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Semantica del cibo e dintorni

FRANCESCO GRECO - Non è da oggi (ma forse è sempre stato così) che il cibo trasfigura un grumo semantico denso come i colori del Caravaggio, che ognuno di noi riempie con i significati derivanti dalla propria cultura e sensibilità, o soltanto per capriccio. 

Nell’antica Roma c’era differenza fra le mense sontuose, sconfinate di Apicio l’esteta e quel che nella suburra le popolane mettevano a tavola.

Passando per Gargantua e Pantagruel, e per Pellegrino Artusi, siamo arrivati ai palinsesti delle tv zeppi come l’uovo di cuochi e cibi a ogni ora (food blog, foodies e dintorni) del giorno. Col risultato evidente che sono aumentate le patologie micidiali: diabete, colesterolo, malattie cardiovascolari, neoplastiche, ecc. E sarebbe curioso stabilire i dati oggettivi sulla relazione fra le due cose.

Qualche chef diventa una star, qualcun altro è ascoltato come l’oracolo di Delfi e s’atteggia a divinità. Ma le vere divinità erano le nostre mamme, o nonne, che senza i loro consigli hanno svezzato e fatto crescere sani 7-8 figli. 

E siccome la scuola di massa significa creatività diffusa, ci siamo migliorati pensando di aver inventato quel che forse è sempre esistito (per scelta o necessità): la cucina vegetariana, l’ortodossia vegana, le suggestioni della molecolare, il km zero, i piatti della nonna e via “inventando”. Contrappuntati  da periodiche campagne dettate dal terrorismo: il sale fa male, attenti allo zucchero, occhio ai troppi caffè, sono un rischio, buoni con le uova, ecc. 

Ma anche per i cibi vale quel che Seneca diceva dei suoi tempi, nel senso che non c’è nulla di nuovo sotto il sole (a Pompei c’era già lo street-food, e forse presso altri popoli), anche se bisogna ammetterlo: i cibi svelano di noi più di quel che vorremmo dire.

Accade anche nel saggio di Rosalia Cavalieri “Gastronomia consapevole” (Istruzioni per l’uso), il Mulino, Bologna 2020, pp. 190, euro 15,00 (Collana “Intersezioni”), dove, usando una password esistenzial – filosofica non priva di autocompiacimento, la prof. (docente di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Messina) e attingendo a un’ampia bibliografia (da Simmel a Barthes, passando per Aristotele e Papa Francesco, Lévi-Strauss e Ippocrate), riflette su gesti che ogni giorno, da secoli, facciamo in automatico: cucinare il cibo, condividerlo, produrlo, nutrirsi, assaporarlo e quant’altro. In sostanza ne rimodula la filologia in un’ottica politicamente corretta.

E tuttavia si tratta di un’estetica, una sociologia, un’antropologia geograficamente limitate ai meridiani dove si buttano tonnellate di cibo, che lascerebbe indifferente i paralleli dove ci si nutre di una scodella di riso al giorno, la vita media è di 40 anni e dove da sempre (la Grecia di Pericle non poteva sfamare tutti, da qui le centinaia di colonie nel Mediterraneo) si emigra per tentare di nutrirsi decentemente: puro l’istinto di sopravvivenza.

A questi si riferiva la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nel 1948 (“accesso fisico ed economico a un cibo sano, sicuro e nutriente…”), concept rafforzato dal World Food Summit del 1996, dove i governi – dice la prof. – sancirono solennemente che entro il 2015 si sarebbe dimezzato il numero di chi soffre la fame. Proposito ancora irrobustito nel 2000 dall’ONU con la “Millennium Declaration”. 

Rimasto carta straccia: ci sono al mondo 800 milioni di persone a cui un’alimentazione dignitosa è negata ex abrupto. Intanto continuiamo a sprecare il cibo e. somma beffa della Storia, con la pandemia andiamo a riprendercelo in coda alle mense della Caritas, al Pane Quotidiano, ecc. 

Nel frattempo la sociologia buonista quanto fasulla ci assicura che col virus siamo diventati più buoni; la vita d’ogni giorno dice l’esatto contrario: siamo lupi agli altri uomini. A cui continuiamo a negare il cibo e a rubar loro anche le briciole.