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Raffaele Cera si confessa 'In compagnia di Eugenio Scalfari'


LIVALCA
- Ultimamente ho avuto una conversazione telefonica con una delle personalità più in vista di San Marco in Lamis in ambito culturale, politico e di prestigio personale ( non vi dico per quale squadra tifi, altrimenti il nome e cognome sarebbe di dominio pubblico!) che, con la consueta amabilità e amicizia di cui gli sono grato, mi ha illuminato su alcune questioni. Ad un certo punto mi ha posto una domanda:«Il 21 luglio del 1969 cosa è successo di eclatante nel mondo?» e, alla mia sacrosanta richiesta di darmi il tempo di far entrare in azione i ricordi, ha proseguito «Neil Armstrong fu il primo uomo a sbarcare sulla Luna»; al sottoscritto non è rimasto altro che precisare che si trattava della missione statunitense denominata Apollo II. Ciò, però, ha consentito al mio interlocutore di raccontare la famosa storiella in cui l’astronauta, dietro una piccola altura (a San Marco muretto!), notò un signore intento ad espletare una breve funzione fisiologica che, alla sua richiesta, di dove fosse, rispose «San Marco in Lamis». I miei cugini quando raccontano questa storia hanno il buon gusto di affermare «del Gargano». Questo significa due cose: i sammarchesi, oltre a trovarsi ovunque, giungono sempre prima degli altri…inoltre conoscono le ‘lingue’ perché Armstrong, quando venne in Italia, dimostrò di non conoscere l’italiano.

Veniamo a noi. Ho ricevuto dal professore Raffaele Cera, dirigente scolastico in pensione, un volume dal titolo «In compagnia di Eugenio Scalfari», Edizioni del Rosone “Franco Marasca”, Foggia 2021, e 12.00, che ho letto con grande attenzione. Cera, la cui produzione editoriale è di gran lunga superiore alla media, già di per se alta degli abitanti di San Marco, prende in esame il volume di Scalfari dal titolo «L’amore, la sfida, il destino», un libro Einaudi del 2013, che non avendolo letto vado a comprare.

Dopo aver ‘letto ’ le quasi 150 impegnative pagine del 97enne Scalfari avrei molte osservazioni da fare ad un uomo di successo che dovrebbe essere grato alla vita, incondizionatamente, per quanto ricevuto. Un consiglio da ‘provetto-profano’ a tutti coloro che vogliono erudirsi imparando e commentando: non basta acquistare i due libri, bisogna anche conoscere, se pur a grandi linee, parte della sua biografia. Quelli della mia età hanno vissuto l’ascesa di questo elegante, forbito giornalista nato a Civitavecchia nel 1924, da padre calabrese di Vibo Valentia, che ha frequentato il liceo a Sanremo e l’università a Roma, ma i meno anta hanno bisogno di un piccolo ‘Bignami’. Allievo prediletto di Mario Pannunzio al “Mondo” viene annoverato tra i fondatori de “L’Espresso” che dirige per un lustro fino al ’68, anno in cui approda al Parlamento. In quella stessa tornata diventò onorevole Bettino Craxi - il futuro Ghino di Tacco quando firmava i suoi articoli - che, nonostante una giovanile amicizia con Scalfari nata sui banchi del consiglio comunale di Milano dove entrambi erano stati eletti nelle file del PSI, ha sempre ‘polemizzato’ con il fondatore de “La Repubblica”, al punto che Scalfari fu condannato dal Tribunale di Roma ad una pena pecuniaria per diffamazione nei confronti di Craxi (il complesso caso SME il contendere).

