Musa, il poeta che sconfisse il nazismo
E molto tempo, e non è detto che ci si riesca.
Armato solo dei suo versi, teneri, innocenti, appassionati, dedicati alla terra lontana, la moglie, una bambina, alla libertà e la dignità che dovrebbero ispirare le nostre vite, alla fine ha sconfitto il nazismo.
Ed è riuscito, con un espediente, a far uscire dalla prigione il suo libricino di poesie e donarlo al mondo.
Musa il poeta tartaro ha resistito alla barbarie nazista, con forza d’animo e fisica e con dignità alle seduzioni del male: psicologiche, sfuggenti (soprattutto quelle all’insaputa degli altri, specifica l’ufficiale. forse allievo di Goebbels), portate avanti con diabolica perversione (URSS, 1941-1945). Sullo sfondo si avverte l’eco del pensiero filosofico tedesco.
Allegorie e metafore, uno scontro culturale, di civiltà, etico, di valori: fra l’ufficiale tedesco il poeta recluso. Vola alto, aulico, intellettuale: una sfida nuda, senza sovrastrutture culturali fra due concezioni del mondo, la vita, l’uomo. Sospesa sulle eterne domande: il senso dello stare al mondo, il rapporto con gli altri, la speculazione sulla vita e la morte.
E’ la storia raccontata da “La foresta nera”, (Russia 2024, sottotitoli in italiano), del regista Radik Kudojarov, significativo esponente del nuovo cinema russo (proposto alla Casa Russa di Roma), ispirato a una storia vera, quella del poeta e partigiano tartaro Musa Dzhalil (ricorrono i 120 anni dalla nascita) che con i compagni (siamo nel 1944) subisce le violenze degli occupanti con la svastica.
Che vogliono piegarli, indottrinarli, farne una quinta colonna da infiltrare nella Resistenza francese e li saziano di propaganda del pensiero nazista.
Cercano anche di fiaccarli fisicamente (affamandoli e poi facendoli mangiare in un crogiolo di avena putrida), con un trattamento che vorrebbe relativizzare la loro spiritualità, umanità, ideologia, amor patrio.
Il film ha una password neorealista, si colloca nel nuovo corso del Cremlino di recupero della memoria (istituita la giornata in ricordo delle vittime del genocidio, 19 aprile) e si apre con il background del processo di Norimberga (autunno 1946) e le ultime parole di personaggi del cerchio tragico di Hitler (Joachim von Ribbentrop, Alfred Rosenberg, etc.), che si spacciano per benefattori dell’umanità, teorizzano e rivendicano il loro folle disegno, confermano lealtà al capo e sono impiccati con una corda che non taglia subito il collo e quindi fa soffrire prima dell’ultimo respiro.
L’ufficiale nazista che cerca di convincere Musa e i compagni, ci riesce con il claudicante Ciclop, gli altri li uccide, col poeta che sa usare le parole si perde in ciance pseudo-filosofiche.
Ma si eleva e incarna un paradigma: SS, Gestapo, Wermacht tentarono di “convertire” ai loro piani i prigionieri, infiltrarli, sapere i piani dei partigiani che resistevano in Europa e nell’Est.
Allucinante e tragica la scena in cui l’ufficiale insegna al figlio a sparare sui prigionieri (che hanno cerchiate le articolazioni corporee). Una sorta di iniziazione al male, all’orrore infinito. Il bambino colpisce l’obiettivo, allora il padre è colto da raptus di gioia e continua a sparare su uomini indifesi, ridotti a fantasmi da fame e pressioni d’ogni sorta.
Nel film, interpretato in modo magistrale con un vivido realismo, si parlano quattro lingue: russo, tedesco, tataro e inglese. Girato con mano ferma, cosparso di bei versi, indica la poesia quale antidoto al male. Viene in mente una frase di Pushkin: “Nessuno più dei Russi ama la poesia”.
Pluripremiato nelle rassegne in tutto il mondo, dovrebbe essere proiettato nelle scuole dell’Europa immemore, nel suo interesse, perché “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo” (George Santayana).
