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Il senso delle intersezioni: la recensione

DELIO DE MARTINO - Un cuore disegnato tra le intersezioni di due linee è l’immagine di copertina del primo romanzo di Gianluca Galotta, intitolato proprio Il senso delle intersezioni (Graphofeel, Roma, 2021). Galotta, dottore di ricerca in Scienza filosofiche e sociali classe 1983, fa parte di quella generazione che è cresciuta con il mito della globalizzazione, di quei ragazzi della “generazione Erasmus” che grazie alla propria cittadinanza globale avrebbero dovuto conquistare e cambiare il mondo. Ma le promesse di “magnifiche sorti e progressive” si sono scontrate con la propria nemesi. Le aspettative di questo mito postmoderno si sono infrante insieme alle torri gemelle proprio all’inizio del nuovo millennio. Così i cosiddetti millenial, dopo trent’anni di sacrifici e globalizzazione, si sono scoperti all’improvviso cittadini del nulla, senza una vera “terra dei padri” e allo stesso tempo sradicati dal tessuto sociale, senza un vero ruolo nella società e con prospettive per il futuro che non andavano oltre un precariato esistenziale di cui era difficile vedere la fine.

Nel romanzo l’autore racconta con efficacia questo disagio attraverso la vicenda, dai molti tratti autobiografici, di Gianni, giovane filosofo che, per motivi familiari si divide tra due realtà: Bari, dove studia, e il paese abruzzese, dove abitano i nonni. A Bari trascorre quasi tutto l’anno mentre a Rivisondoli trascorre le festività. Ma in entrambi i centri non riesce davvero a mettere radici e si sente condannato ad una perenne sensazione di estraneità. Mare e montagna, sud e centro, modus vivendi montanaro e marittimo sono per lui all’origine di un senso di spaesamento che lo affligge ovunque si ritrovi, che lo priva di un senso di appartenenza sia nei confronti del capoluogo pugliese che del paese abruzzese. Unico trait d’union che intravede tra i due mondi è San Nicola, patrono di Bari e santo a cui è dedicata la parrocchia della piazza del paesello. Ma anche in questo caso le differenze gli provocano un senso di straniamento: il santo si festeggia in giorni e in maniera diversa e persino sulle rispettive statue è rappresentato con un colorito opposto. Piuttosto per il protagonista il vero sogno sarebbe riuscire a diventare come la Madonna della Portella, che, trasportata da un contadino durante la transumanza nel tratto Foggia-Celaro, divenne così pesante da non poter più essere spostata. Di fronte a una globalizzazione che tende ad annientare il radicamento e l’identità, Gianni vorrebbe dunque mettere radici come quella effigie.

L’unica soluzione per ritrovare un senso alla frammentarietà della propria esistenza è affidarsi al racconto del nonno e dello zio. Sono loro che, quando Gianni arriva a Rivisondoli per le festività natalizie, seduti a tavola, attraverso un affascinante “racconto nel racconto”, aiutano a dare significato a quelle montagne altrimenti anonime. La narrazione degli anni più travagliati della seconda guerra mondiale e della successiva resistenza finalmente carica di significati tutti i luoghi, sia pugliesi che abruzzesi, che fino a quel momento gli erano parsi sbiaditi e fonte solo di tormento.

Insomma, come afferma Raffaele Nigro, in un’Europa malata di Alzheimer, che ha dimenticato il proprio passato solo la storia, come magistra vitae, può ridare senso al mondo e ricomporre una frammentarietà, fisico-geografica ma ancor più psicologica, che tormenta l’animo dei giovani. Il metaracconto dei nonni, dell’epoca dell’occupazione nazista, di come i paesani fuggirono e combatterono per riottenere la libertà, di come per la prima volta gli sfollamenti obbligarono gli abruzzesi a spostarsi in Puglia riflette come in uno specchio anche la prima forma di globalizzazione bellica del ’900 che obbligò popoli interi a spostarsi così come oggi il mercato del lavoro crea il fenomeno dei cervelli in fuga.

Ma le intersezioni del protagonista si costruiscono non solo con i discorsi dei parenti ma anche attraverso un lavoro di ricerca: Gianni effettua delle ricerche al sacrario di Bari sia nell’archivio digitale che nel museo per integrare e verificare il racconto del nonno con una ricerca più personale. La storia infatti non basta ascoltarla, ma come la libertà, perché faccia parte della propria identità, bisogna ricercarla e riscriverla attraverso i propri occhi e i propri sforzi.

Il romanzo termina con una nuova intersezione, quella della caput mundi Roma, dove il protagonista ma anche l’autore, si è spostato per motivi di lavoro. Le radici le troverà proprio nella città eterna, la più ricca di storia al mondo. Un luogo dove finalmente mettere radici anche grazie a un sentimento che corrisponde al palindromo e nomen secretum della città eterna: Roma-Amor.