Se la pop-art di Cinzia Inglese ammalia Sgarbi

FRANCESCO GRECO - Mondi vitali inesplorati, gli universi della mente destrutturati, quel magma di energia che Aristotele definiva “philìa” e che univa gli uomini e le loro vite. Sullo sfondo, letta in chiave maieutica, dialettica, panteistica, come una divinità, la Natura che ritrova la sua primitiva semantica, i significati significanti primordiali. 

La pop-art rimodulata nel XXI secolo e declinata al tempo della globalizzazione e dei social da un lato, dell’identità smarrita ma cercata quasi come un’ossessione dall’altro. Con soluzioni estetiche e cromatiche personalissime trovate con l’ausilio di materiali “poveri”.

E’ la password più intima per “entrare” nel mondo dell’artista Cinzia Inglese, padre di Alliste (Lecce), madre di Casarano, dove nasce nel 1973, cresciuta a Bitetto (Bari).

Che ha “sedotto” il critico d’arte Vittorio Sgarbi (in qualità di supervisore del premio a lui stesso intitolato): il blocco di sei opere presentato da Cinzia ed esaminate dai collaboratori di EA (Effetto Arte) si è classificato al secondo posto (su oltre 7000 artisti partecipanti) e sono entrate in altrettanti cataloghi.

Partita dal figurativo (tecniche di pittura a olio e acquerelli), da una ricerca intimistica, personale, di formazione, allarga gli orizzonti con i suoi viaggi intorno al mondo e ogni terra richiama la sua (che, citando De Martino, chiama “terra del rimorso”): la casa dei nonni immersa nella campagna fra gli ulivi secolari, i vigneti e le cicale, affacciata sulle ispide scogliere dello Jonio: topoi geografici (da Bari a Milano, poi Bologna, Reggio Emilia) che “contaminano” la sua percezione e sensibilità. Maturando quel “rapporto oscuro e primordiale con la vita e le forze più misteriose della natura umana”. Le nude radici che emergono nella sua opera più recente, dove appare l’acrilico, il gesso, la carta, la colla, la sabbia, le pietre, resina, pigmenti: materiali ordinari, a cui l’artista ridà nuova vita e ricchezza semantica, opere dov’è viva l’eco delle sue transumanze e dei ritorni alla casa sul mare di Alliste, a sud di Gallipoli, la terra rossa come carne viva dove correva a piedi nudi da bambina col sole che le incendiava i capelli.

Di “archeologia del contemporaneo” parla Antonio Pizzolante, artista e performer noto in tutto il mondo. Che aggiunge: “Le opere affondano le radici nell’obiet trouvè tanto caro a Marcel Duchamp, che nei primi anni del Novecento, con i suoi ready made, istituiva una nuova concezione del fare arte, un nuovo modo di entrare in empatia con l’opera decontestualizzando l’oggetto e infondendo a quest’ultimo una nuova aurea”.

Riflette: “Oggi si parla tanto anche nell’arte dello studio del mondo contemporaneo tramite il metodo archeologico, e come l’archeologia debba investigare sul mondo contemporaneo distaccandosi dall’indagine etnoarcheologica finalizzata a capire e ricostruire la cultura e le tradizioni dei nostri avi. 

Tutto ciò induce il fruitore alla riflessione dei cambiamenti e di come si evolve e muta la società con frenetica rapidità, tanto da sottovalutarne processi e commistioni dagli esiti incerti”.

E così conclude: “Le opere di Cinzia Inglese ci aiutano a riflettere e a sostare attraverso la catalizzazione del colore sulla improbabile metamorfosi dell’oggetto che viene ingessato, sedimentato attraverso monocromie quasi da essere solidificato, inglobato da un ecosistema a cui non appartiene. Esiste nelle sue composizioni un’apparente incoerenza compositiva che si dispiega senza un logica ragione delle relazioni tra le cose. Tutto sembra fluttuare senza meta per quelli che vanno e quelli che restano, imponendo una decisa riflessione su ciò che ci aspetta e immaginando un futuro prossimo che necessita di progetti certi verso un mondo che ci appartiene”.

Prima del premio Sgarbi, che ha il valore di una “consacrazione” (“Il critico si è soffermato a lungo davanti alle mie opere”, ricorda Cinzia), l’artista pugliese si è proposta in Italia e all’estero: Terni, Bari, Roma, Ferrara, Trieste, Palermo, Venezia, Firenze, Padova, Londra, New York, Barcellona.

Con l’opera “Garbage in the greenwood”, è attualmente presente al Museo “Gonzaga” di Mantova e dal 6 marzo, con 5 opere realizzate nel 2022, alla Biennale di Asti: “Sono così emozionata!”, sorride. E intense emozioni attendono i visitatori. Magari, chissà, la bellezza salverà davvero il mondo…

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