Matrimonio, divorzio, separazione: stato dell’arte e curiosità
di VITTORIO POLITO - Il termine matrimonio deriva dal latino ‘matrimonium’ e nell’antica Roma era un’istituzione fondata sul diritto naturale, definita come unione sessuale di un uomo e di una donna. Dal fatto poi che il matrimonio non si basi più sull’unione fisica ma sul consenso, derivano alcune importanti conseguenze, tra cui la legittimazione del divorzio, sia consensuale che su iniziativa di uno dei due coniugi.
Nell’antica società, il matrimonio si fondava su altre cose che non era l’amore, ma un’associazione tra due persone o tra due famiglie che contavano di risolvere problemi economici e sociali.
Il matrimonio, oggi, è il rito laico o religioso, nel quale un uomo e una donna manifestano la volontà di unirsi come marito e moglie. Qualcuno lo considera “tomba dell’amore”, altri “una prigione da cui si vorrebbe uscire”, per altri ancora “col vincolo matrimoniale finisce il vero amore e inizia un rapporto giuridico e di abitudine”. Raramente è visto come un rapporto felice per la coppia.
Secondo un testo indiano: «Con un matrimonio legittimo una donna acquista le stesse qualità dello sposo, simile al fiume che si perde nell’oceano e, dopo la morte, è ammessa nello stesso paradiso celeste». Per il filosofo tedesco Kant, invece, è «L’unione di due persone di sesso differente in ordine al possesso reciproco delle loro facoltà sessuali per la durata di tutta la vita», mentre, per San Giovanni Crisostomo «È l’immagine non di qualcosa di terrestre, ma di celeste».
Franco Martino, avvocato, per dissipare dubbi e false aspettative, pubblicò nel 1996, l’interessante volume “Matrimonio e divorzio nell’Ottocento barese tra leggi e consuetudini” (Levante), nel quale ha voluto dare un rilevante contributo all’arricchimento culturale, tramandando ai posteri le antiche consuetudini baresi al tempo della dominazione longobarda e codificate successivamente da giuristi baresi intorno al XIII secolo.
Martino scrive, tra l’altro, “dell’ambasciata”, quella consuetudine seguita nel passato, rivolta a porre in contatto due famiglie per valutare la possibilità di un matrimonio e quando questa mancava si ricorreva all’espediente della fuga o della “scesa”.
In altri tempi la fuga (fuitina) si faceva per costringere le famiglie, contrarie alla unione dei ragazzi, ad accettare il matrimonio riparatore o per giustificare la celebrazione di nozze senza festeggiamenti costosi. La “fuitina” si faceva anche per motivi economici, eliminando ogni dubbio circa l’eventuale povertà dei ragazzi e dei loro genitori. Oggi con le convivenze e l’assoluta libertà, la “fuitina” non serve più!
Nell’ambito delle figure e delle tradizioni del matrimonio barese dell’ottocento, egli scrive del rito del fidanzamento barese, del compare di nozze, del sensale (intermediario del matrimonio), del clero, del corteo nuziale, dell’arredamento, del banchetto di nozze, dell’importanza degli oggetti d’oro, del corredo, del “fazzoletto alla turca” (un fazzoletto di lino bianco che in caso d’uso assumeva una forma triangolare e si indossava per far passare il mal di testa), ed anche... della verifica della verginità della sposa e dei metodi per ingannare “la comare”.
Grazia Stella Elia, già docente, appassionata di poesia in lingua e vernacolare, autrice di molte pubblicazioni tra cui il corposo “Dizionario del dialetto di Trinitapoli”, evidenzia il suo particolare interesse di studio per le usanze della sua terra. Nel suo libro “Il matrimonio e altre tradizioni popolari (entrambi di Levante), scrive del matrimonio di ieri e di oggi, nella sua terra, Trinitapoli. Prima regola era quella che le unioni dovevano avvenire nell’ambito socio-economico di appartenenza, senza dimenticare che data, l’importanza del matrimonio, l’unione attribuiva all’uomo il controllo e la dominazione della donna (?).
Oggi di matrimonio tradizionale, si parla sempre meno, si va sempre più verso la convivenza, le unioni civili, e i cosiddetti “matrimoni omosessuali”. Anche del divorzio, introdotto in Italia nel 1970, se ne parla sempre meno. Esso prevede lo “scioglimento del matrimonio” nel rito civile” o “la cessazione degli effetti civili” nel rito concordatario, cioè quello celebrato con rito religioso, che è definitivo. Mentre con la separazione si sospendono gli effetti del matrimonio, ma non lo stato di coniuge, che è mantenuto, con il divorzio si perde lo status di coniuge e ci si può risposare, mentre la donna perde il cognome del marito.
