Morte al patriarcato, ucciso dalle donne al Teatro 'Porta Portese' di Roma
Il produttore mani lunghe e sudaticce, l’attrice alle prime armi, timida e pudica ma ambiziosa, in cerca di un ruolo e il divano.
Tre archetipi immortali.
Dal poco che ne sappiamo, potrebbero datare dai tempi dei 300 teatri dell’Atene di Pericle (V-IV secolo), transumando sul Carro di Tespi dei commedianti ottocenteschi (poi ripresi dal fascismo quali strumenti di propaganda), fino alla Hollywood del XXI secolo.
Antichissimo anche un altro archetipo: l’energia escatologica della donna ansiosa di protagonismo nella Storia: quello di Listrata, per dire, che indice lo sciopero del talamo affinché gli uomini la finiscano, una volta per tutte, con le guerre devastatrici e tornino a occuparsi del demo.
Riprendendo “Omicidio, Mon Amour”, film del 2023 di Francois Ozon, che a sua volta si rifaceva alla commedia omonima (1934) di Georges Berr e Luis Verneil e riadattandolo al tempo delle scarpe e le panchine rosse, la regista romana Simona Ciammaruconi dà vita a un testo sontuoso, ricco di intuizioni, suggestioni, illuminazioni, decisamente polisemico, infinitamente contaminato, come fa chi rifugge i facile manierismi, ama il rischio e usa come password ricerca e sperimentazione continue.
Ne esce un testo nuovo, trasfigurato, altro da sè (eterogenesi dei fini), a cui la sua compagnia (al Teatro “Porta Portese”) aggiunge del suo valorizzandone al massimo le tante interfacce, carsiche e di superficie, echi e risonanze. Con – a volerlo leggere in controluce - una sottolineatura anti patrircato.
Elena Virgi (una Federica Gugliandolo in stato di grazia) è l’attrice in cerca di un ruolo, il produttore Carlo Monteforte gli offre una piccola somma per una parte senza battute. Poi il divano, le avances, parte un colpo…
Lei e l’amica Marta Argento (un’Elisa Franchi effervescente, ispirata), avvocatessa alle prime armi, condividono lo stesso tugurio senza alcun comfort.
Ma quando le donne fanno community, trovano un’energia insospettata, ontologica (direbbe Parmenide), evocano un mondo a parte, paralello, più umano e da vivere.
Se la cultura maschilista dà sempre e comunque la colpa alle donne e se viviamo nella società dello spettacolo, tanto vale attribuirsi un delitto non commesso e poi vedere che succede.
Al processo Elena confessa, ma è assolta: ha difeso la sua virtù, il produttore/patriarca la voleva calpestare. Non manca la battuta del PM sul lesbismo: lei e l’avvocatessa dormono abbbracciate, ma solo per scaldarsi, vivendo in un tugurio senza luce.
La visibilità mediatica è il preludio del loro successo, vanno a vivere nel lusso dei quartieri bene.
Fra ipotesi di matrimoni d’amore e di convenienza, patrimoni in pericolo, aziende in difficoltà, gags, colpi di scena, continui cambi di ritmo e di linguaggi (deliziosi i virtuosismi di Roberta Bobbi), tutto pare risolto.
Potremmo prendere il tram e tornare a casa, ma ecco il colpo di scena: irrompe Tamara Cook, una delle prime amanti del de cuius (una magnetica, barocca Rita Pasqualoni), con cui ha lavorato in una sfilza di film, che cita, mostra la vera arma del delitto, il portafogli del produttore, rivela il movente: gli aveva chiesto 50 milioni.
La giustizia però a volte è pura pantomima (altra feroce stoccata della regista) e considera chiusa la pratica nonostante le minacce della Cook di darla in pasto ai media.
All’attrice allora non resta che chiedere la somma a Elena e la sua avvocatessa a cui estende la minaccia (i giornali).
Ma le donne hanno sempre una soluzione a portata di mano: e se Tamara tornasse in scena, davanti al suo pubblico?
Potrebbe fare la madre di Elena, anzi, no, la sorella maggiore in un nuovo spettacolo.
A questo punto l’ennesima, sorprendente declinazione: il teatro diventa metateatro, e di cosa parla lo spettacolo in progress se non di focosi produttori e attrici molestate sul divano?
Stavolta, però, saranno necessari quattro colpi: “Questo non muore mai!” sibila fredda Tamara mentre spara: battuta un sacco iconica, che resta sospesa nell’aria prima di imprimersi nel nostro immaginario, privato e collettivo.
Sipario, applausi, più chiamate della compagnia.
Il funerale del patriarcato è stato celebrato. Non resta che affidarsi alle donne per i prossimi secoli, anche perchè l’ombra minacciosa di Lisistrata a noi maschi fa venire i brividi…
Struggenti i contrappunti della fisarmonica del maestro Alessandro Severa.
Superlativi quanto eclettici Gabriele Perfumo (Ispettore Squitti/Isidoro), Andrea Rizzo (Andrea Sgarri/Commissario Porzio), Maurizio Greco (il Giudice/Sgarri padre), Andrea Scaranuzza (il PM).
Scenografia della stessa regista, aiuto regia e grafica Serena Canali, luci, audio e suono Camillo Basso Amolat, produzione Whitelight. Non perdetevi le repliche.
