La salute disuguale: la sfida di un mondo ingiusto

FILIPPO MARIA BOSCIA* - I rapporti delle maggiori organizzazioni del mondo (OMS, ONU, EHES European Health Equity Status) riferiscono che la salute non è uguale per tutti!

Tutti i rapporti descrivono squilibri profondi tra diverse realtà e sostanziali disuguaglianze tra le diverse aeree del mondo e tra le diverse aree dei singoli stati. Sabato 24 settembre 2022 a Roma, in un meeting internazionale, organizzato dall’Associazione Medici Cattolici Italiani (Presidente Nazionale AMCI: Prof Filippo M. Boscia - Presidente AMCI Roma: Tonino Cantelmi) si parlerà di “Salute disuguale: la sfida di un mondo ingiusto” per sottolineare i contenuti di una pregevole opera di Michael Marmot, presidente della World Medical Association (WMA), edito per l’edizione italiana dal Pensiero Scientifico Ed.

L’incontro è promosso dall’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI Roma) con il patrocinio dell’OMCeO della Provincia di Roma, AIPPC Roma, UCID, Diocesi di Roma, ACLI Provinciali di Roma, ATC Roma, Caritas Roma.

C’è oggi una terribile realtà nella nostra civiltà! I più poveri e più incolti vivono molto meno dei più ricchi e dei più colti e questo non riguarda solo l’Italia, ma il mondo intero e tutte le società senza l’orientamento.

Negli ultimi 10 anni sono stato 4 volte in Congo ed oggi sono in grado di valutare le differenze al ribasso, soprattutto nei Paesi definiti del Terzo Mondo: Lì, persone più svantaggiate possono sottolineare, con molta semplicità e franchezza, che il mondo è ingiusto e la salute è diseguale. Considerare con marcato impegno culturale, i determinanti e gli indicatori di salute serve a perseguire politiche di equità nella salute. 

La missione degli operatori sanitari e dei medici cattolici italiani parte da essenziali motivazioni. Gli operatori sanitari in primis desiderano mantenere in salute tutti, proprio tutti i nostri simili, senza distinzione alcuna, ponendo massima attenzione alla prevenzione collettiva e interagendo sulle cause sociali, ambientali, politiche, immateriali e materiali e produrre evidenze scientifiche che ci aiutino ad elaborare strategie di prevenzione, di diseguaglianze, miserie, emarginazioni e abbandoni.

Da medici desidereremmo recuperare oggi una medicina più attenta, più equa, più umana e libera da condizionamenti estranei, che abbia a fondamento l’obiettivo salute.

Avremmo bisogno di equità sin dall’inizio della nostra vita, visto che le diseguaglianze iniziano presto, addirittura nella vita intrauterina, e sono condizionate dalle povertà, dall’alimentazione, dall’assistenza sanitaria, dalle condizioni sociali svantaggiate, politiche ed economiche, ma anche da tante altre disuguaglianze, che oggi vengono inesorabilmente “al pettine”. In realtà, di tutte le forme di disuguaglianza, l’ingiustizia nella salute è la più scioccante, la più disumana perché tradisce quell’obbligatorio sistema che deve prendersi cura dei cittadini, dalla culla alla tomba. Realtà organizzative che, se inefficienti e non solidali, creano povertà inaccettabili, ingiuste e perniciose.

Sir Marmot con accuratezza elenca i molti fattori sociali che determinano la salute e non si riferisce solo alle risorse economiche o all’efficienza di sistemi sanitari, ma ai tanti altri fattori che passano dagli stili di vita ad un’istruzione carente, da un lavoro precario e poco sicuro ai redditi inadeguati, dal mancato accesso ai servizi alle carenze strutturali, ecc. Da Sir Marmot riceviamo un messaggio forte e chiaro e un invito: dovremmo essere capaci di gridare al mondo messaggi virtuosi, affinché collettivamente e solidalmente ci si occupi della tutela delle persone e ci si adoperi per contrastare il cattivo uso di norme giuridiche o l’arroganza del potere, il gulag dei potenti, le baraccopoli sub-urbane, la prepotenza di chi sta in prima fila, il linguaggio ingannevole, capovolto e contorto del marketing, la violenza sociale e la violenza intra familiare, il rifiuto della diversità.

Dovremmo avere il coraggio di percorrere le discariche umane, dell’odio, dei veleni, della violenza, dell’isolamento, dell’emarginazione per non abbandonare nessuno fra le acque limacciose di una civiltà senza anima e senza umanità.

L’impegno oggi di tutti gli uomini di buona volontà è quello di aiutare gli uomini a liberarsi da quella ragnatela che avvolge tutti gli ingranaggi di vita e che riguarda la politica, gli ideologismi, i personalismi e gli egoismi per saper cogliere il pianto, il dolore e la solitudine dell’animo. 

Personalmente ho sperimentato sul campo, in Africa nella Repubblica democratica del Congo, a Butembo Beni, nell’ex Zaire, cosa sia la salute disuguale in un mondo ingiusto, in quel mondo in cui c’è lo schiacciamento culturale del ceto medio e nel quale prevenzione, previdenza, assistenza e cura per la salute sono in crisi. Un mondo nel quale i danni del biopotere e delle biopolitiche si sono fatti sentire tra violenze e persecuzioni.

