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Libri: Lo scrittore? Deve sapere cos’è lo Zen


di FRANCESCO GRECO - Se non avete letto i “Racconti di Natale” di Charles Dickens non potere fare gli scrittori (manco aps), posto che ne abbiate voglia: vi aspetta l’oblio. Se ignorate il Leopardi politico (non quello sdolcinato della donzelletta che vien dalla campagna), non scrivete versi: arriverà il dileggio dei contemporanei e dei posteri.

Ma non prendete in mano i pennelli se non avete mai visto una mostra di Manet e di Monet: sareste un sacco dozzinali, croste da arredo di un studio legale (e anche l’informale sarebbe un azzardo).
 
Idem con la filosofia, attenti: non basta Aristotele più di Platone, Confucio più di Avicenna, fareste solo il verso all’accademia, porte già sfondate.

E con i saggi storici: non ci provate senza aver metabolizzato il “De bello gallico” e poi Senofonte. E l’economia: Adam Smith più di J. M. Keynes.
 
Se avete ancora voglia di sputtanarvi agli occhi di chi verrà dopo di noi, il resto ve lo dirà Ray Bradbury in “Lo Zen nell’arte di scrivere” (Libera il genio creativo che è in te), Piano B Edizioni, Prato 2018, pp. 160, euro 15,00.
 
E’ una sorta di manuale per aspiranti scrittori in cui Bradbury (romanzi, racconti, poesie, saggi, teatro, cinema) vi suggerirà di andare “come una pantera dove dormono le verità sepolte”, a dar voce “alla bestia bella e  dorata che hai nascosta dentro”, a “vedere la bellezza e percepirne l’imperfezione”, a portare “l’impronta del pollice di Dio!”.
 
Ma sottotraccia vi svelerà anche se si scrive prima o dopo i pasti, prima o dopo il sesso e anche che alla fin fine si parla sempre e solo di se stessi, della propria vita. Nella stolta illusione di conoscerla bene, e di conoscersi bene.
 
Ma sarà il tempo a dire se avevate a sufficienza “energia, ritmo, passione, semplicità”, o se siete solo volgari impostori di cui si riderà nel 2150, anche su Marte...