Settembre, tra speranze e inquietudini: un viaggio dentro l’animo umano, la cura e il bisogno di ritrovare la parola
SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI - Con il mese di settembre ricomincia l’anno lavorativo e scolastico, fatto di ideali, utopie, speranze e anche ansie e preoccupazioni per tutto ciò che non conosciamo dei giorni che verranno.
L’anno 2026 non è stato facile per niente, e credo per nessuno se osserviamo le guerre che hanno insanguinato e insanguinano la Terra, ma è stato un anno per me di riflessioni e meditazioni: un anno di maggese utile alla rigenerazione. Invero, per molteplici esperienze, ho avuto la possibilità di intravedere meglio la realtà del nostro animo umano che rimane però sempre un abisso e sconosciuto a noi stessi.
Spero di averlo visto nella giusta luce, comprese le inenarrabili crudeltà a cui assistiamo guardando dal divano di casa il piccolo schermo, del tutto anestetizzati: l’emergere massivo del preumano e del terrifico sulla scena della vita mi tormenta.
Eppure ognuno crede di essere nel giusto, ma non è mai giusto niente quando si vuole dominare l’Altro/a e quando si uccide o si invoca il suicidio assistito… la barbarie prossimo ventura.
I conflitti per denaro e potere insanguinano l’Europa, e non solo, perché degli eccidi in Africa pochi ne parlano. La parola non si pone più nella sua essenza in forma dialogica, mentre è stata inventata proprio per evitare il passaggio all’atto, come accade negli altri esseri viventi quando difendono il territorio. Ho visto combattere con più regole i gatti, se pur in maniera estrema, per la difesa del territorio e così tanti altri esseri viventi, comprese le piante che cercano spazi liberi per espandersi e salire al Cielo.
Ma non siamo piante o altro e, pur essendo fatti tutti della stessa sostanza con un unico principio, abbiamo una possibilità in più, e cioè quella di essere consapevoli dei nostri agiti. Forse però la consapevolezza non si può proprio raggiungere fino in fondo, perché significherebbe aver fatto un cammino dentro di sé come quello metaforico di Dante con la sua straordinaria Divina Commedia. Soltanto dopo aver preso coscienza fino in fondo del proprio inferno è possibile risalire a riveder le stelle. È ovvio che trattasi di discorsi simbolici, non mi si fraintenda, ma sembra che ora non ci siano più parole se non quelle dell’offesa che personalmente ho esperito quest’anno come molti.
E in questo anno che volge al termine (mancano solo circa tre mesi al 31 dicembre) ho avuto anche la possibilità di comprendere come, per esempio, i medici giovani o almeno non tutti, per fortuna, siano dietro le scrivanie in “dialogo” con i computer a trovare il protocollo adatto a determinate patologie: il paziente non viene assolutamente considerato nella sua dignità e sacralità di persona perché fa parte di un numero, tant’è che mi sembra che siano rari i medici che (in alcune corsie) entrano nelle sale delle terapie per chiedere come il paziente si senta. Rimane di solito lì seduto alla scrivania e forse bisognerà far sì che i medici di base possano, dopo le cure somministrate, seguire il paziente e parlargli. M. Balint ha affermato che il miglior farmaco è il medico, ma ora sembra non facile. Il paziente, se lo ricordino tutti, vuole solo il medico e non certo le psicologhe in corsia, colleghe pur brave ma forse non sempre utili ai pazienti, bensì ai medici, per un possibile sostegno nell’affrontare casi non facili.
D’altra parte, per esempio, il medico vero va in pensione dall’Ente di appartenenza, ma non certo dalla sua Identità di medico, come Ippocrate insegna, perché la mission è quella di curare e prendersi cura di coloro che soffrono, degli ammalati.
Ho avuto modo di constatare che l’egoismo e l’impossibilità di comunicare dominano sovrani e dunque trionfa la torre di Babele. In questo periodo così complesso, mentre in estate, in quei pochi giorni di vacanza, guardavo l’orizzonte dalle rive del mar Egeo a Creta, mia patria elettiva, ho sentito profondamente che il dolore attraversa il mondo e che coloro che uccidono sono assassini prigionieri di se stessi. Sentono di essere onnipotenti e invece sono impotenti perché incapaci di usare la parola che può unire i popoli, le generazioni, le civiltà senza passare all’atto. Ma il Dio Quattrino rende tutti servi del Potere.
L’arrivo in casa di un piccolo cagnolino (Aki) mi ha dato l’esatta percezione che siamo un unicum con tutto l’universo e che siamo tutti interconnessi, poiché proveniamo sempre da un unico principio e poi, secondo la propria natura e i compiti che ha in questo complesso ecosistema, ci si differenzia.
Nel Genesi il Signore separa perché poi solo nell’incontro fecondo può avere luogo la generatività. Noi invece omologhiamo e così l’infertilità in tutti i sensi, a cominciare da quella mentale, dominerà il mondo.
Signori e Signore,
rimbocchiamoci le maniche e insieme tentiamo di salvarci dal non pensiero, dall’asservimento al virtuale e alla IA. Questi sono solo un ausilio, ma non hanno cuore, sentimenti ed emozioni.
Eh già, Signori e Signore: è l’emozione la madre del pensiero, come afferma il noto psicoanalista I. Matte Blanco. Dunque non si ceda al dominio dei potenti e del mercato, ma ci si affidi alla possibilità di essere liberi e creativi, oltre che generosi. Buon anno lavorativo 2026/2027.
