LIBRI. 'Rossini, la musica del cibo', e del cuore

di FRANCESCO GRECO - Cos'è mai il celebre “crescendo” rossiniano se non una solare metafora dell'amplesso? E i buoni cibi? Non sono forse eros allo stato puro? Se partiamo da tali postulati, la cortigiana Olympe rammenta la leggerezza delle donne di Cechov, la solarità delle protagoniste di Isabel Allende, la sensualità onnivora di quelle di Garcìa-Màrquez.
 
E' una sorta di “pretty woman” (“si era ritrovata a riscaldare le lenzuola di uomini ricchissimi”, “In lei c'era l'anima di un gatto”, “Sognava di incontrare un uomo che la amasse con la forza di un sentimento travolgente...”) redenta dall'amore (“qualcosa di alchemico”, “dipendenza assoluta”) per il compositore di Pesaro Gioachino Rossini, archetipo dell'uomo mediterraneo che gode a pieno, e fino alla fine, i piaceri della vita (“senza di lei gli mancava l'aria”) e s'innalza nell'iperuranio con l'estasi della creazione, dettata dal misticismo con l'avanzare dell'età (“l'irresistibile sentimento del riposo”, “Mi lagnerò tacendo della mia sorte amara”), in armonia con lo spirito del tempo.
 
Entrambi (“le chat blanc”, “le chaton”) dilatano all'estremo la percezione, il senso estetico del proprio tempo (partendo da umili origini, “era diventata una donna di successo e molto ricca”, “aveva il temperamento di Giovanna d'Arco”), trasfigurandosi in intriganti algoritmi, pregne allegorie di un tempo irripetibile, di creatività e sensualità, di “desiderio di immortalità”, solcato dalle passioni e intriso di bellezza, ideali alti e valori nobili vissuti con trasporto, creatività e sensualità (“Mangiare e amare, cantare e digerire”), sospeso fra Romanticismo e Decadentismo. L'uomo avido di modernità, di sfide eccitanti, scosso dalla febbre del dare forma a ciò che si agita nel suo cuore, gli orizzonti sconfinati che la mente può osare.
 
“Rossini, la musica del cibo”, di Ketty Magni, Cairo Editore, Milano 2017, pp. 220, euro 15, è tutto questo sovrapposto con rara maestria, e altro ancora: romanzo dal plot della love story, ma anche storico e politico (benché Rossini la eviti come la peste), architettura sociale e declinazioni socio-antropologiche, scansione polisemica dell'Europa partorita dal Rinascimento, i Lumi, la rivoluzione industriale, sino alla soglia dell'unità, l'atomizzazione degli imperi, le corti, dell'anima dell'uomo, humus fertile dove poi butteranno le perfide radici orrori, tragedie, negazioni d'ogni sorta.  
 
A volerlo vedere, poi, nel romanzo c'è il baluginare della psicanalisi in nuce: il rapporto edipico (“il calore esclusivo”, “aveva perso il punto fermo, l'essenza della vita stessa”, “amorevolmente severa, come mia madre”) di Rossini con la madre Anna. Tenerissimo il padre (o no?) del compositore, il Vivazza e la modulazione di complicità fra i due: rimanda al Fellini di “Amarcord”.
 
Ma anche un'ode sottintesa all'italianità (“affetto e calore italico”), oggi così in ombra. In un tempo volgare e rozzo, segnato dagli ipercorpi e dal photoshop, fa bene ricordare che abbiamo dato i natali a Caravaggio e alla Gentileschi, a Fellini e De Sica, Carmelo Bene, ecc.  
 
Mano ferma, una prosa sicura, sobria, elegante, ricca di echi e illuminazioni, di energia maieutica e di luce pura, violenta, indagatrice dell'animo e del suo sottosuolo oscuro, genialità e debolezze (Balzac “Non fossi mai nato!”, Wagner, Beethoven, Chopin), vite ellittiche e sregolatezze (Dumas padre, “Tutti per uno, uno per tutti”, Clara Shumann), padrona della storia che racconta, dello spessore psicologico dei personaggi (importantissimo quando ci si approssima ai secoli passati), degli sfondi storici e paesaggistici: da Parigi a Bologna, Firenze, Napoli, Venezia. E' il secolo di Leopardi e Paganini, Nicola I e Ferdinando II, Schopenahuer e Voltaire, George Sand e de Musset, Bellini e Verdi, Pio IX e Vernet, Delacroix e Schumann.
 
Ketty Magni ci fa respirare l'aria di un'epoca convulsa, “un'eco di eternità”, e fra istinti conservatori (“questi cambiamenti repentini mi terrorizzano”, “una civiltà rivolta al vapore, alla rapina e alle barricate”, Rossini) rivoluzioni, restaurazioni e pulsioni escatologiche, ci fa entrare, come alla playstation, nella sua barocca complessità, nelle sue dinamiche più segrete.
 
Dopo “Il principe dei cuochi” (2011), “Il cuoco del Papa” (2013) e ”Arcimboldo, gustose passioni” (2015), in questo nuovo affresco la scrittrice europea si conferma una delle voci più originali e possenti della narrativa del XXI secolo, in stand-by per la posterità.
 
In appendice la filosofia minima sul cibo di Rossini Giano bifronte, un pò Aristosseno un pò Apicio, “immortale attraverso la sua musica” (sapevate che era calvo?, che Dorè fu un baritono niente male?), le sue idee sul vino, il tartufo (“apprezzato dalla buona società parigina che aveva educato il palato al lusso”), le uova, i maccheroni, i cocktail, ecc. (“si infilava nelle cucine, curioso di carpire i segreti”, “ogni buon piatto mi ispira qualcosa”, “Lo stomaco è il maestro di cappella che governa la grande orchestra delle passioni”). E alcune ricette che un cuoco autodidatta, senza il crisma di Masterchef e lontano dall'eresia della cucina molecolare che moltiplica pani e pesci, come dall'integralismo vegano, potrà realizzare. Ascoltando la musica dei cibi, che è anche la sinfonia del cuore dell'uomo, in un'osmosi di sensualità e delirio.

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