La salute disuguale la riscontriamo in ogni aspetto della vita: nel nascere, nel vivere, nel soffrire, nel morire, ma anche nella fortuna o nella sfortuna di nascere e risiedere in un particolare territorio non sempre dotato di servizi per le persone e assai disuguale rispetto ad altri territori iperdotati e con economie floride.

L’aspetto economico è dominante: le crisi economiche mettono in scacco il variegato mondo sanitario, creando tante nuove emergenze e imponendo saperi claudicanti.

Se da un lato abbiamo stati e regioni che, anche con fatica e impegno, riescono a garantire, in un contesto di compatibilità finanziaria, servizi sanitari adeguati che soddisfano i cittadini, dall’altro abbiamo molteplici realtà che fanno registrare estreme criticità ai limiti della catastrofe psicosociale ed emarginazioni violente delle persone più fragili, svantaggiate, spesso dimenticate.

Tra le persone svantaggiate ci sono i disabili psichici, che sono i più colpiti perché relegati a perdere le libertà sostanziali e privati della reale capacità di partecipare alla vita.

L’equità nei confronti di queste persone, relegate e abbandonate, dovrebbe richiedere sforzi particolari e richiedere riflessioni sulla giustizia sociale, indispensabile per realizzare l’equità.

Pensandoci bene e ispirandoci a S. Francesco, dovremmo sempre considerarci autori di un furto ogni qualvolta non dessimo quel che è giusto a quel qualcuno che ha molto più bisogno di noi.

Ogni volta che siamo ingiusti compiamo un grave delitto che condiziona ingiuste disuguaglianze.

Non dimentichiamo che le persone che si trovano negli strati inferiori della piramide sociale, di solito, hanno un rischio almeno doppio di essere colpiti da malattie e da morte prematura rispetto a chi si trova vicino al vertice. Questa affermazione ci fa tornare a riflettere sui sistemi di welfare che generano tante esclusioni.

L’epoca attuale è certamente caratterizzata dall’aumento dei bisogni, intimamente collegati all’aumento della speranza di vita media, ma di contro v’è una scarsità di risorse.

Siamo tutti convinti che “la salute non abbia prezzo”, ma ha comunque un costo e se i costi aumentano le risorse diminuiscono.

Nell’epoca della crisi economica, si guarda con freddezza all’accesso ai servizi socio-sanitari come “investimenti aziendali” da valutare in base agli esiti di salute che possono generare. Credo sia opportuno ricordare il ritorno che questi particolari investimenti hanno: il sollievo alle famiglie, la felicità della persona fragile, l’impatto sociale, i posti di lavoro, realtà che dovrebbero generare un sistema organizzativo che ci faccia scegliere una diversa distribuzione e gestione delle risorse, capace di consentire il prendersi cura delle persone più deboli.

Dobbiamo abbandonare la strada del razionamento delle risorse e imboccare quella della “generatività” degli eventi benefici.

A livello culturale abbiamo lasciato che la logica del profitto governasse anche i luoghi di cura. L’ospedale, il cui significato etimologico va ricercato nella parola “hospital”, equivalente di ospitale, che indica l’ospitalità e l’accoglienza, è diventato oggi “stabilimento ospedaliero” inquadrato in una azienda sanitaria.

I pazienti, da patio sono stati traslati a cittadini utenti. I medici, nelle precedenti qualifiche di primario, aiuto e assistente, sono operatori sanitari di sistema aziendale suddivisi in I e II livello. Gli operatori aziendali indossano una tuta che è la tuta aziendale, che è sempre meno di un camice professionale. Gli ammalati in pigiama sono codici a barre, le malattie sono codici nosologici. Negli ospedali è vietato chiamarli per nome: è sovrana la privacy, quindi le persone diventano codici alfanumerici.

E’ aumentato il distanziamento fra operatori e cittadini utenti, e non solo per il Covid! Tutta la Medicina è in “guanti gialli”, tra barriere protettive e ulteriore distanziamento. Viceversa, la Medicina deve essere relazione, empatia, conforto, sorriso, carezza, sostegno e non solo efficienza digitale/burocratica. Nessuno nega la necessità di una forte iniezione tecnologica innovativa, ma la digitalizzazione degli attuali percorsi clinici, se esasperata, è grave errore metodologico perché diventa lesiva della qualità dei processi clinici sanitari e psicosociali.

Speriamo che da un cambio di rotta dell’economia i tanti deserti che si stanno moltiplicando possano tornare a fiorire. Insieme a milioni di disabili nel mondo, insieme a tanti esclusi, nutriamo un sogno: che ciascuno possa tornare libero di vivere la propria vita in un mondo in cui l’uguaglianza sostanziale possa essere una realtà. La vita e la salute non possono essere solo privilegio di alcuni.

La storia ci ha insegnato che le conquiste dell’umanità, in termini di diritti fondamentali, non sono impossibili, ma hanno bisogno di persone coraggiose che sappiano sognare.

* Presidente Nazionale AMCI

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