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Intervista a Beppe Delre su Dante VianDante


DELIO DE MARTINO
- L’anniversario dei 700 anni tondi dalla morte del Sommo Poeta ha stimolato alcuni giochi linguistici partendo proprio dal suo nome. Giuseppe Antonelli ha intitolato una sua conferenza all’Accademia Nazionale dei Lincei Dante non pedante (23 febbraio 2021). In modo simile nell’imminente Festival Mimesis (29-30 novembre 2021), la conferenza di Tommaso Cerno si intitola DANTESCAMente. L’Italia di oggi al mondo dell’Alighieri e quella di Andrea Tabarroni D’Ante Litteram. A Verona poi il Progetto dell’Associazione Culturale Cenacolo Veronese è stato intitolato VianDante 700, e ha previsto varie iniziative, inclusi concerti, per fare di Verona la città del Vian-Dante.

Il tuo spettacolo VianDante ha lo stesso titolo del progetto veronese ma gioca sul nome in maniera originale con un doppio riferimento al tema dell’esule e anche e soprattutto alla denominazione del tempo musicale “andante”. Avendo scelto soprattutto rock, dobbiamo immaginare che si tratti di un andante insolitamente “veloce” e non “moderato” o “andantino”? Come unisci i tre temi (Dante, musica e viandanza) nella struttura dello show?

DELRE: Nell’anno delle celebrazioni dantesche, è stato naturale cercare nomi, inventare formule, giocare con le parole per catturare l’attenzione su ogni singola manifestazione. Dante è l’unico poeta della letteratura che noi chiamiamo per nome. Il termine viandante si riferisce in primis ad una modalità di incedere lento ed alla trasformazione e conoscenza che il viaggio comporta. Quanto al nostro VianDante non possiamo non citare l’omonima poesia di Machado, Viandante, in cui si dice chiaramente che «il cammino si fa andando», il cammino non esiste se non in forma di esperienza, soprattutto interiore. Ci piace sempre ricordare che “cammino” è il primo sostantivo del primo verso della Divina Commedia. Nel mezzo del suo esilio, l’esperienza estrema dell’erranza, Dante intraprende il più temerario dei viaggi, quello nei tre regni dell’al di là. Ed in questo viaggio nell’opera dantesca con la prof. Marilena Lucente si è cercato di evidenziare come Dante - a distanza di 700 anni - sia presente ed attuale nella nostra cultura e nel nostro costume tanto da esser stato stimolo per i cantautori che si son formati dagli anni sessanta in poi. Negli ultimi decenni si è sviluppato un tracciato tra la Divina Commedia di Dante e i cantautori italiani che hanno ri-scritto parti del poema o ne hanno semplicemente citato versi, evocando personaggi e situazioni, con gusto e con sentimento popolari. Hanno così contribuito a rinnovare il mito di Dante, a mantener vivo il senso del classico. In particolare uno dei grandi temi del poema, ma anche della intera umanità, è quello del Viandante, una costante quasi fissa dell’individuo diviso tra la scelta di una vita convenzionale con senso di appartenenza al gregge e l’imprescindibile spinta ad essere se stesso, ad esprimere la propria autenticità, nonostante il rischio di incontrare sulla via la solitudine e il fallimento. Dante ci insegna che tutto questo può avvenire solo attraverso l’esperienza personale. Quindi è l’andare lo scopo del viaggio e non l’arrivare. La meta non è fondamentale ed importante di per sé quanto ciò che si può sperimentare andando verso la meta, l’eroe dentro di noi alla scoperta di noi stessi per capire chi siamo. 

Nella Divina Commedia ricorrono “canto” e “canzone” ma non risulta attestata la parola “musica” e pochi sono gli strumenti musicali menzionati. Tuttavia Dante ama la musica come testimoniano vari biografi a partire da Boccaccio che nel Trattatello in laude di Dante scrisse: «Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovanezza, e a ciascuno che a que’ tempi era ottimo cantatore o sonatore fu amico e ebbe sua usanza». La musicalità dei versi danteschi è dunque senza dubbio una componente fondamentale del fascino della poesia di Dante. Allitterazioni, consonanze, onomatopee sono parte imprescindibile dell’estetica dantesca. È possibile ed eventualmente come tradurre questa armonia così perfetta nel mondo così rumoroso di oggi?