Scalfari fonda “la Repubblica” nel 1976 e la dirigerà fino al 1996, anno in cui passa la direzione a Ezio Mauro. Ho conosciuto personalmente Scalfari a fine anno 1975, lui aveva un incontro presso l’Hotel Palace di Bari per discutere del suo prossimo quotidiano. Io ero in compagnia di Aurelio Papandrea e Beppe Lopez e, fresco pubblicista, fui affascinato da questo distinto signore alto che parlava con maestria e ‘comandava’ con naturalezza. Tra i primi noti giornalisti a seguire Scalfari nella sua avventura ci furono: Giorgio Bocca, Mario Pirani, Corrado Augias, Gianni Rocca, Giorgio Forattini e le sue vignette satiriche; in seguito Giampaolo Pansa, Enzo Biagi e Alberto Ronchey (Per la cronaca quando la moglie di Berlusconi Veronica Lario denunciò l’abitudine del marito di frequentare giovani signorine, scelse “la Repubblica” non a… caso). Qualche anno fa ho letto un libro di Scalfari che mi ha segnato profondamente «Alla ricerca della morale perduta» (Einaudi ), la cui trama narra di un dialogo con Voltaire. Il patriarca dell’Illuminismo francese che, anche se di origini borghesi come Scalfari provò la ‘cura’ Bastiglia nonostante le «Lettere filosofiche» pubblicate nel 1734, mi ha esposto ad una delle figure più ‘barbine’ della mia esistenza fuori casa. Non so perché lo scorso anno volli citare Scalfari e la sua esigenza di morale e infilai anche Voltaire. Un signore, in apparenza, con qualche anno più del sottoscritto, mi ricordò una frase di Voltaire «Quando si tratta di soldi, siamo tutti della stessa religione», cui aggiunse «Lo stesso direttore Scalfari non ha potuto smentire che, mentre era in atto la contesa di Segrate del gruppo Mondadori, l’ingegnere De Benedetti acquistò la sua quota per 80 miliardi delle vecchie lire». Onestamente sono più che fiero della mia morale equina, cavalcata con dignità e senso del pudore. Riferisco e non sono in grado di giudicare, ma mi permetto di avanzare una ipotesi : POCHI MAESTRI, MOLTI ALLIEVI.

Tornando al non facile libro di Scalfari «L’amore, la sfida, il destino», preso in esame da Cera con il suo libro ‘cristiano’ «In compagnia di Eugenio Scalfari», vi svelo sommariamente la trama: al tavolo dove di solito si gioca per lucro e che si chiama ‘tavolo verde’ cinque giocatori ‘professionisti’ si sfidano per sapere il loro destino. Sono presenti: Narciso (il riferimento al mito di Narcisso - attenzione non è un errore, si può scrivere anche con due s - non casuale!) che genericamente significa amore per se stesso; Eros, il signore dell’amore che nella mitologia greca è raffigurato da un giovane (Cupido) leggiadro scaltro e malizioso armato di arco e frecce; Edipo la ribellione, la trasgressione… ora non posso dilungarmi su quello che ci hanno tramandato Euripide e Sofocle e che Freud ha ‘sintetizzato’ nel complesso di Edipo, ma vi rammento soltanto che Edipo, diventato re di Tebe, sposò la moglie di Laio, Giocasta, ignaro che fosse sua madre; il Destino, quel tipo di sorte imprevedibile contro cui niente e nessuno può schierarsi; ed infine la Morte, da sempre al nostro fianco, che sappiamo comunque ‘verrà’… quando chissà.

Cera nel suo ‘asciutto’ e pur ‘generoso’ prologo al suo libro, fra acute riflessioni, ci propina una sentenza « E Dio - il riferimento al Signore è una tenera ‘carezza’ alla professione di ateismo da sempre rivendicata da Scalfari - sa quanto oggi la scuola avrebbe bisogno di insegnanti capaci di essere anche veri maestri di vita». Mettendomi dalla parte degli studenti potrei obiettare che forse basterebbero degli insegnanti coscienti e innamorati del loro ruolo, in grado di coinvolgerli e trainarli nei meandri della cultura e del sapere. Da supporto a ciò basilare risulta l’esserci della famiglia come… ‘maestra di vita’ (Discorso lungo, complesso e di non facile soluzione, specialmente da quando ‘…tengo famiglia’ è diventato un alibi per giustificare di tutto di più).

