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Sostiene Cristicchi

 

FRANCESCO GRECO - Cita Gandhi, Einstein e Calvino. Oltre ai saggi cinesi, indiani, africani, le filosofie dolci, introspettive dell’Oriente. 

Abituati ai cantanti eccentrici, che si affidano al look volgare per stupire e distrarre dal vuoto estetico e forse anche esistenziale, fra quelli che frequentano i talent e i salotti tv, le falangi di chitarrosi, come li chiamava Saviane, che ci provano senza avere nulla da comunicare, un minimo mondo interiore, solo abbacinanti deserti infiniti. 

Ma anche a scrittori dalla prosa impervia e di genere, che si appoggiano all’ideologia e la militanza (spesso all’invettiva) per non cadere, si è felicemente sorpresi da Simone Cristicchi il filosofo, dal suo mondo ricco di input e contaminazioni, di sintonie con l’universo, la sua visione dialettica della vita, gli altri intorno, i popoli, le culture. 

Va per monasteri, si adagia nei loro silenzi, assapora la dolcezza dell’istante (“mi stavo de-robottizzando e de-umanizzando”), incontra le ”sorelle” per scoprire che hanno dubbi come lui. 

Cerca i sapienti (religiosi e laici) che si sono dati mission faticose nel mood di spiritualità ispide, tormentate, ma vive (“Non si può descrivere l’emozione di essere utili a qualcuno”). 

E gli accadono cose curiose, come quando la madre Luciana si riprende da una brutta malattia sorprendendo i medici, o la sera del concerto per Maria Sole, bimba volata in cielo ad appena 8 anni.  

Una intellettuale del popolo nel cuore del XXI secolo, orfano di padre a 10 anni, che un giorno trovò una chitarra polverosa in soffitta, allievo del maestro Benito Jacovitti (quello dei salami), che a teatro, con “Li Romani de la Russia” ogni sera trova un reduce che gli racconta la sua storia.

Con una visione personale, intima della vita, che è bello e rilassante scoprire, pagina dopo pagina, in “HappyNext” (Alla ricerca della felicità), La nave di Teseo, Milano 2021, pagine 192, euro 15,20.

Sostiene Cristicchi che la felicità è possibile, hic et nunc: basta cercarla, uscire dalla follia in cui ci hanno scaraventati nostro malgrado, rallentare, cambiare modulazione all’idea che abbiamo del tempo (che implica infinte patologie), poiché, forse non ce me accorgiamo ma viviamo “un tempo falso, inumano, senza schema progressivo”, da cui “ci lasciamo invadere”. Purtroppo per noi.  

Ostaggi degli algoritmi che ci hanno ridotti a volgari consumatori, ben profilati, che hanno rimodulato la gerarchia dei valori, inducendoci a inseguire “l’irrisorio” per trascurare quello che davvero conta: fermarsi a guardare l’alba, il tramonto, a parlare con chiunque perché ognuno può darti ricchezza.

Dovremmo, aggiunge Cristicchi, imparare l’arte dell’incanto, mettendo di lato l’egoismo, il nostro turgido io, plasmato dalle esiguità del tempo che ci è toccato in sorte, “presentarci come un campo arato, pronti ad accogliere i semi di bellezza e conoscenza che chiunque può spargere. Tutti ci possono insegnare qualcosa…”.

Forse la chiosa finale del paesologo Franco Arminio poteva risparmiarla: nulla aggiunge e nulla toglie alla forza prometeica, escatologica del libro. 

La storia dei popoli è fatta di migrazioni, è blasfemo, suicida restare al paesello a 300 euro al mese dopo la marchetta al politico e dopo laurea e master: chiaro che Berlino e Londra sono miraggi seducenti, ma la colpa è della miseria della politica spazzatura, cieca e autoreferenziale, che sta desertificando i piccoli centri, ridotti a ospizi diffusi, a cimiteri, preda di un consumismo straccione, non di chi butta due cose in un trolley e se ne va.