per renderle così autentiche, e che la telecamera forse non ha mai inquadrato?
R: «Per i miei personaggi attingo sempre dalla vita vera. Non saprei dirti nello specifico, ma mi guardo molto intorno, osservo e memorizzo. Un attore credo debba avere grande spirito di osservazione, guardare il mondo e le persone sempre in modo curioso e poi, a tempo con la sceneggiatura e il profilo del personaggio, viene fuori la caratteristica fisica».
Rosa doveva essere un personaggio di passaggio, ma è diventata uno “tsunami” fisso nel cast. C'è stato un momento preciso sul set in cui hai capito che non te ne saresti più andata?
R: «Sicuramente l’ingresso in sigla è stata una bella conferma: il lavoro fatto con Rosa piaceva. Quando mi è stato comunicato mi sono inorgoglita, una conquista da zero, tutta mia».
Rosa Picariello ha una fisicità molto marcata, quasi stanca. Come “ti togli di dosso” i muscoli contratti di Rosa quando torni a essere Daniela la sera?
R: «L’abbraccio di mio figlio appena varco la porta di casa scioglie tutto, anche il cuore».
Rosa rappresenta la Napoli delle contraddizioni e del riscatto onesto dal degrado. Senti mai il peso di dover essere il “simbolo” di tutte le donne che lottano quotidianamente nelle periferie?
R: «Non parlerei di peso, ma di grande opportunità. È bellissimo sentirsi portavoce delle difficoltà delle donne e della lotta continua che alcune fanno per resistere e andare avanti. Alla fine, questo è il motivo per cui faccio questo lavoro».
Il napoletano è una lingua viscerale. C’è un’emozione che riesci a esprimere solo in dialetto e che in italiano ti sembra “finta” o svuotata?
R: «In generale, quando voglio essere più incisiva parlo in napoletano, sia che si tratti di frasi d’amore, di sofferenza o di gioia. I dialetti sono viscerali, partono dalla pancia, non dalla testa, quindi per questo sono associati alla verità. Una frase detta di pancia è sentita, non pensata».
Con Mare di Ruggine hai toccato corde civili molto forti. Il teatro oggi ha ancora il potere di cambiare la realtà di quartieri difficili o resta un rito per pochi eletti? E tu, come attrice, quando ti senti più “politica”?
R: «Il teatro non ha il potere di cambiare la realtà, magari lo avesse. Il teatro, come l’arte tutta, ha il potere di incuriosire, smuovere coscienze, suscitare pensiero critico nello spettatore. E deve essere accessibile a tutti, non per pochi eletti: tutti meritano di avere la fortuna di assistere e comprendere uno spettacolo teatrale».
Qual è quel ruolo visto al cinema o a teatro che ti ha fatto pensare: “Mannaggia, questo avrei voluto interpretarlo io”?
R: «Ultimamente ho visto Hamnet e lì ho pensato: vorrei avere la stessa opportunità di Jessie Buckley, prendere parte a un grande progetto con una grande sceneggiatura e una grande regia».
Molti attori parlano solo dei successi. Tu quale “no” hai ricevuto che ti ha bruciato di più, ma che oggi ringrazieresti?
R: «Ce ne sono diversi. Quando non riuscii a fare Gomorra 3 perché avevo la tournée teatrale de Il Sindaco del Rione Sanità, dovetti rifiutare perché non potevo dare completa disponibilità. Ho sofferto perché Gomorra era un bel prodotto ambito, ma l’anno seguente non solo fui richiamata per Gomorra 5 con un personaggio più grande, ma girai il film del “Sindaco” e andai a Venezia».
Il pubblico di Un Posto al Sole tende a sovrapporre l’attore al personaggio. Qual è la cosa più strana o commovente che un fan ti ha detto pensando che tu fossi davvero Rosa e non Daniela?
R: «Mi dicono di tutto, dal “ti amo Rosa” al “Rosa io sono come te, guerriera”».
Hai interpretato donne forti, spesso in contesti di criminalità o disagio. Quale lato della tua femminilità “borghese” o “leggera” non è ancora emerso sullo schermo e che vorresti esplorare?
R: «Mi piacerebbe vestire i panni della donna di giustizia. Un avvocato, un giudice… Non sopporto le ingiustizie, quindi mi piacerebbe portare alla luce questo mio aspetto».


