Bari, 81° Anniversario della Liberazione Nazionale: l’intervento del sindaco Leccese


La cerimonia commemorativa si è tenuta al Sacrario Militare

BARI - Questa mattina, presso il Sacrario militare dei Caduti d’Oltremare, la Città di Bari e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia hanno celebrato l’81° anniversario della Liberazione nazionale con una cerimonia commemorativa, alla quale ha partecipato il sindaco di Bari Vito Leccese.

Di seguito il testo del suo intervento:

"Siamo qui per ricordare quei giorni della primavera del 1945 che segnarono la fine della più grande catastrofe del Novecento.
Se l’8 maggio segnò la resa del nazismo in Europa, per l'Italia quella data spartiacque è il 25 aprile.
La fine della guerra fu la fine di un’agonia che Bari e la Puglia avevano conosciuto nelle forme più atroci. Non possiamo dimenticare le oltre 1000 vittime del bombardamento del porto del 2 dicembre 1943 ad opera della Lutwaffe (la 'Pearl Harbor del Mediterraneo'), né le macerie di una città costretta a ricostruire la propria dignità dopo una guerra devastatrice.
Eppure, proprio tra quelle macerie, mentre il Paese era ancora spezzato, Bari seppe farsi capitale: qui, nel gennaio del 1944, con il primo Congresso dei CLN, le forze democratiche decisero che il futuro del Paese sarebbe stato repubblicano e antifascista.
Allora Bari fu non solo il porto logistico ma il laboratorio politico dove il dissenso si trasformò in progetto di Stato.
È da questa consapevolezza, da questo primato morale e civile, che dobbiamo partire.
Perché non è mai stato comodo il 25 aprile.
Non lo è stato nel 1945, quando scegliere significava esporsi e rischiare di perdere tutto. Non lo è neanche oggi, in un tempo in cui la politica spesso preferisce le sfumature alle scelte e le mezze parole alla responsabilità.
Invece dobbiamo dirlo con chiarezza e, soprattutto, a testa alta: questa è la Festa della Liberazione, non della Libertà.
C’è chi ancora oggi prova a raccontare la Resistenza come una storia divisiva. La Resistenza invece appartiene a tutti gli antifascisti e, perciò stesso, alla storia di un intero Paese.
Alla Resistenza hanno preso parte i partigiani, certo. Ma, insieme a loro, i militari che dissero no dopo l’8 settembre, gli operai che scioperarono sotto occupazione, le donne staffette delle brigate clandestine come Tina Anselmi e Nilde Iotti, gli studenti e gli intellettuali repubblicani, liberali, cattolici.
Ci furono città intere che decisero di non restare neutrali, e Bari fu tra queste.
Proprio da qui, nel 1943, l’Italia che non aveva più paura riprese a parlare dai microfoni di Radio Bari, una delle prime voci libere in un’Europa ancora occupata.
'La messa est finita. II gallo canta. Tira vento. Tre per tre. Maria si prepari. Martino non parte. Abbi fede. La gavetta è vuota. Le sorbe sono acerbe. Riempite la borsa'. I messaggi di Radio Bari parlavano direttamente ai partigiani della Resistenza. Ogni giorno ne venivano trasmessi dieci, la maggior parte dei quali pensata per depistare i militari fascisti in ascolto.
In quei mesi Bari seppe essere una città liberata e, al contempo, una città che liberava.
Ed è importante sapere che quella voce, in fondo, non si è mai spenta. Anche oggi la nostra città mostra di sapere da che parte stare.
Lo ha fatto con chiarezza poche settimane fa, quando una sentenza del Tribunale ha riconosciuto senza ambiguità la matrice fascista delle violenze avvenute a settembre del 2018, condannando i responsabili.
Dire che quella violenza è fascista significa affermare che nella nostra democrazia non c’è spazio per chi usa la violenza e si richiama a quell’ideologia.
La Resistenza è scomoda perché non permette ambiguità e non concede rifugio nell’ignavia, perché ci chiede, ancora oggi, da che parte stiamo. È scomoda perché ci ricorda che la libertà non nasce mai da sola, ma scaturisce sempre da una presa di posizione, come scriveva Gramsci.
Ogni 25 aprile il pensiero torna inevitabilmente a chi quella scelta l’ha fatta davvero. A chi non ha avuto, come noi, il privilegio di discutere la libertà, ma ha dovuto conquistarla.
Io penso a mio padre partigiano, che non ha esitato quando la storia lo ha chiamato. E a volte mi chiedo cosa penserebbe oggi di fronte alle nostre incertezze, a questa fatica di chiamare le cose con il loro nome.
Quest’anno, poi, la responsabilità si fa ancora più grande, perché ricorrono gli 80 anni della Repubblica e gli 80 anni di una conquista che ha cambiato per sempre il volto della nostra democrazia: il voto alle donne.
Proprio oggi, mentre discutiamo di equilibri istituzionali, di riforme, di assetti del potere, il 25 aprile torna a parlarci con una forza se possibile maggiore, ricordandoci che la lotta di Resistenza ha sconfitto un’idea di Stato che non accettava limiti e che non tollerava il dissenso.
Siamo qui per questo. Per dire grazie a chi si è battuto e per dire che quella storia continua: ogni volta che scegliamo di non voltarci dall’altra parte, ogni volta che difendiamo una libertà che può sembrare piccola, ma non lo è.
La nostra libertà è nata da una scelta e da un sacrificio, da quei 'mille papaveri rossi' simbolo di una generazione che non ha avuto paura di perdere tutto per farci vincere tutto.
La Resistenza non è finita nel 1945. Ha cambiato forma e chiede, ancora, responsabilità.
E allora, nel nome di quelle donne e di quegli uomini che non hanno aspettato tempi migliori per fare la cosa giusta, scegliamo anche noi. Scegliamo di essere all’altezza.
Viva la Liberazione.
Viva la Repubblica.
Viva l’Italia.
Ora e Sempre Resistenza".