Anche per Francesco Saverio Abbrescia il bicentenario della nascita

di Vittorio Polito - Il prossimo 12 luglio ricorre il bicentenario della nascita di Francesco Saverio Abbrescia (12 luglio 1813 - 9 novembre 1852), evento che segue a breve distanza di tempo quello della Bari murattiana.

Francesco Saverio Abbrescia veste l’abito talare a 17 anni. A 22 anni teneva scuola privata di lettere, esercitandosi nella difficile prova dell’orazione sacra. Canonico della Basilica di San Nicola e professore nel Liceo delle Puglia fu inserito tra i soci di varie Accademie tra cui l’Accademia Pontaniana.

Allora la Bari che viveva nel centro storico aveva una popolazione di circa 18mila abitanti, costretti a vivere nelle antiche mura medievali, tra 40 chiese, 20 confraternite, 12 monasteri maschili e 5 femminili. Una città industriosa con le sue strade, i suoi fondachi ed il molo ove risuonavano, oltre al dialetto barese, anche lingue di ogni nazionalità insieme alle policromatiche bandiere.

Le opere in lingua e in dialetto non si contano, oltre a numerose composizioni religiose. Il giovane canonico iniziò anche una composizione di un “Saggio di nomenclatura barese-italiana”,  con il proposito di intitolarlo “Le grazie della lingua italiana” ma, scrive Vito Antonio Melchiorre nel suo libro “Francesco Di Cagno Abbrescia – La vita e le opere” (Adda Editore),che è stato impossibile rintracciarne il manoscritto.

Vito Maurogiovanni (1924-2009) nel suo libro “Cantata per una città” (Levante Editori), scrive che a Francesco Saverio Abbrescia «dobbiamo il primo e vero impulso - nel lontano Ottocento - nella creazione di una poesia dialettale barese. Fu lui che le dette anima e cuore e scritture con uno svolgersi graffiante e insuperabile».

Senza entrare nel merito di come si scrive “correttamente” il dialetto barese, si può certamente affermare che oggi non c’è proprio nessuno in grado di documentare quale sia il «puro dialetto barese», se si eccettua quello che ha la paternità del canonico Francesco Saverio Abbrescia, come sostiene Pasquale Sorrenti (1927-2003), poeta, scrittore e giornalista, nella sua nota introduttiva alla quarta ristampa del volume di Antonio Dentamaro “Le rime baresi di F.S. Abbrescia” (Levante Editori). Lo stesso Dentamaro, riferendosi ad Abbrescia, scrive nel 1910: «…Unico seppe piegare la difficile dicitura del suo popolo alla fine misura del verso, vario e spontaneo, com’è dei rimatori più veri della prima letteratura dell’Italia meridionale».

«Nume tutelare del nostro dialetto, – scrive Sorrenti - Francesco Saverio Abbrescia è certamente uno dei grandi poeti dialettali in senso lato, da non sfigurare davanti a chicchessia. Forse a lui, creatore del nostro idioma, mancò l’accortezza di farsi avanti, e forse non volle sentirsi il primo. Uomo di grande modestia, ma non di piccola taglia, visto che era accademico di più accademie, poeta in lingua di stile manzoniano, ma non vogliamo gabbare nessuno, solo vogliamo dire che amava Manzoni e lo venerava, così come venerava il purista Basilio Puoti al punto da emularne la scuola linguistica e di fondarne nella sua Bari una scuola aderente al purismo, che crebbe magnificamente».

La città di Bari lo ha immortalato dedicandogli una strada al quartiere Madonnella.

Riporto, a mo’ di esempio, un sonetto di Francesco Saverio Abbrescia scritto nel suo dialetto barese per la morte di Maria Cristina di Savoia.



A la morte de Marì Cristine de Savoje


Già la Regine au Cijle se ne scì,
E u figghie a ffà nghè-nghè acchemenzò:
Jedde spezzass’u core se sendì,
E p’acchiesciue subte se veldò.


Cu chiand’all’ecchie au pijtte su strengì,
E che nnu vase su u acchendandò:
Figghie, non chiange chiù, po le decì,
Da te non ze ne và la Mamma tò.


Che ’ll’arie che tu jà da respirà
J vrazz’aperte jagghia corre a te,
E jorfanijdde mì non d’agghia fa.


Ce non de pozche dà la menna mè,
T’agghia menì da u Cijle a chenzegghià
Pe fatte jesse buene e sande Re.
--------
A ffà nghè-nghè = a piagnucolare; P’acchiesciue = per acchetarlo; A chenzegghià = a consigliare.

1 commenti:

  1. Eh sì, F. S. Abbrescia fu un grandissimo!... Un maestro, nel rispettare la metrica poetica!... Il sonetto endecasillabo soprascritto ne è un esempio lampante. Egli ebbe una creatività geniale. Sono fiero di aver pubblicato il mio primo libro, nel 170° anniversario dal suo esordio come scrittore dialettale (dettaglio che dimenticai di inserire nel mio libro). Inoltre fu proprio l’Abbrescia, a dare il via alla letteratura dialettale barese (che gran merito!). Onore a lui, dunque!... Purtroppo l’Abbrescia mi trova in disaccordo con l’uso errato ed incoerente che fece della “j”. D’altronde anche la lingua italiana, nel corso della sua esistenza, ha fatto un uso sbagliato ed incoerente della “j” (ad un certo punto, per fortuna, si decise di riparare agli errori del passato).

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