Marty Supreme: la recensione

FREDERIC PASCALI - Marty Reisman è stato un’icona assoluta del tennistavolo americano e mondiale tra gli anni ’50 e gli anni ’70 del Novecento, un personaggio unico in grado di fare notizia anche fuori dall’ambito sportivo. Il profilo ideale per costruirci un racconto cinematografico come quello diretto da Josh Safdie e sceneggiato dal medesimo con Ronald Bronstein.

Centoquarantanove minuti adrenalici per narrare uno spaccato della gioventù di Reisman: quando, già campione juniores di New York, a soli 13 anni, era da anni la leggenda incontrastata dell’altrettanto epico Lawrence’s Ping Pong Parlor, un club underground di Manhattan. L’eroe del tennistavolo americano, interpretato con grande efficacia dal candidato all’ Oscar Thimotée Chalamet, viene seguito nel momento in cui lotta per diventare un giocatore dal primato mondiale cercando di trovare un equilibrio in una vita complicata, disordinata e a tratti disperata.

Nell’adattamento cinematografico di Safdie, Marty di cognome fa Mauser e, suo malgrado, si guadagna da vivere facendo il venditore di scarpe presso il negozio del nuovo compagno della madre. Dopo la sfortunata trasferta nell’Open britannico in cui si vede sfuggire il titolo in finale, a causa della presenza del giapponese Endo che sfoggia una racchetta innovativa per l’epoca, con uno strato di gomma molto denso che la rende più performante rispetto alle classiche hardbat, Marty coltiva l’ossessione per la rivincita. Tensione che si intreccia con una vita privata sempre più segnata da espedienti di ogni tipo e il rapporto contrastato con le relazioni femminili rappresentate da Rachel, l’amica di sempre con la quale finisce per farci un figlio e Kay Stone, la grande attrice ormai non più tale, sposa del ricchissimo e subdolo uomo d’affari Milton Rockwell. Sono loro gli archetipi che giostrano i punti di svolta che animano la volontà di Marty e conducono la storia al redde rationem finale.

Marty Supreme, candidato a ben nove premi Oscar, è senza dubbio un film dotato della stessa frenesia incarnata dal suo protagonista. Una condizione assoluta che finisce per fagocitare ogni elemento connotato al ping pong, relegato più a un’attrazione da saltimbanchi che a un fenomeno sportivo, in una trama che possiede tutti i contorni e le levigature tipiche di una gangster story, dotata di qualche forzatura gratuita di troppo. Eccellenti tutti gli interpreti con una particolare lode per la bravissima Odessa A’zion nei panni di Rachel.