Cera in maniera velata vuol far intendere a Scalfari, che è stato compagno di banco al liceo oltre che amico del cuore di Italo Calvino, come a Sanremo, in anni difficili, non se la passassero poi tanto male; dopo la morte di Calvino nel 1985 a Siena, avvenuta per emorragia celebrale, Scalfari ha ricordato più volte l’amico in occasioni di convegni e pubblicazioni postume (Pensate dal momento che alcuni amici ‘apostrofavano’ Calvino ‘il cubano’ fino al 1980 pensavo fosse per via di Fidel Castro, poi fu Raffaele Nigro a riferirmi che era nato a Santiago de Las Vegas a Cuba). Tutte le osservazioni di Raffaele Cera sono degne di essere approfondite e magari ‘discusse’ con Scalfari, ma sono anche un invito ai lettori ad affiancarsi al preside di San Marco in un percorso che riguarda tutti e che metta in ‘disputa’ problemi che richiedono non condivisione, ma ‘partecipazione’ attiva.

Cera non ‘contesta’, ma cerca di confutare la posizione di ‘convinto’ ateo assunta da Scalfari, quel suo volere negare l’esistenza di Dio e lo fa citando lo stesso fondatore de “la Repubblica”, il quale chiamando in causa l’attuale Papa afferma:«Il dio unico di Papa Francesco è la versione più alta e anche più consona per addivenire alle conclusioni che la sua fede gli ispira». Cera, in questo concordo pienamente con lui, allontana da Scalfari ogni forma di ateismo, riconducendolo ad una sostanziosa razione di laicismo.

Scalfari è riuscito nell’impresa titanica di amare due donne, non con il troppo riduttivo triangolo dell’amante, ma semplicemente prospettando loro che aveva bisogno del sentimento di entrambe…salvo che loro avessero deciso diversamente: ossia una sola ‘moglie’, l’altra optare per strada ‘diversa’. Secondo la versione ‘repubblicana’ di casa Scalfari le due donne - la moglie sposata nel !950, Simona de Benedetti madre delle sue figlie Enrica e Donata, e quella sposata dopo la morte della prima, Serena Rossetti, nel 2006 - non sono state capaci di effettuare una scelta-rinuncia e hanno condiviso rabbia, amore e passione…in grazia di...

Forse Scalfari - che negli anni aveva un po’ dimenticato il suo grande amico di liceo, salvo riscoprirlo negli ultimi racconti pubblicati - si sarà troppo immedesimato nel personaggio protagonista dell’ultimo libro di Calvino «Palomar», in cui il signor Palomar, con qualche problema esistenziale di difficile soluzione, grazie al telescopio Hale, guarda caso custodito presso l’Osservatorio Astronomico di Monte Palomar, riesce in qualche modo ad assecondare il suo bisogno di conoscenza. Ogni lettore scelga il suo percorso per uscire fuori di ‘metafora’.

Da San Marco in Lamis Raffaele Cera, coadiuvato dalla moglie Raffaela e dalle tre figlie Cinzia, Rachele, Angela e da Bari Gianni Cavalli, coadiuvato dalla moglie Angela e dalle figlie Gloria e Madia, ricordano ad Eugenio che quel filosofo, storico, polemista, poeta nato a Parigi e che all’anagrafe risulta Francois Marie Arouet, in arte Voltaire, figlio di quella Francia che nel 1999 gli ha concesso la prestigiosa onorificenza di Cavaliere della Legione d’onore, è colui che ha formulato un quesito semplice e pur veritiero:«L’orologio non può esistere senza l’orologiao».

«Qui si dice che sono stato fascista, monarchico, socialista, azionista, comunista, demitiano… Ed il bello è che è tutto vero» in questa frase di Eugenio Scalfari ed in quei puntini sospesi vi è tutta la trasgressione di un personaggio che non vuole ammettere che il suo ‘CREDO’ narciso è capace di contemplare qualcosa di superiore: «L’amore è desiderio. Desiderio d’un corpo. O di un’anima. Desiderio d’un Dio. Desiderio del potere». Eugenio il tuo Raffaele ti aspetta a San Marco, Raffaele il tuo Eugenio ti aspetta a Roma… magari in compagnia di quel Cielo che amate entrambi, da sponde diverse, ma dall’unica spiaggia capace di far nuotare… la vita.