DELRE: Tutto in Dante è musica, in realtà: dalla scelta numerica dei versi alla dizione di Canti e Cantiche. Usa molto spesso la musica per parlare di Dio, e Dio stesso, come armonia, è parte della musica. Se l’Inferno è loco d’ogni luce muto, in cui si sentono solo bestemmie e urla e suoni sgraziati, nel Purgatorio ci sono moltissimi momenti liturgici accompagnati da salmi e canti gregoriani. Nel Paradiso poi si sente persino la musica dei pianeti – una suggestione poetica che poi la scienza del Novecento confermerà: c’è musica nell’Universo. Quanto alla traduzione dell’armonia nel rumoroso mondo d’oggi, la Prof. Lucente ci ricorda che era già così ai tempi di Dante, lui stesso ci soffriva e denunciava la violenza, le lotte fra le fazioni politiche, la corruzione della politica. E proprio da quel dolore ricavava il suo bisogno di armonia. 

Nell’immaginario collettivo il personaggio più legato alla musica della Divina Commedia è forse Casella, cantore del 1300, quasi una pop star dell’epoca. L’incontro, così emozionante per Dante, include l’esibizione del cantore che intona Amor che ne la mente mi ragiona, canto che riesce a «quetar tutte mie doglie», ma solleva l’animo anche ai penitenti. Oggi la tua musica raccoglie questa sfida e a quali altri obiettivi mira?

DELRE: Erano amici, sì, Dante e Casella. Di fatto non sappiamo molto di lui, se non che si tratta di un “musico” noto e apprezzato. Quando si vedono si abbracciano, o meglio ci provano, non possono farlo, perché Casella oramai è un’ombra. Si appartano invece per parlare e quando si tratta di cantare, Casella sceglie un testo che lo stesso Dante aveva commentato nel Convivio. Una specie di omaggio alla loro amicizia. Cantò così dolcemente, scrive Dante, «che la dolcezza ancor dentro mi suona». (Questa è una buona sfida per la musica: suonare dentro anche quando è finita).

Nel canto XIX 19-21 del Purgatorio è descritta una Sirena che canta: «Io son», cantava, «io son dolce serena, / che’ marinari in mezzo mar dismago;/ tanto son di piacere a sentir piena!». L’ho ricordata nel mio romanzo La sirena dei due mari (Roma, Aracne, 2018). La musica è una sirena? Può far naufragare per eccesso di piacere?

DELRE: La musica indubbiamente ha il potere di portarci lontano, di evasione. Porta divertimento e quindi come la stessa parola dice ci porta a divertere, ovvero ad andare altrove. Non a caso spesso è legata alle immagini. Ci sono testimonianze in tutta la letteratura classica che dimostrano quanto sia strettamente legata non soltanto ad un immaginario collettivo quanto alla ritualità ed alla reiterazione di azioni e ricorrenze. La sensibilità di noi poi fa la differenza. Le implicazioni che ognuno di noi ci mette riempiono o meno di valore la musica che ascoltiamo. Inoltre Dante nomina più volte le Sirene, ora come simbolo della seduzione, ora come voce che porta allo smarrimento. Sono creature mitologiche che avevano e hanno un grande potere su tutti gli artisti. Kafka, ad esempio, ci dà una nuova suggestione: in realtà le Sirene ci consentono di sentire il silenzio assoluto. E anche quello può farci naufragare.

Molti cantautori si sono ispirati alla Divina Commedia. Quale credi che sia la formula giusta per tradurre efficacemente Dante nella musica del mondo contemporaneo. Esiste un genere più adatto alla poesia dantesca?

DELRE: A mio avviso Dante ha scritto per tutta la gente comune mettendo a nudo vizi e virtù dell’animo umano senza far sconti a nessuno. Il suo è un lavoro estremamente popular nell’accezione più alta del termine come già riportato dal Middleton nel suo trattato Studiare la popular music. Il genere più vicino alla traduzione del poema dantesco ritengo sia quello popular o tutt’al più il teatro musicale moderno. 

Su Dante pop c’è un libro intero di Trifone Gargano (Dante Pop e Rock, Progedit, 2021), che ha partecipato ad alcune delle tue performance. Ma ci sono anche un concept album (Infernum, 31 marzo 2020, Glory Hole Records) e un libro (Dante al tempo di rap, illustrazioni di Patrick Cherif, Beccogiallo, 2021), entrambi di Murubutu e Claver Gold, dai quali è stato ricavato un talk (Dante Alighieri a tempo di rap: conversazioni dantesche con Murubutu) trasmesso in streaming dal Piccini di Bari, il Dantedì, il 25 marzo 2021, per 700 studenti baresi. E c’è persino una canzone di Andrea Amelio e Chiara Cassolari presentata nel 58° Zecchino d’oro del 2015. Io l’ho ricordata e valorizzata in una conferenza su Dante pensoso per la Lectura Dantis organizzata dall’università di Valencia (17 maggio 2021). Il titolo della canzone è Una Commedia divina, che è stata poi trasformata in un cartone animato (regia Massimo Montigiani, realizzazione Jumon studio). Hai mai pensato di coinvolgere nel progetto anche bambini e canzoni per bambini? 

