Accogliere la vita: la fecondità… Terze Terre e la frontiera della creatività e dell’utopia


BARI - L’Associazione Crocerossine d’Italia ETS ha partecipato al Convegno “Fare spazio alla nascita”, in periodo di grave crisi demografica, organizzato dall’ACOS – Regione Puglia, Gruppo locale Bari Città metropolitana, guidato dalla dr.ssa Daniela Palma. Preziosa l’introduzione della dr.ssa Maria Murciano. Colma di significati è stata la Relazione fondamentale a cura del prof. Giuseppe Gabrielli, professore ordinario di Demografia presso l’Università Federico II di Napoli. È intervenuto Giovanni Gallo, presidente del Forum delle Associazioni familiari della Puglia. Interessante il dialogo tra Santa Fizzarotti Selvaggi, Presidente nazionale dell’Associazione Crocerossine d’Italia ETS, psicoterapeuta con formazione psicoanalitica, e il prof. Filippo Maria Boscia, Professore di Fisiopatologia della Riproduzione umana – Uniba, ginecologo. Le conclusioni sono state affidate a don Tommaso Lerario, Assistente Spirituale Regionale ACOS Puglia.

Un incontro che con la sua flessibilità e duttilità concettuale ha facilitato la riflessione sulla costruzione delle “Terze Terre” per dischiudere nuovi orizzonti di senso e conoscenza onde facilitare il radicamento dei valori umanitari pregni di intrinseca fecondità.

In tal ottica si è ben consapevoli che co-creare, far nascere, cercare le radici e la co-identità confonde e fonde il sé con l’altro da sé. La creatività e, con essa, la conoscenza, a fronte di una realtà che tende a omologarsi, il pensiero nella sua complessità, facilitando la interconnessione delle relazioni in un discorso intersoggettivo in cui l’Uno si ritrova parte del Tutto.

Questo diverso percorso favorisce la prospettiva interculturale scevra da pregiudizi etnocentrici. La conoscenza che può essere condivisa attraverso i processi trasformativi propri della creatività attiva un sistema multiforme in cui tutti operano all’interno della reciprocità e nel rispetto delle identità di ciascuno.

Dunque, i linguaggi espressivi, le Terze Terre, da non confondere con una produzione più o meno artistica, si giocano in una dimensione di sospensione del giudizio, dello spazio e del tempo, aprendo i canali di cooperazione internazionale, potenziando i percorsi formativi senza annientare codici e culture, bensì divenendo fonte di conoscenza per tutti, al di là di orizzonti e confini. In tal senso, l’aspetto speculare di riflessività e proiezione di parti di sé nello sguardo dell’Altro si trasforma in possibilità di riconoscere l’Altro.

In tal prospettiva, la parola, i suoni, le immagini espongono il loro carattere di generatività, apertura alla trasformazione all’interno della quale la generosità, propria dell’atto volontaristico, a sua volta si fa espressione della massima generatività di modelli e comportamenti: di una nuova coscienza.

La Coscienza

Coscienza quale conoscenza di sé attraverso l’Altro all’interno di una foresta di metafore e simboli, intrecci tra le varie molteplici identità che in noi comunque dimorano, sedimentate nella memoria genetica, implicita, nelle tracce mnestiche.

Ora, possiamo forse affermare che il travaglio più doloroso per l’essere umano è proprio quello di riconoscere del percorso identitario la sua unicità che si fa creativa nel confronto con il simile, se pur diverso.

In tal senso, l’empatia ci consente di sentirci al posto di chi soffre e, al medesimo tempo, di poter trovare insieme all’Altro gli strumenti che possano in qualche modo sostenere e contenere le angosce, le paure, le ansie del futuro.

Estraneità e familiarità, “me e not-me”, come dicono gli psicoanalisti indipendenti britannici. E nel nostro contesto così omologante e crudele del nostro tempo riflettere sulla “id-entità” alla ricerca di sé si fa davvero difficile, soprattutto quando si ha dinanzi la possibilità di incontrare l’Altro in luoghi diversi da quelli che siamo abituati a frequentare.

Nelle diaspore vi sono identità disperse e spesso perse che possiamo aiutare nella ricomposizione di sé, nel lenire le cicatrici che fatalmente appaiono nelle generazioni successive.

Ma nelle Terze Terre, come amo definirle, ciascuno può dare e ricevere in una dinamica di continuità di sé nella storia.

In questo svelamento di sé l’essere cerca nuove terre e, per quanto ci riguarda, mi piace pensare alle “Terze Terre”. Fra un limite e l’altro, tra me e not-me, tra identità e alterità prendono corpo luoghi transizionali all’interno dei quali i conflitti possono essere affrontati senza la radicalizzazione dei sentimenti, senza quelle ferite non più rimarginabili.

Le ferite naturalmente si rimarginano, ma a volte non sono rimarginabili: diventano in ogni caso il sigillo indelebile della nostra identità, basti pensare alle cicatrici che Ulisse mostrò alla nutrice Eubea, perché fosse riconosciuto.

Ma le ferite possono essere lenite nella loro seppur bruciante realtà all’interno delle Terze Terre.

Queste sono anche le terre di quei valori umanitari per cui tutti possono avere diritto di cittadinanza, conoscere e riconoscersi all’interno della reciprocità, di sospensione del giudizio e del pregiudizio, nella solidarietà asimmetrica tra estranei e dunque nella possibilità di provare insieme a costruire il mondo, a ri-creare il mondo.

In queste Terze Terre la generosità si fa generatività.

Ed è in questo processo creativo in cui l’uomo diventa Uomo e autore della propria storia, pur nel confronto dialettico e dialogico con l’altro.