E ricordate che secondo Oscar Wilde: “Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi”.
Nell’antica società, il matrimonio si fondava su altre cose che non era l’amore, ma un’associazione tra due persone o tra due famiglie che contavano di risolvere problemi economici e sociali.
Il matrimonio, oggi, è il rito laico o religioso, nel quale un uomo e una donna manifestano la volontà di unirsi come marito e moglie. Qualcuno lo considera “tomba dell’amore”, altri “una prigione da cui si vorrebbe uscire”, per altri ancora “col vincolo matrimoniale finisce il vero amore e inizia un rapporto giuridico e di abitudine”. Raramente è visto come un rapporto felice per la coppia.
Secondo un testo indiano: «Con un matrimonio legittimo una donna acquista le stesse qualità dello sposo, simile al fiume che si perde nell’oceano e, dopo la morte, è ammessa nello stesso paradiso celeste». Per il filosofo tedesco Kant, invece, è «L’unione di due persone di sesso differente in ordine al possesso reciproco delle loro facoltà sessuali per la durata di tutta la vita», mentre, per San Giovanni Crisostomo «È l’immagine non di qualcosa di terrestre, ma di celeste».
Franco Martino, avvocato, per dissipare dubbi e false aspettative, pubblicò nel 1996, l’interessante volume “Matrimonio e divorzio nell’Ottocento barese tra leggi e consuetudini” (Levante), nel quale ha voluto dare un rilevante contributo all’arricchimento culturale, tramandando ai posteri le antiche consuetudini baresi al tempo della dominazione longobarda e codificate successivamente da giuristi baresi intorno al XIII secolo.
Martino scrive, tra l’altro, “dell’ambasciata”, quella consuetudine seguita nel passato, rivolta a porre in contatto due famiglie per valutare la possibilità di un matrimonio e quando questa mancava si ricorreva all’espediente della fuga o della “scesa”.
In altri tempi la fuga (fuitina) si faceva per costringere le famiglie, contrarie alla unione dei ragazzi, ad accettare il matrimonio riparatore o per giustificare la celebrazione di nozze senza festeggiamenti costosi. La “fuitina” si faceva anche per motivi economici, eliminando ogni dubbio circa l’eventuale povertà dei ragazzi e dei loro genitori. Oggi con le convivenze e l’assoluta libertà, la “fuitina” non serve più!
Nell’ambito delle figure e delle tradizioni del matrimonio barese dell’ottocento, egli scrive del rito del fidanzamento barese, del compare di nozze, del sensale (intermediario del matrimonio), del clero, del corteo nuziale, dell’arredamento, del banchetto di nozze, dell’importanza degli oggetti d’oro, del corredo, del “fazzoletto alla turca” (un fazzoletto di lino bianco che in caso d’uso assumeva una forma triangolare e si indossava per far passare il mal di testa), ed anche... della verifica della verginità della sposa e dei metodi per ingannare “la comare”.
Grazia Stella Elia, già docente, appassionata di poesia in lingua e vernacolare, autrice di molte pubblicazioni tra cui il corposo “Dizionario del dialetto di Trinitapoli”, evidenzia il suo particolare interesse di studio per le usanze della sua terra. Nel suo libro “Il matrimonio e altre tradizioni popolari (entrambi di Levante), scrive del matrimonio di ieri e di oggi, nella sua terra, Trinitapoli. Prima regola era quella che le unioni dovevano avvenire nell’ambito socio-economico di appartenenza, senza dimenticare che data, l’importanza del matrimonio, l’unione attribuiva all’uomo il controllo e la dominazione della donna (?).
Oggi di matrimonio tradizionale, si parla sempre meno, si va sempre più verso la convivenza, le unioni civili, e i cosiddetti “matrimoni omosessuali”. Anche del divorzio, introdotto in Italia nel 1970, se ne parla sempre meno. Esso prevede lo “scioglimento del matrimonio” nel rito civile” o “la cessazione degli effetti civili” nel rito concordatario, cioè quello celebrato con rito religioso, che è definitivo. Mentre con la separazione si sospendono gli effetti del matrimonio, ma non lo stato di coniuge, che è mantenuto, con il divorzio si perde lo status di coniuge e ci si può risposare, mentre la donna perde il cognome del marito.
E ricordate che secondo Oscar Wilde: “Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi”.
