'Mai più guerra', al Nuovo Teatro Verdi di Brindisi la musica contro i conflitti


«Un uomo può uccidere un fiore, due fiori, tre… ma non può contenere la primavera» (Mahatma Gandhi)

C’è una sera in cui la musica diventa un gesto civile. Accade mercoledì 18 marzo alle 20.30 nel foyer del Nuovo Teatro Verdi di Brindisi, quando la scuola di musica "Girolamo Frescobaldi" sale sul palco con "Mai più guerra", concerto inserito nella rassegna "Verdi in Rock", il progetto che porta le scuole musicali della città dentro il linguaggio vivo del rock e dentro il dialogo diretto con il pubblico. Biglietti disponibili al prezzo unico di 10 euro, online su rebrand.ly/MaiPiuGuerra e al botteghino del teatro dal lunedì al venerdì dalle 11 alle 13 e dalle 17.30 alle 19.30, il giorno dello spettacolo dalle 11 alle 13 e dalle 19 alle 20.30. Info 0831562554 e botteghino@nuovoteatroverdi.com.

Il titolo è una dichiarazione netta, pronunciata dalla musica e dalle voci di giovani interpreti che hanno scelto di attraversare alcune canzoni della cultura pop e rock mettendo al centro un tema che riguarda tutti: il rifiuto della guerra. Ogni applauso della serata sarà dedicato a chi nelle guerre ha perso la vita - giornalisti, militari, operatori sanitari e umanitari, civili, madri e bambini - figure diverse unite da un destino che la storia continua ostinatamente a riproporre.

La Scuola Frescobaldi porta nel foyer i suoi laboratori musicali costruendo un programma che intreccia generi e linguaggi. La prima parte del concerto è affidata al Laboratorio Pop-Rock guidato dal maestro Alessandro Muscillo. Qui il repertorio si muove tra sensibilità e stili differenti: "For Your Eyes Only" di Sheena Easton, "He Won’t Go" di Adele, "Running Up That Hill" di Kate Bush, "Perfect Day" di Lou Reed, "Narcotic" dei Liquido fino a "One" degli U2. Pezzi diversi per epoca e provenienza che, ascoltate una accanto all’altra, mostrano come il pop e il rock siano diventati negli anni un archivio di sentimenti comuni.

Nel cuore della serata arriva anche uno dei momenti più personali del concerto. Su "Pick Up the Pieces" degli Average White Band, la cantante Aurora interpreta un testo scritto da lei stessa: la voce di un bambino tra le rovine della guerra che immagina un futuro diverso. Le parole scorrono come un monologo fragile e ostinato - «I’m a child of fire, walking through the smoke… I dream of peace someday in a world torn apart» - e trasformano un classico del funk in una piccola scena narrativa, quasi una lettera dal fronte scritta da chi non dovrebbe conoscere la guerra. A un certo punto del Novecento lo scrittore Albert Camus scrisse una frase che resta ancora oggi una bussola morale: «La pace è l’unica battaglia che valga la pena di combattere». Parole che restituiscono tutta la contraddizione della nostra storia: l’umanità continua a produrre conflitti ma allo stesso tempo sente il bisogno di opporsi a quella logica. La musica, da sempre, è uno degli strumenti più immediati per farlo. Non perché possa fermare una guerra - sarebbe ingenuo pensarlo - ma perché può creare una lingua comune tra persone che non condividono la stessa cultura, la stessa geografia o la stessa storia. È qui che la musica rivela la sua funzione più semplice e più potente: mettere in relazione. La musica sospende i confini politici, religiosi e linguistici. Un coro riunisce voci diverse dentro lo stesso respiro. Un concerto diventa uno spazio nel quale si impara una forma elementare di convivenza: ascoltare insieme.

Dentro questa idea si colloca anche la presenza di "One" degli U2, uno dei pezzi più emblematici della canzone contemporanea. Pubblicato nel 1991 nell’album "Achtung Baby", Bono lo scrive come una riflessione sulle fratture - personali, politiche, sociali - che pervadono il mondo. Il titolo stesso è quasi un manifesto: l’idea che l’umanità possa riconoscersi come una sola comunità. In una serata intitolata "Mai più guerra", questa canzone funziona come una specie di asse morale del programma.

La seconda parte del concerto entra invece nel territorio dell’improvvisazione multistile guidata dal maestro Carlo Gioia: "Another Star" di Stevie Wonder, "Cantaloupe Island" di Herbie Hancock, la rilettura di "Stayin’ Alive" degli Electro Deluxe e l’energia di "Uptown Funk" di Mark Ronson. È un segmento che mostra quanto il linguaggio della musica contemporanea sia fatto di contaminazioni: funk, jazz, soul e pop si incontrano e dialogano dentro un paesaggio musicale liquido.

La chiusura è affidata al Laboratorio Corale diretto dalla docente Chiara Furguglietta con "Nothing Else Matters” dei Metallica. Un brano nato nel mondo del metal e diventato negli anni una delle ballate più simboliche della musica rock, qui trasformato in un finale corale che riporta tutto all’essenziale: la forza della voce collettiva.

"Mai più guerra" è prima di tutto una domanda rivolta al pubblico, agli studenti che suonano, agli insegnanti che li accompagnano. Può la musica ricordarci che esiste un linguaggio comune e accomunante prima delle differenze? Può una canzone suggerire l’idea che gli esseri umani appartengono allo stesso racconto? La risposta, forse, sta proprio nella scena che si vedrà mercoledì al Verdi: giovani musicisti, strumenti, voci diverse e un pubblico seduto ad ascoltare. Tutti nello stesso spazio, nello stesso tempo, dentro la stessa musica. E per una sera, almeno per una sera, la parola pace tornerà ad avere un suono familiare.