'Italia a -30° per monitorare la salute degli oceani e del pianeta', parla il foggiano Matteo Villani (ENEA)


FRANCESCO GRECO
- "Ciao Francesco, sono Matteo Villani dall'Antartide…". Alle 6 del mattino, sorpresa sul Whatsapp. E’ il ricercatore italiano (Foggia) Matteo Villani alla sua ottava missione fra i ghiacci.

"Si, ormai sono un veterano… Ti ho scritto due righe… La stanchezza è assai… Qui il freddo non perdona, e non dimentica…". Comincia così, con la condivisione di uno stato d’animo, la corrispondenza della quotidianità dall’Antartide (Baia Terra Nova), quello che Matteo chiama “Diario dal ghiaccio”, temperature sui meno 30 gradi, muri di ghiaccio alti oltre 3 metri. L’anno scorso si era preso un anno sabbatico.

D. L’Italia dunque torna in Antartide per la 41ma spedizione…

R. Il benvenuto quest’anno è stato dei più duri. Il 23 ottobre scorso abbiamo finalmente aperto "le porte" della Base Mario Zucchelli, a Baia Terra Nova, dando il via ufficiale alla 41ª spedizione italiana. Per me è l'ottava missione, ma l'emozione e la "fatica" sono quelle del primo giorno.

D. Come avete "risvegliato" la Base Zucchelli?

R. E’ stata una sfida contro il bianco. Tutto è iniziato con l’atterraggio del nostro DC-9 Basler, un aereo indistruttibile, direttamente sul mare ghiacciato. Appena toccato terra, il primo compito critico è stato verificare la tenuta della pista: abbiamo effettuato dei carotaggi per accertarci dello spessore del ghiaccio marino. Il verdetto? 2,5 metri. Una misura di sicurezza fondamentale per permettere ai successivi voli, civili e militari, di raggiungerci.

D. Che spettacolo avete visto al primo sguardo?

R. La base, al nostro arrivo, era sommersa da un immenso manto bianco. Abbiamo dovuto "svegliarla" dopo il lungo letargo dell'inverno australe in condizioni proibitive: temperature vicine ai -30°C e accumuli di neve che superavano i 3 metri. Abbiamo passato giorni a spalare per liberare hangar e impianti.

D. La prima cosa da fare?

R. Il nostro primo obiettivo "vitale"? Accendere la centrale elettrica: senza energia non c'è vita. Subito dopo è toccato alla centrale termica e all'impianto di dissalazione. Per ottenere acqua potabile, abbiamo praticato un foro guida nel ghiaccio marino, spingendo l'acqua di mare nell'impianto tramite pompe volumetriche. Ogni tubazione è protetta da resistenze elettriche: qui, se il riscaldamento salta anche per poco, il freddo spacca tutto. Non perdona.

D. A quel punto, un ponte aereo (e navale) verso il mondo?

R. Mentre mettevamo in funzione l’impianto di depurazione delle acque reflue e le linee carburante, i gatti delle nevi lavoravano h24 per preparare la pista per l'Airbus. Dopo i primi quattro voli con personale logistico e ricercatori, è arrivato il supporto vitale della 46ª Brigata Aerea di Pisa con il C-130 dell'Aeronautica Militare: altri quattro viaggi carichi di viveri, materiali e personale. Ogni anno, a un certo punto, spunta la "Laura Bassi"… A metà dicembre abbiamo visto la sagoma della nostra rompighiaccio, carica di ricambi, carburante e del personale di cambio per i ricercatori. Un momento cruciale per garantire l'operatività di tutta la spedizione. Anche i ghiacci hanno i loro "santuari", che conservano e tramandano la memoria…Quest'anno la missione ha un valore simbolico immenso. La Laura Bassi ha trasportato le carote di ghiaccio prelevate dai ghiacciai europei e dalle Alpi. Verranno custodite nell'Ice Memory Sanctuary presso la Base Concordia, sul plateau antartico: una "grotta" lunga 35 metri per 5 dove i campioni si conserveranno naturalmente. È un regalo per gli scienziati del futuro: se i nostri ghiacciai alpini scompariranno, la loro storia resterà scritta in quel ghiaccio protetto dall'Antartide a meno 52 gradi.

D. Curiosità: quante unità operative sono attive?

R. Siamo circa 200, tra ricercatori e tecnici distribuiti nelle due basi italiane, coordinati dal PNRA e finanziati dal Ministero dell'Università e della Ricerca. È un’architettura complessa: il CNR guida la scienza, l’ENEA la logistica e l’OGS la nave Laura Bassi.

D. Quale la mission dal punto di vista scientifico?

R. Il programma scientifico ha obiettivi su più fronti, portando avanti progetti che spaziano dalla glaciologia alla geologia, fino alla climatologia e all’oceanografia. Attenzione allo studio della biodiversità, fondamentale per monitorare lo stato di salute degli oceani e l'impatto dei cambiamenti climatici su scala globale. Da qui cerchiamo di monitorare la salute degli oceani e del pianeta, ma la natura ha sempre l'ultima parola.

D. Data fine missione?

R. Per l’apertura, siamo partiti con una settimana di ritardo dalla Nuova Zelanda per il maltempo e, anche se prevediamo di chiudere a fine febbraio, non esiste una data certa: in Antartide le condizioni possono stravolgersi in poche ore. Tuttavia, la missione volge ormai al termine e sento crescere l'emozione: non vedo l'ora di tornare a casa per riabbracciare finalmente Aurora ed Angelica, le mie due figliolette.