Guagnano, morì dopo una diagnosi errata: Asl e oncologo condannati a risarcire 1,3 milioni di euro


Dopo quasi vent’anni si chiude la vicenda giudiziaria sulla morte di una 58enne sottoposta a chemioterapia per un tumore inesistente. Il Tribunale di Lecce riconosce la responsabilità sanitaria

LECCE – Si chiude dopo quasi vent’anni la lunga vicenda giudiziaria legata alla morte di una donna di 58 anni di Guagnano, deceduta il 4 febbraio 2009 dopo le conseguenze di una diagnosi medica errata e di un trattamento terapeutico ritenuto non appropriato.

Il Tribunale civile di Lecce ha condannato in solido l’Asl di Lecce e un oncologo al risarcimento di circa 1,3 milioni di euro in favore dei familiari della donna, riconoscendo la responsabilità per il percorso diagnostico e terapeutico che avrebbe portato alla malattia e al successivo decesso.

La vicenda ha avuto origine nel 2004, quando alla paziente venne diagnosticato un presunto tumore al fegato. Gli accertamenti successivi hanno però stabilito che quella massa non era una neoplasia, ma un angioma benigno di grandi dimensioni.

Sulla base della diagnosi iniziale, la donna fu sottoposta per circa 33 mesi a un trattamento chemioterapico con 57 somministrazioni di mitoxantrone. Solo nel 2007 venne individuato l’errore diagnostico, mentre nel 2008 alla paziente fu diagnosticata una grave forma di leucemia, ritenuta collegata agli effetti della terapia ricevuta.

Nonostante il successivo trapianto di midollo osseo, la donna morì l’anno seguente a causa delle complicanze della malattia.

Nel procedimento penale, l’oncologo era già stato condannato per aver prescritto, secondo quanto accertato dai giudici, una terapia inappropriata con colpa grave. Le consulenze medico-legali hanno evidenziato che una corretta diagnosi differenziale avrebbe potuto consentire di riconoscere la natura benigna della lesione epatica, evitando alla paziente un lungo trattamento chemioterapico.

Secondo i periti, la terapia somministrata avrebbe determinato una grave mielodisplasia e una successiva leucemia mieloide acuta, risultate poi fatali. Gli esperti hanno inoltre evidenziato che il trattamento sarebbe stato protratto oltre i limiti indicati dalle raccomandazioni cliniche.

Nel giudizio civile sono state respinte le eccezioni di prescrizione presentate dalle difese. La giudice Caterina Stasi ha riconosciuto la responsabilità sia dell’azienda sanitaria sia del medico, disponendo il risarcimento per il danno biologico e morale subito dai familiari e per il danno trasmesso dalla vittima.

La sentenza mette così un punto finale a una controversia durata quasi due decenni, riconoscendo ai familiari della donna il risarcimento per le conseguenze di un percorso sanitario che, secondo il Tribunale, avrebbe potuto avere un esito diverso con una corretta diagnosi iniziale.