DELRE: Ho sempre lavorato con i bambini. Ho fatto tanti progetti con loro e per loro. Ho musicato anche fiabe. Nulla osta la possibilità di poter pensare ad un progetto dantesco con loro. Il progetto, nato inizialmente con il Prof. Trifone Gargano e poi trasformato in maniera più letteraria con la Prof. Marilena Lucente, che all’insegnamento di Dante nella scuola superiore ha dedicato un libro, nasce dall’esigenza di trovare un ponte fra la musica pop e la Divina Commedia e portare avanti tematiche legate maggiormente al mondo adolescenziale ed adulto. Il primo titolo era AnDante 21- 21. Successivamente si è trasformato in VianDante proprio per l’esigenza di voler portare avanti anche la tematica dell’archetipo legato al viandante che a mio avviso è quello principale del poema ed insito in ogni uomo. Non a caso in questa seconda stesura oltre a brani che parlano o citano Dante abbiamo scelto anche canzoni che pur non avendo un riferimento palese ci aiutano a comprendere maggiormente il messaggio e lo spirito del poema.

In Notte prima degli esami Venditti canta: «Gli esami sono vicini e tu sei troppo lontana dalla mia stanza / Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto». Credi che si possa leggere come una premonizione dell’ultimo esame di maturità e della didattica a distanza?

DELRE: Non so se possa essere un segno premonitore però questa canzone ci fa capire come la Divina Commedia e la letteratura italiana in generale avessero un peso ed un’importanza tale da rendere gli scrittori ed i poeti studiati persone fisiche vicine a noi… Quasi familiari. Non è un caso che lo spettro degli esami di stato abbia perseguitato anche nei sogni intere generazioni di studenti. La didattica a distanza oggi paradossalmente ci ha tenuti più vicini ma anche empaticamente ed emotivamente più lontani. Abbiamo messo un filtro ulteriore ai nostri rapporti alimentando un allontanamento. Va inoltre evidenziato che Venditti racconta una scuola che oggi non esiste più: la campana, le corse sulle scale, lo studio di notte. Oggi i termoscanner all’ingresso, l’obbligo delle mascherine e delle finestre aperte, i banchi con le rotelle finiti già nei ripostigli. Chi avrebbe potuto prevedere tutto ciò? La continuità è solo nella ossessione che alcune figure, magari troppo mitizzate, hanno nell’immaginario dei ragazzi: per affermare la loro identità di adolescenti devono rifiutare il mondo degli adulti.

Parlando della Puglia, un esperimento è avvenuto anche in questa regione. De Gregori per esempio ha cantato nella Notte della taranta 2005 Nel mezzo del cammin di nostra vita. Cosa unisce la musica popolare pugliese e Dante?

DELRE: L’esperienza di Francesco De Gregori come direttore artistico della notte della Taranta nel 2005 ha messo in luce come il viaggio sia alla base ed insito in ognuno di noi. Ciò che lega Dante ad ogni forma di musica popolare e sicuramente l’immediatezza ed il fatto che tale poema si rivolge a tutti. Dante non fa figli e figliastri. Dante ci insegna a camminare a schiena dritta. Nel tuo spettacolo una parte importante è anche la lettura di passi danteschi a cura di Marilena Lucente. Tra quelli scelti quale passo ti ha colpito di più e ti piace di più? L’abbinamento tra passi danteschi e canzoni che criterio segue? Suggerisci una rilettura dantesca di questi brani? E come? DELRE: Ci sono diversi passi che mi piacciono moltissimo. Uno fra i tanti è sicuramente quello legato a Celestino quinto e al girone degli ignavi. Come dicevo Dante ci insegna a camminare a schiena dritta. Ci insegna benissimo che l’uomo che non sa scegliere è perduto. Mi piace moltissimo il brano legato a questo girone, ovvero, la canzone di de Gregori dal titolo Va in Africa Celestino. Trattasi di un brano in forma strofe come nella migliore tradizione popolare. In questo caso il cantautore riabilita la figura di Celestino trasformandolo quasi in missionario. Il brano è una ballata rock, che ricorda molto Everything is broken di Dylan, in cui tutto è a pezzi. Il testo presenta più volte la parola “pezzi”. A mio avviso c’è un chiaro riferimento al libro La profezia di Celestino, un romanzo di James Redfield del 1993, uno degli scritti più emblematici del movimento New Age. Uno dei capisaldi della filosofia New Age è infatti la possibilità che ciascuno avrebbe di costruire il proprio destino mediante il pensiero positivo. La chiusura della strofa è un chiaro indizio.

