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Le mille e una storia di Puglia


FRANCESCO GRECO -
Catturare sulla carta l’anima inquieta e barocca di una terra misteriosa, la Puglia, polisemica per vocazione (infatti si diceva, e non a caso, le Puglie), sospesa storicamente fra due mondi e culture: Oriente e Occidente, Europa e Africa, nord e sud del mondo, è impresa non facile. 

Per millenni essa ne ha incarnato la contaminazione e la sintesi. Ma pare quasi che, pudica, non voglia svelarsi all’indigeno o al forestiero, cosa che bisogna accettare come postulato per avvicinarsi all’arcano.

Cuore vivo e ricco del Mediterraneo, stratificazione di popoli, culture, etnie, oggi (diciamo dall’unità d’Italia) sospinta ai confini insignificanti dell’Impero, nella negazione del tutto (la Puglia si sta desertificando). Da Schipa a Bodini e Carmelo Bene, ci tentarono in tanti, restituendoci forse solo una faccia d’una complessità ontologica, avvinta al dna.

Riesce a restituirci tanta complessità la quarta edizione dell’antologia di dieci autori assemblati in “Puglia quante storie” (La bellezza della terra e della cultura pugliese raccontata da dieci scrittori), Lecce 2021, pp. 228, 21 € (collana di narrativa “Ermes”), proposta dall’editore leccese “I libri di Icaro” (prefazione di Andrea Martina, il 13 luglio è stata presentata a Lecce).

Sono microstorie allineate a comporre un puzzle identitario, magicamente tessute  come ragnatele attorno a specificità culturali definite, topoi sedimentati nel tempo. 

Sospese fra un sontuoso passato patriarcale e rurale mitizzato che, anche inconsciamente, resta imbrigliato nei geni e nella lingua e un presente pregno di epos che gli scrittori cercano ansiosamente e restituiscono in una prosa colma di luce e di energia. 

Perché nell’altro secolo tutto era rito e mito, tutto era allegoria nuda, senza necessità di decodificazione. Il sangue segna l’universo femminile nel delizioso “L’incauto affare” (Marianna Burlando), col matrimonio di Lucia, ma a restare incinta è la gemella... E la gelosia di Pippi ne “La festa dei tonnaroti”, di Giuseppe Albahari. Ma archetipo è anche la storia di Martina ne “Il sole ovunque”, di Angela Fumarola: una solarità interiore che abbaglia. 

Molta importanza è data al dialetto, la lingua del passato (appresa col latte materno), usata per affermare una derivazione geografica ma anche emotiva “Comu sarebbe? Proust tenia le madeleine e io no pozzu tenire le sibille?” (Maria Luisa Stomeo nell’incantevole “Erro, quindi sono”), come ne “Il mare addosso” (Corrado Vecchio) dove due giovani pescatori combattono col mare in tempesta e poi vanno a ringraziare San Foca.

Il dialetto è un espediente per rafforzare la propria percezione al mondo, ma anche evitare ogni crasi generazionale, restare collegati alle radici, la memoria, la koinè, senza salti nel 2-0 dove siamo tutti uguali, e infatti questo mondo straniante resta fuori dai racconti, e non per caso, perché, se il presente confonde e omologa, il rifugio nel passato rassicura, e il passato è anche il coraggio di Cici e Narduccio. 

Dalla Capitanata al Salento, passando per la Valle d’Itria, ognuno rielabora il passato che scorre quieto nel suo animo, il senso di appartenenza e di convivenza coi suoi format culturali: una forza che ha consentito all’uomo di non soccombere e anzi di essere orgoglioso dei suoi avi. 

I racconti rimodulano il vissuto in senso dialettico, su un pentagramma di sentimenti: dalla gelosia di Pippi per la giovane moglie, al fidanzamento del padre di Mario Blasi ostacolato dalla famiglia (“L’uomo col bastone”), all’aia dove balla Lucia guardata da un uomo che la desidera e già lo sguardo è catena e malia. E infatti si presenta a casa e col padre, stabilisce le nozze mentre i nonni tacciono davanti al fuoco e la ragazza ricama arabeschi in apparenza assente.

Il vissuto ma anche la storia, come fa Matteo Piccirilli con la storicizzazione delle elezioni del 1948 al suo paese, nel Foggiano e Alberto Rescio con un fatto di sangue del 1909 avvenuto in un Salento povero e arcaico. Dal particolare all’universale (“Lui, un cacciatore”, di Enrico Ignone), lo sguardo arriva ai giorni sospesi dal coronavirus, con Enza Piccolo in “Nessuno si salva da solo”.  

   Se si voleva comporre un affresco etnico universale, un dizionario sentimentale, un canovaccio di rapporti economici, il concept è riuscito. Dai racconti infatti si indovina la composizione sociale, le tradizioni, la ritualità, la spiritualità, la socialità del mondo di ieri che rivive nell’oggi (la Stomeo va a Londra) e si consegna alle generazioni in progress affinché elaborino un futuro a misura d’uomo, stabilito che il 2-0 è alienante, elitario, solipsistico e il contesto è avverso per chi nasce da queste parti.

   Narrazioni che vagheggiano il Mezzogiorno dell’altro secolo, dove eravamo tutti utili e finanche preziosi e si direbbe anche felici, magari senza saperlo. La gioia di vivere del padre di Blasi nonostante la disabilità è, a ben vedere, quella di un universo tenuto insieme da una forza misteriosa che agisce dietro al suo sorriso. 

Un dolce fuoco prometeico a cui ci si scalda commossi di gioia e tenerezza, consapevoli della grandezza che scorre in noi, appartenenti a un’umanità che si rinnova anche col mettere a nudo le proprie radici.