Panico, la poesia per uscire dal corpo estraneo

di Francesco Greco. ROMA – Versi duri, buttati giù d’istinto, con i sensi dilatati allo spasimo, la percezione tesa a cogliere il soffio possente della vita, la natura, il respiro dell’Universo che si esplicita nelle forme più varie e ispide metafore. “Improvvisi per macchina da scrivere” direbbe Manganelli.

   Mario Sandro Panico, pugliese (è nato a Racale, grosso e operoso centro del Leccese, nel 1956) trapiantato a Roma, manda in libreria un’opera assolutamente deliziosa qual è “preludio inverso” (scritto in minuscolo quasi a voler dire in maniera sommessa delle grandi verità), Edizioni Libreria Croce, Roma 2013, pp. 126,  € 14 (Collana “Stil Novo” diretta da Dante Maffia).

   E dunque, 77 poesie (numero, vedremo, non casuale), senza titolo, contrassegnate da numeri. “Fatemi bandir la storia del mio corpo / sbronza chimere in un esser mite non mite”. Due cose subito al nostro sguardo: la reinvenzione della lingua, come se quelle in uso fossero ormai esaurite di senso, sfatte dall’uso quotidiano sotto l’aspetto etimologico e quindi urge la necessità di reinventarne una nuova per dire ciò che opprime il cuore dell’uomo cristallizzandolo in un deserto di sale. E la centralità del corpo in cui l’uomo è prigioniero.  

   Lo stato fisico di Panico aiuta a capire i suoi versi: la storia del suo corpo illumina la sua poesia. Zuppa di particelle, delirio di atomi, coacervo di neuroni, gelidi pixel. Perché una condizione particolare non gli è servita come alibi per rinunciare alla conoscenza, al contrario, ne ha cercata avidamente, in modo divorante. Ha passato i primi anni della vita in istituti per tetraplegici dove ha ricevuto passivamente “una superficiale, frammentaria alfabetizzazione”. Nel 1977 (ecco spiegato il mistero) intuisce che deve uscire da una terra-gineceo, il Salento, il Sud, e se ne va a Roma “ospite di varie istituzioni”, sino al 1989. E’ la sua iniziazione alla vita, il mondo, i suoi misteri, la politica, l’economia, la conoscenza “globalizzante” (parola che gli piace molto: spunta da molte poesie, anche come critica a una realtà che ci spersonalizza riducendoci a guardoni, consumatori di cibi velenosi, di emozioni banali come burattini schizofrenici, disarticolati, paranoici: “Un mondo che dà un prezzo a tutto / profuma di Morte”). Intanto nel 1971 aveva cominciato, da solo, armato della forza di volontà, a praticare atletica leggera: Sandro è il primo disabile al mondo ad allenarsi su strada. Partecipa a gare insieme agli atleti “normali”. Nel 1977 è uno dei fondatori della F. I. S. H. (Federazione Italiana Sport Disabili). Nell’80 partecipa alle Olimpiadi per disabili di Harlem vincendo la medaglia di bronzo negli 800 piani. Diplomato all’Istituto d’arte (il ragazzo pugliese è anche pittore: sua la cover del libro: ha partecipato a 9 mostre), nel 1997 si laurea in Lettere e Filosofia (tesi: “La morte dei bambini nel Medioevo”). Sia nella poesia che nella pittura emergono echi degli studi in antropologia culturale.  

   Questo sostrato esistenziale (“Perché la neve scende anche se non c’è?”) mai somatizzato interiormente (“Perché / questo abisso?”), perché alieno alla sua vivacità intellettuale e che pure non condiziona affatto, all’incalzante sete di conoscenza (“prendo una scala /e vado sulla luna”), che supporta un sottosuolo dove i versi sono un mantra introspettivo vissuto con l’azzardo di capire il mondo e allo stesso tempo una password per entrare nei suoi codici più segreti, nello “sbaglio della Nostra Infinititudine”.

   Una poesia folgorata dall’ansia dell’infinito, del tutto, del possesso delle cose, la natura, l’anima, il tempo, l’universo. Scritta con i sensi tesi, la percezione che coglie il soffio dell’essere che si manifesta nelle più insospettate allegorie (Ooh / come è ammirevole il dolce e cinico / volo di una farfalla che mi saltella addosso). Col suo dolore (“lotta a spasmo fin dalla nascita”) che mai però diviene fuga dal reale, alla maniera dei cavalieri medievali, Panico sia apre un varco scagliando la spada nella roccia. La poesia diviene così un mezzo per dominare il proprio destino, sottomettendo gli dèi. Creandosi un lessico quotidiano: quello esistente non può dire dei suoi sussulti interiori: “M’imbuio”, “s’innasce”, “s’invola”, “l’im-mondo”, ecc. Aspetto colto bene dalla prefazione di Paolo Di Paolo.
 
   Panico è risalito alla nuda etimologia della parola, ha scavato sino a giungere alla loro essenzialità e solarità (“Stanno penetrando l’idea / fino all’osso e trapassano”) e a metterci a parte della loro potenza escatologica. “preludio inverso” riconcilia con la poesia necessaria, che lascia senza fiato e che trasuda lo stesso afflato d’infinito e di spossato dolore che emana da Holderlin, Keats, Dylan Thomas.