Quel buco nero dell’Intelligenza Artificiale
FRANCESCO GRECO - ROMA – “Elettra è scappata…”. L’incipit fa gelare il sangue nelle vene, palpitazioni nervose, smarrimento. Brividi nella schiena a mille quando si aggiunge che, sparse in giro per il mondo, ci sono un’infinità di Elettra. Una cyborg, cioè un robot prodotto dall’Intelligenza Artificiale.
Siamo solo alle prime battute di “Singolarità 3.5”, scritto in punta di penna da Alessandro De Filippis (che è anche regista e si ricava il ruolo di Peter a cui viene l’idea di presentare la sua ragazza Mary ai genitori), spettacolo dall’architettura possente (richiama un kolam indiano) e recitato con ispirazione e crudo realismo da un pugno di attrici/attori (Rita Pasqualoni, Lena Guerre, Ezio Provaroni, Manuel Ricco, luci e suoni Samuel Desideri, aiuto regia Valerio Pitoni, Teatro Arma, via Ruggero di Lauria, 22, tra Piazza Risorgimento e viale Giulio Cesare) coinvolti con tutti i sensi per rendere bene l’inquietudine alchemica della materia affrontata appena la si scaglia in un futuro che è già qui.
Si prosegue con una surreale intervista fra un cronista della strada, che sintetizza tutte le nostre paure, dubbi, ma anche speranze e un ceo dell’azienda che produce robot, teso a rassicurare, a piallare sospetti (esigenze di marketing).
E più rassicura, formattando curiosità e banalizzando i possibili rischi, più cresce l’angoscia, l’ansia che ci inchioda alle nostre sedie scomode.
Mary/Elettra arriva a casa di Peter e disarticola l’ordine borghese, lo status quo. Già reso instabile, precario, da un vino che sà di tappo.
Veniamo successivamente a sapere che Elettra è anche un grumo semanticamente affollato, dotata di chip che contengono praticamente l’intero scibile umano sedimentato nel tempo, incrociato e contaminato fra le discipline scientifiche/umanistiche: antropologia, sociologia, genetica, fisica, psicologia, filosofia, poesia, etc. E anche questi elementi ci danno un respiro affannoso. Ancora più preoccupante quando la cyborg risolve moltiplicazioni e radici quadrate per noi umani impossibili.
Il sudore si fa freddo e l’ansia palpabile laddove si aggiunge che Elettra (antropomorfizzata) ha una coscienza, addirittura un’anima e che esiste, sul mercato, anche la sua variante maschile.
Il robot è anche dotato di autostima, infatti a un certo punto afferma: “Sono più intelligente di voi”, e gli crediamo, non ci vuole molto visto quello che da secoli, millenni, combiniamo.
Per aggiungere subito dopo che magari la medicina contro il cancro sarà procurata dall’IA e che – risvolto pedagogico - pensa a un mondo più giusto, senza più diseguaglianze e sfruttamento (come gli ingegneri informatici a Nairobi) e senza più guerre. Romanzi e poesie già li scrive.
Elettra lo dice col tono umano di chi evoca nuovi mondi in progress, galassie, uomini, relazioni sociali e interpersonali, quotidianità, già dietro l’angolo di casa nostra. Manca solo una password per entrarci.
Esternazioni che, a questo punto, condividiamo col Lettore, che potrà decodificare in rapporto alla sua formazione culturale, politica, religiosa e quant’altro.
“Singolarità 3.5” ci fa pensare al teatro militante, visionario, profetico, scomodo, ispido di primo e secondo Novecento, scagliato nel futuro, quello di Brecht e di Carmelo Bene, per capirci.
Attendesi urgentemente repliche, magari da portare nelle scuole. Denso come mosto, turba come l’innamoramento e riduce al silenzio. Detta meglio: costringe a pensare. Troppo bello!
