Header Ads

Antica e immortale, Roma

FRANCESCO GRECO - Anchise è vecchio e decrepito, il letto della dea gli ha prosciugato ogni virilità. Vuol morire nella sua patria devastata (“Che aiuto può darvi un vecchio?... le mie gambe sono fiacche”). Ma il figlio della dea, Enea, se lo carica in spalla (“pesava pochissimo, poco più di un bambino”, “Per te, Enea, esiste un nuovo destino”) e col figlioletto Anchise, la moglie Creusa e la corte (senza dimenticare i Penati), corre sul monte Ida. Si accorge però che Creusa non c’è, torna indietro, è disperato, la cerca, ma la sua ombra (“il destino ha voluto così: per te invece vuole che fondi una nuova patria”) gli chiede di aver cura del figlio.

   Nel frattempo nel Lazio insistono piccole tribù solitarie (“popoli albani”) di contadini e pastori, re impicciati in baruffe più che guerre. Ignorando che a nord c’è l’abbagliante splendore degli Etruschi, che dialogano e commerciano con il Mediterraneo e oltre (“costruirono città, navi, tombe affrescate”).

   Cosa sia realmente accaduto dalla Troia in fiamme abbandonata da Enea, al solco di Romolo (figlio del dio Marte) sul Palatino il 21 aprile del 753 a.C. è oggetto di infinite ipotesi, letture, interpretazioni. Sarà Virgilio ad accreditare alla gens Julia una linea continua di nobiltà fra l’eroe frigio (che avrebbe benissimo potuto sedere sul trono di Priamo, o accanto alla fenicia Didone a Cartagine) e Cesare, Ottaviano, etc. Essendo la propria mitologia, cosmologia e teogonia esigua, relativa, marginale, non restava che rimodulare quella di altre latitudini. 

   Se non si  avuto Omero e manco Esiodo, per farsi impero e farsi percepire come una potenza universale, l’Urbe aveva necessità di uno storytelling, di far percepire la sua storia sospesa fra l’Olimpo e il Palatino, di far convivere nelle narrazioni degli storici e dei letterati uomini e dei in una sola dimensione, di dotarsi, in definitiva, di un imponente background mitico, culturale, spirituale, epico, politico, oltre le capanne di fango sulle rive degli stagni dei suoi pastori e i re che si succedevano con una linea di sangue e di crimine. 

   Senza quest’intuizione, i Romani forse sarebbero rimasti una potenza provinciale, borderline, impegnata a scannarsi sotto le mura di Ardea, perduti nelle schermaglie senza eroi (Achille, Patroclo, Odisseo, Diomede, Agamennone, etc.) né eroine (una modesta Lucrezia può competere con Elena, Penelope, Ifigenia, Briseide, Clitemnestra, Andromaca, Elettra, Medea?) coi Sanniti, gli Equi, i Liburni, i Volsci, sprezzate dalle barocche divinità dell’Olimpo, cui solo dei locali davano ascolto.

   L’appassionante storia delle origini di Roma, che da monarchia con tendenza al sangue si fa prima repubblica e poi impero, è raccontata, col tocco magico che gli si riconosce e la consueta bibliografia illimitata, da Giulio Guidorizzi in “Il grande racconto di Roma antica e dei suoi sette re”, il Mulino, Bologna 2021, pp. 384, € 40,00, con la collaborazione di Arianna Ghilardotti e un impressionante corredo iconografico che da solo rende l’opera preziosa e imperdibile per chiunque, non solo per i cultori delle civiltà di ieri il cui cuore batte anche all’epoca dell’intelligenza artificiale e del bitcoin.    

   Scorre così dinanzi ai nostri occhi, con una cifra evocativa emozionante (influenzata dal sette, numero magico per eccellenza) e la scansione divulgativa che oggi qualsiasi lettura storica e mitica deve possedere, la ricostruzione delle parabole dei sette (in realtà otto, Tito Tazio, re dei Sabini, cogovernò per un po’ con Romolo) che la tradizione, pur con le tante varianti, accredita al dna della Città Eterna. 

   La gallery dei re dopo la nascita, da Romolo il fondatore (“venerato come un dio col nome di Quirino”), passando per Tullio Ostilio (il primo a muoversi verso una politica imperialista, benché regionale), sino a Tarquinio il Superbo (535-509 a.C.), il tiranno cui si attribuiscono crudeltà e nefandezze, tanto da far venire la puzza al naso ai Romani solo a sentir la parola re. 

   Ovviamente ce ne furono altri, ma vanno derubricati alla voce minimum, nel senso che per la Storia furono impalpabili come ombre e passarono nel grigiore e nell’anonimato. Deliziosa la seconda parte, la ricostruzione di riti, miti, usi, credenze, devozioni, religiosità, superstizioni, folklore (matrimoni, antenati, morti, divinità grandi e piccole, feste, etc.): il complesso apparato socio-culturale che oggi definiremmo sovrastruttura e che impasta e regge una civiltà con la funzione essenziale di collante. 

   Giunge il tempo della repubblica, e poi dell’impero: l’oracolo chiama, Roma accetta la sfida e lascia un solco imperituro nel tempo. Nei prossimi 753 anni i posteri faranno “oh!” davanti allo splendore della sua civiltà, come noi oggi dinanzi alle foto dei reperti e le opere d’arte che l’Eterna ci ha donato e ha ispirato.