“Ho ucciso Napoleone”: la recensione
di Frédéric Pascali - La seconda regia di Giorgia Farina è un passo indietro rispetto ad “Amiche da morire”, la sua brillante pellicola d’esordio. “Ho ucciso Napoleone” è una commedia che resta soffocata dall’asfissiante e ingombrante presenza di tutti gli stereotipi tipici delle fiction televisive nostrane. La sceneggiatura,scritta dalla stessa regista con Federica Pontremoli, si dimostra labile e tornita di passaggi incompleti. La presenza di una sfilza di volti noti non basta ad occultare una serie di prove attoriali non eccelse, in primis quella della protagonista Micaela Ramazzotti,e il riscontrarsi di evidenti “fuori ruolo”.
Anita è una donna in carriera cinica e apparentemente molto sicura di sé. Fa la manager in una casa farmaceutica ed è l’amante di Paride, il suo capo. Il giorno successivo a una promozione, poco dopo aver scoperto d’essere incinta, le viene notificato il licenziamento.
Paride, già recalcitrante di fronte alla paternità imminente, appare l’unico sospetto per questa brusca interruzione di carriera. Per la vendetta Anita trova un aiuto insperato in Biagio, il timido legale dell’azienda, e nell’amicizia di un gruppo di donne costrette a vivere di espedienti. Alfine ottiene la sua rivincita e l’amore incondizionato di Biagio. Ma quando il lieto fine appare ormai scontato, si accorge di essere stata ingannata. Rimedierà anche questa volta.
“Ho ucciso Napoleone” è una pellicola priva di emozioni. L’evolversi dell’intera trama scorre in una leziosa, piatta e impalpabile linea narrativa nella quale ogni forzatura non fa altro che reiterare il senso di palese incompiutezza. In questo senso la fotografia di Maurizio Calvesi, asettica e fredda, non aiuta affatto. I movimenti della macchina da presa restano intrappolati in questa generale apatia e l’ordinaria amministrazione diventa un limite invalicabile. L’unico colpo d’ingegno è riservato al nome, mai tanto azzeccato, dell’ultimo pesciolino rosso presente sulla scena: Waterloo.
Anita è una donna in carriera cinica e apparentemente molto sicura di sé. Fa la manager in una casa farmaceutica ed è l’amante di Paride, il suo capo. Il giorno successivo a una promozione, poco dopo aver scoperto d’essere incinta, le viene notificato il licenziamento.
Paride, già recalcitrante di fronte alla paternità imminente, appare l’unico sospetto per questa brusca interruzione di carriera. Per la vendetta Anita trova un aiuto insperato in Biagio, il timido legale dell’azienda, e nell’amicizia di un gruppo di donne costrette a vivere di espedienti. Alfine ottiene la sua rivincita e l’amore incondizionato di Biagio. Ma quando il lieto fine appare ormai scontato, si accorge di essere stata ingannata. Rimedierà anche questa volta.
“Ho ucciso Napoleone” è una pellicola priva di emozioni. L’evolversi dell’intera trama scorre in una leziosa, piatta e impalpabile linea narrativa nella quale ogni forzatura non fa altro che reiterare il senso di palese incompiutezza. In questo senso la fotografia di Maurizio Calvesi, asettica e fredda, non aiuta affatto. I movimenti della macchina da presa restano intrappolati in questa generale apatia e l’ordinaria amministrazione diventa un limite invalicabile. L’unico colpo d’ingegno è riservato al nome, mai tanto azzeccato, dell’ultimo pesciolino rosso presente sulla scena: Waterloo.
