L’eco dell’altro: fenomenologia dell’ascolto e ospitalità del silenzio





Viviamo immersi in quello che Gillo Dorfles ha efficacemente definito “Horror Pleni”, ovvero un rifiuto viscerale del vuoto che si traduce in ansia da prestazione espressiva.
In questo panorama di costante emissione di notifiche e parole spoglie, il silenzio viene quasi sempre percepito come un fallimento della comunicazione, una lacuna da colmare o un’assenza di segnale. Tuttavia, se lo si indaga da una prospettiva fenomenologica, si rivela come un atto di massima presenza, la condizione affinché l’altro possa manifestarsi come entità separata da noi.
Dopo aver analizzato il corpo che si espande nel respiro e che impatta lo spazio attraverso la voce, è necessario esplorare la postura in cui il corpo si fa recipiente, ossia l’ascolto.

La nostra cultura, radicata in una visione razionalista, ha sempre premiato la funzione assertiva del linguaggio.
Ascoltare invece è una sospensione dell’ego, una forma di ospitalità che protegge la nostra interiorità del mero vaniloquio che tutto livella e banalizza.
Quando decidiamo di ascoltare davvero, creiamo quello che Martin Buber chiamava la “Terra del Tra”, uno spazio magico dove l’unione tra due persone avviene per una fusione di significati che solo il rispetto del silenzio può lasciar apparire.
Ascoltare è un atto di custodia, che Martin Heidegger chiamava serbanza, ovvero la capacità di proteggere ciò che va pensato dall’irruenza della chiacchiera superficiale.

L’ascolto non si riduce a una funzione uditiva ma coinvolge l’intero organismo. Si ascolta con gli occhi, con l’inclinazione del collo, con la distensione dei muscoli facciali e con la regolarità del respiro, come massima espressione dell’azione intenzionale.
L’amore verso il prossimo inizia proprio dall’imparare ad ascoltarlo. Chi non sa tacere di fronte all’altro, finisce per parlare anche quando ascolta, sovrapponendo il proprio monologo interno alla voce di chi ha di fronte.
La regola di osservare trenta secondi di silenzio prima di ogni intervento serve a creare un cuscino di accoglienza che segnala a chi parla la disponibilità totale di colui che ascolta, il quale si pone come un ricettore, pronto a captare ogni segnale emotivo.
Il silenzio diventa la misura della nostra disponibilità verso l’esterno e l’unico spazio in cui l’alterità non viene assimilata ma salvaguardata nella sua diversità.

Questa capacità è fondamentale in ogni relazione umana, ma diventa vitale quando ci prendiamo cura di qualcuno che soffre.
In ambito psicologico, Eugenio Borgna ci insegna che la cura passa attraverso un ascolto gentile nutrito di mitezza e tenerezza, capace di decifrare i silenzi carichi di angoscia, di attesa o di speranza, che non trovano ancora le parole per esser detti.
Carl Rogers ha dimostrato come l’ascolto empatico e non giudicante sia il fattore terapeutico più potente. Per ascoltare davvero è necessario mettere da parte temporaneamente i propri valori e il proprio mondo interiore per entrare in quello dell’altro senza preconcetti. Questo movimento richiede una stabilità emotiva notevole: solo chi possiede confini personali ben definiti può permettersi di aprirli all’ascolto senza il timore di smarrirsi nel vissuto altrui.

Nel territorio dell’espressione artistica, il silenzio ha assunto il valore di una vera e propria materia prima.
Nel corso del Novecento, compositori come John Cage hanno dimostrato che il silenzio assoluto non esiste. Nella celebre composizione 4’33”, in cui l’esecutore resta immobile davanti allo strumento per l’intera durata del brano, l’opera d’arte diventa il rumore ambientale, il battito del cuore, il respiro del pubblico, il fruscio delle foglie fuori dalla sala. Cage sposta il baricentro dall’emissione alla ricezione: l’ascoltatore diventa co-creatore dell’evento sonoro proprio attraverso la sua disposizione al silenzio.
La musica però non risiede solo nei suoni, ma negli intervalli che li precedono e li seguono: il ritmo appare e vive in questi scarti. Senza la pausa, il dettaglio si perde nel frastuono, come in un quadro dove troppe figure si accavallano perdendo identità.
L’arte ci insegna che il silenzio è la tela su cui il suono disegna la sua traiettoria; senza la tela, il colore si disperde nel nulla.

Insegnare la capacità intenzionale di fare spazio all’altro, sospendendo per un momento i propri giudizi, significa anche saper aspettare, rispettando i tempi lenti della maturazione interiore che, come le piante, cresce nel silenzio.
La pedagogia ha il compito di educare a questa sensibilità fin dall’infanzia.
Maria Montessori ideò il celebre “esercizio del silenzio” come un mezzo per permettere ai bambini di affinare la percezione e scoprire suoni impercettibili, interni ed esterni, che il caos quotidiano copre costantemente. Imparare il silenzio significa educare l’attenzione.

Un aiuto prezioso in questo cammino è la scrittura di sé: come consigliava Duccio Demetrio, tenere un diario o rintracciare i fili della propria memoria è un modo per fare ordine dentro di noi, lontano dalla frenesia esterna.
La pagina scritta diventa lo specchio opaco che ci costringe a guardare le nostre emozioni, trasformando il vissuto in una trama densa di senso.

L’ascolto autentico ci trasforma: non possiamo ascoltare qualcuno ed uscire dall’esperienza identici a come vi siamo entrati, poiché accogliere la voce dell’altro significa accettare il rischio che le sue parole modifichino il nostro equilibrio interno.
ll silenzio invece non è un vuoto che separa, ma il confine osmotico che unisce e dona dignità a ogni nostro possibile incontro, permettendo alla vita di fiorire nella sua unicità.
Sostare non significa tacere per mancanza di argomenti, indifferenza o codardia, ma scegliere di dare alle parole il loro peso originario quando non aggiungerebbero nulla di valore alla sofferenza o alla bellezza della realtà, strappandole così alla degradazione della chiacchiera vacua e lasciando che sia la presenza fisica a parlare per noi, proteggendola dalla spersonalizzazione di massa.
Il silenzio non è quindi un nemico da fuggire, ma un dono che dilata lo spazio-tempo della nostra vita e ci permette di sentire attraverso le cose, proprio come quando si guarda attraverso una vetrata, cogliendo la bellezza dell’ambiente circostante che altrimenti rimarrebbe invisibile. Il silenzio è il coraggio di questa vulnerabilità.
È l’ammissione che non siamo il centro esclusivo dell’universo, ma nodi di una rete relazionale che si alimenta poeticamente di flussi e di riflussi, di canti e di ascolti, in un presente frammentato.


Articolo a cura di Veronica Di Mauro ( Riadattato dall’originale, tratto dal blog © Cronache Creative
https://cronachecreative.wordpress.com )