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Araldica, stemmi e storia



VITTORIO POLITO - L’araldica, è la disciplina che studia gli stemmi nobiliari in generale, e secondo riti antichi, permette di leggere storia, vicende, matrimoni, eventi e glorie del passato, spesso meglio che dai documenti ufficiali.

Lo stemma è il complesso di figure, scritte o leggende che costituisce, a partire dal tardo medioevo, il contrassegno stabile di famiglie e singole persone, di stati ed enti vari, pubblici e privati. Abbiamo lo stemma gentilizio, ecclesiastico, di Stato, di Comuni, di Ordini religiosi e cavallereschi. Vi è anche la raffigurazione scultoria, plastica o pittorica di stemmi su portoni e portali di edifici, fontane, monumenti ecc.

Ma chi inventò gli stemmi? Alla domanda risponde Marco Carminati su “Il sole 24 Ore” del 27 febbraio 2018. «Benché roboanti eruditi del passato, per nobilitare l’origine degli stemmi, abbiano tirato in ballo addirittura Adamo, Noè, Alessandro Magno o Giulio Cesare, oggi bisogna arrendersi all’evidenza che gli stemmi siano stati introdotti “solo” nel Medioevo, tra l’altro con funzioni più pratiche che nobili. In età medievale i soldati di rango impegnati sui campi di battaglia erano completamente rivestiti da armature metalliche e avevano i volti celati sotto pesanti elmi. Erano dunque irriconoscibili, e ciò poteva significare un serio pericolo soprattutto se ci si trovava nel bel mezzo della mischia. Porre sugli scudi dei soldati facili segni di riconoscimento (fatti inizialmente di sole figure geometriche colorate, di animali o di vegetali) era un modo semplice ma efficace per distinguere gli amici dai nemici. Questi segni di riconoscimento si trasformarono presto in emblemi personali e, dal XII secolo in poi, cominciarono a essere trasmessi in eredità alla famiglia. Utilizzati in origine solo da prìncipi e da nobili, con il XIII secolo gli stemmi dilagarono ovunque: se li attribuirono le donne, gli ecclesiastici, i borghesi, gli artigiani, le città, le corporazioni dei mestieri. In certe regioni d’Europa (Normandia, Fiandre e Inghilterra) persino i contadini si procurarono i loro stemmi. Ciò significa che gli stemmi non erano affatto prerogativa dei soli nobili, ma ognuno poteva assegnarseli, a un’unica condizione: non copiare gli stemmi altrui».

A Bari l’Accademia di Belle Arti, nell’ambito delle attività didattico-culturali, ha svolto nel corso di Scenotecnica (docente Leonia Fischetti Majorano), un’indagine su stemmi e gonfaloni di molti Comuni pugliesi, estesa anche a famiglie nobiliari e borghesi. I risultati dell’indagine sono stati oggetto di una Mostra nel Museo Storico Civico di Bari (16 luglio-30 settembre 2005), curata dalla stessa docente.

Una sezione della mostra fu dedicata ai Comuni di Carbonara, Ceglie del Campo e Valenzano, oggetto della tesi di Laurea di Angela Favia, frutto di una ricerca attenta ed esaustiva degli stemmi.

Nel corso dei secoli si è mantenuto immutato il significato di ogni “pezza” o “figura” del blasone, avendo un preciso contenuto secondo un linguaggio figurato che viene rispettato ancora oggi.

Anche Trilussa (Carlo Alberto Salustri), ha dedicato un sonetto agli stemmi nel suo libro “Sonetti, le storie, Giove e le bestie” (Oscar Mondadori).

 

Li stemmi

di Trilussa

 

Bisogna che lo stemma corrisponna

ar nome istesso a furia de pupazzi,

bianchi, rossi, turchini, pavonazzi,

tutti inquadrati in d’una cosa tonna.

 

Li Colonna che cianno? Una colonna.

Presempio, la famija Ficarazzi

cosa credi che tienghi? Quattro razzi

co’ un ber fico in mano d’una donna.

 

Guarda li mi’ padroni: pure loro

cianno tanto de stemma su la porta,

co’ tre pigne d’argento in campo d’oro.

 

Ma mó, però, l’argento je se stigne,

la porporina casca, e un po’ pe’ vorta

che vôi che je ce restino? Le pigne.