In occasione del Festival “Dante, l’immaginario” del 2015, organizzato da Daniele Maria Pegorari e inaugurato l’8 novembre al Circolo Unione di Bari, per i 750 anni dalla nascita, è stata presentata la nuova edizione da me stesso curata di Dante in licenza, il romanzo giovanile di Joseph Tusiani (Levante, 2015) ed è stato eseguito Il sogno di Dante – visione sinfonica per baritono e piccola orchestra di Angelo Inglese. In futuro potrebbero rientrare questa composizione musicale ed altre simili incentrate su Dante nel tuo progetto?

DELRE: Non conosco questa composizione ed avrei piacere di ascoltarla. Ho studiato per tanti anni canto lirico e musica vocale da camera quindi ho avuto esperienza nel cantare interi cicli su testi di importantissimi poeti come Heine, D’Annunzio, Goethe ed altri poeti. Ritengo che la forma canzone in assoluto sia il microcosmo più affascinante e allo stesso tempo complicato che possa esserci.

Un capitolo molto ampio della fortuna di Dante è quello del cinema, un tema del quale io stesso mi sono occupato, per esempio il kolossal Inferno del 1911 della Milano Film, un film muto ma pubblicato di recente con due diverse colonne sonore (nel 2002 dei Tangerine Dream, nel 2006 di Edison Studio). Anche in questo come in tanti film su Dante l’abbinamento con la colonna è fondamentale per il successo del film. È una via percorribile quella delle colonne sonore o ti sembra troppo modernistica?

DELRE: Di film dedicati a Dante ce ne sono tanti, spesso in chiave parodistica. Oggi, grazie alle tecnologie del digitale, si potrebbero realizzare film iperrealistici, vicinissimi alla fantasia di Dante. Ma che senso avrebbe? La poesia ha una vocazione alla suggestione, come la musica, del resto. Sarebbe interessante il contrario, scoprire quali brani della nostra personale enciclopedia musicale vengono evocati dalle terzine dantesche. 

Nella mostra dantesca a Ravenna, per la prima volta un’ampia sezione è dedicata alla fortuna di Dante, nei fumetti, nei manifesti, nel cinema e persino nella pubblicità, un tema che mi sta a cuore perché anni fa Levante ha pubblicato un mio volume intitolato appunto Dante & la pubblicità. Gli spot sono anch’essi dei veri e propri corti, spesso realizzati molto bene e anch’essi con una loro colonnina musicale. Cosa ne pensi? Abbineresti Dante, spot e musica “pubblicitaria”?

DELRE: Di recente è stato pubblicata l’intera Divina Commedia anche in versione Manga. È un fenomeno inspiegabile. Dante è stato tradotto in quasi tutte le lingue del mondo, in un centinaio di dialetti, ovunque riempie teatri, è l’unico autore a fare audience in tv, ci sono centinaia di prodotti che usano il brand Dante e divertenti spot pubblicitari. Come se ognuno avesse bisogno di prendere il proprio Dante. La domanda, per chi mette in scena uno spettacolo dedicato alla Divina Commedia: che Dante vuoi raccontare o vuoi condividere? A noi interessa quello poetico, quello che ci ricorda che «fatti non foste per viver come bruti, / ma per seguire virtute e canoscenza». 

Hai portato di recente il tuo spettacolo anche a Madrid, una città che conosco bene, come gran parte della Spagna. L’accoglienza è stata diversa presso un popolo con una cultura musicale differente dalla nostra? A quale tradizione musicale europea pensi che Dante sia più congeniale? 

DELRE: È stato gratificante portare il nostro VianDante in una terra che ha al centro della propria cultura il cammino – basti pensare all’hildago Don Chisciotte e al Pellegrinaggio di Santiago di Campostela. Come Don Chisciotte, che si muove di avventura in avventura, così il nostro VianDante è pronto a incontrare spettatori-ascoltatori – lettori a prescindere dalle tradizioni musicali di appartenenza. Dante è uguale solo a se stesso, per questo ha la capacità di incontrare tutti.

Per concludere che progetti hai in cantiere? Ancora su Dante o su qualche altro grande della nostra gloriosa letteratura?

DELRE: Tanti progetti… Andando si fa il cammino.