Ora è solo nel riconoscere i propri limiti che può aver luogo l’evento solidaristico, ovvero quella capacità che definisce la nostra identità di esseri umani: non lasciare solo l’altro nella sua disperazione, nella solitudine fondamentale dell’essere umano, nello sradicamento tragico, rispettando le identità di tutti e dunque stabilendo il dialogo tra parola e silenzio. I nostri ricordi vivono in noi, non siamo mai soli pur sentendoci profondamente soli.

Parole di cui a volte non possiamo coglierne il significato pregno di quei sentimenti che appartengono alla natura propria dell’essere umano.

Come ho innanzi scritto, guardare dentro le parole è imparare a guardare lontano, nell’oltre e nell’altrove.

Nella solitudine psichica cancelliamo il mondo intorno a noi: un mondo che non ci vede e non ci sente. Recuperare la fiducia è fondamentale per costruire basi affettive certe e necessarie. Le Associazioni e l’Ancos si pongono nell’ottica di offrire sempre una dimora psichica sì da far sentire a casa anche coloro le cui radici sono altrove.

La creatività è scambio e non può essere solo fine a se stessa. La creatività è la chiave del futuro nella sua accezione di avvento trasformativo.

La creatività è la vera risorsa di un percorso trasformativo in cui la nuova forma di conoscenza possa generare anche nuove identità.

La musica dimostra che i simboli appartengono a tutti e che il processo di ibridazione diviene fonte di creatività. “La musica occidentale si è felicemente ibridata con altri suoni, trasformandosi. Attenzione: non è una sintesi, è un’ibridazione, è una terza via.” (cfr. La Trasformazione – Gutmann D., Iarussi O.)

Le funzioni della creatività, delle rappresentazioni simboliche, dell’immaginario collettivo atteso di quel luogo di valori condivisi (e non certo come spesso oggi si intende), perdute la valorizzazione e la raffigurazione per quanto possibile del non rappresentabile, dell’indicibile, delle parole del silenzio, del recupero di parti di sé negate o scisse e proiettate sull’altro.

Certo, centrali sono i sentimenti e gli affetti che attraversano il campo delle relazioni umane.

È lo svelamento simbolico delle parti di sé, è lo sguardo consapevole dell’altro, è l’accoglienza quale disponibilità a farsi carico dell’altro, a stabilire il percorso identitario riferito ad un percorso trasformativo. Un viaggio da una condizione ad un’altra e l’esperienza della vita per tutti consiste nel sentirsi coautori nel percorso trasformativo.

Accettare il limite consente di accogliere il cambiamento, la mutazione, la trasformazione: l’apparire di quelle Terze Terre in cui è possibile vivere con la consapevolezza che tutto ha fine e con il senso di responsabilità che conoscere sé e gli altri all’interno degli attraversamenti delle “Terze Terre” significa imparare ad amare nella libertà e nel rispetto di tutti.

Nelle istituzioni, anche in quelle in cui domina la flessibilità, c’è sempre l’idea sottostante di potersi consegnare all’eternità. Ma è proprio quando opera questa “fantasia” che l’istituzione si prepara a conoscere la fine. Non si tollera la minaccia dell’annientamento. Ma fondamentale è far sì che venga a determinarsi l’autogestione in un processo di libertà.

Si tratta di conoscersi e di riconoscerci nell’altro: di far nascere qualcosa di nuovo, di trovare qualcosa che c’era ma che si era percepito, di portare ad esistere parti di sé, di imparare a guardare il mondo con un altro sguardo: di trovare le Terze Terre dentro di noi. Liberi e senza pregiudizio alcuno: solo in tal modo possiamo intraprendere un viaggio intorno all’essere umano come tale e in noi, laddove il viaggio è davvero molto più importante che non giungere alla destinazione.

In “Gioco e realtà”, Winnicott ci riconduce alla considerazione che solo nelle aree transizionali, nelle Terze Terre, come mi piace indicare, è possibile sperimentare che siamo tutti specchio dell’altro e che nelle riscoperte capacità creative di ciascuno risiede la possibilità dell’incontro tra sé, l’Altro e il mondo senza affezioni sanguinose, senza lacerazioni, giudizi e pregiudizi. Gli atroci rancori e rabbie, distruttività e violenze cedono il posto alla costruttività e all’amore.

Ma si può parlare dell’amore solo sulla base delle cicatrici, della pelle bruciata dal fuoco dell’amore stesso. L’indifferenza è il più grande esempio di inciviltà.

Il problema sta nell’incontrare se stessi attraverso l’altro e nel diventare consapevoli che si è tutti diversi. Il che significa costruire identità multiple, polimorfe, migranti, e “non il trionfo dell'Uno, necessariamente distruttore.” (cfr. J. B. Pontalis)

Dickinson dice: “Tutto imparammo dall’amore: alfabeto, parole, un capitolo, il libro possente, poi la rivelazione terminò. Ma negli occhi dell’altro ciascuno contemplava un’ignoranza divina, ancora più che nell’infanzia; l’uno all’altro fanciulli, tentammo di spiegare quanto era per entrambi incomprensibile. Ahi, come è vasta la saggezza.”

Quell’amore nel senso evidentemente di Agape che sostiene i valori umanitari.

Ma l’amore si dispiega nella libertà. E la libertà, nota Guttman, “ha un’origine liquida, la radice greca lib, che condivide col desiderio, con la libido.” Tutti desideriamo che lo sguardo amorevole dell’Altro possa attraversare il mare della nostra vita. E allora è come pensare di coniugare insieme le varie parti di sé e dell’Altro e poter così, come in un rapporto d’amore, “inanellare il mondo”.