Zurara: ''Abbiamo raggiunto la nostra identità sonora''
''Lichen'' che segna il debutto discografico dei ZURARA e anticipa il loro primo lavoro in studio, “POSTLUCE”. Realizzato al Piccolo Cobra Studio di Roberto Cammarata, con il contributo tecnico di Danilo Romancino e la direzione artistica di Gioele Valenti (JuJu, Herself), il brano presenta come una dichiarazione d’identità: un ingresso netto, viscerale e riconoscibile nel mondo sonoro del gruppo.
Il singolo si sviluppa su coordinate post rock, con ritmiche incalzanti, chitarre affilate e un impianto sonoro spigoloso che definisce la personalità della band. “I versi, carichi di immagini oniriche e richiami a un Io primitivo, - spiega la band siciliana - costruiscono un immaginario fortemente sensoriale, capace di evocare una tensione che scava sotto la superficie emotiva. Il titolo amplifica questo valore simbolico: il lichen come malattia che infiamma e corrode il corpo, e i licheni come organismi antichissimi che assorbono tutto ciò che li circonda. Da questa doppia immagine nasce l’analogia con il presente, percepito come un organismo colpito da un’infiammazione cronica generata dal tardo-capitalismo.
Il brano è scritto da Antonino Sileci, che firma la composizione insieme a Sergio Sannasardo. Sileci è anche voce e chitarra ritmica; Sannasardo alla chitarra solista. Carmelo Bellini è al basso, Giusto Correnti alla batteria, mentre Salvatore Di Giunta ai sintetizzatori e cori. La produzione artistica è affidata a Gioele Valenti. Le registrazioni e il mixing sono stati realizzati da Danilo Romancino presso il Piccolo Cobra Studio. Il mastering è a cura di Alessandro “Gengy” Di Guglielmo.
Come nasce il progetto Zurara e come mai avete deciso di esordire con il singolo dal titolo “Lichen”?
Il progetto nasce nel dicembre del 2024. Dopo precedenti esperienze è arrivata l’esigenza di esprimerci nell’attuale forma, con questo sound, con questa propensione al rock. Abbiamo deciso di esordire con Lichen perché è quello più di impatto, ad un primo ascolto. Dopo diversi ascolti, emergono le immagini oniriche che il testo, all’unisono con la parte strumentale, rivela. Si scopre la reale identità del brano e sotto un suono muscolare ma anche tagliente e spigoloso si esprime una critica al tardo capitalismo che sempre di più infiamma la società contemporanea. Questo concetto lo esprimiamo attraverso la metafora del Lichen ovvero una malattia che infiamma la pelle. La società contemporanea viene invece accostata all’immagine dei licheni, in quando antichi organismi che hanno la capacità di assorbire tutto ciò che li circonda.
Guardando indietro, qual è stata la prima decisione che ha davvero segnato il vostro percorso come Zurara, anche se all’epoca non ve ne rendevate conto?
La scintilla che fatto scattare il tutto è avvenuta già dalla prima prova. Il feeling è stato immediato, viaggiavamo sulla stessa scia.
C’è stato un momento in cui avete capito che il progetto stava diventando “qualcosa di vostro” e non più la somma delle vostre influenze?
Ogniuno di noi, grazie alla diversità e alla provenienza da mondi musicali differenti e non sempre allineati, ha apportato il proprio contributo al suono finale che ci contraddistingue. Abbiamo ricercato molto in sala prove e pensiamo che una chiave di svolta sia stato il processo decostruttivo, che ci ha portato a togliere dopo aver sovraccaricato in una prima fase. Questo ha permesso di dare il giusto spazio tra le parti al fine di emergere insieme come un unico corpo.
C’è un momento preciso, durante la lavorazione di Lichen, in cui avete pensato: “questa cosa non dovrebbe funzionare” — e invece ha funzionato?
Dopo una prima stesura del brano, abbiamo decostruito la struttura in sala prove grazie al contributo che ognuno di noi ha apportato. Questo cambiamento ci ha inizialmente spiazzato, ma poi con il tempo, abbiamo capito che questa nuova forma sarebbe diventato il punto di forza che avrebbe contraddistinto in nostro sound.
Avete mai provato a “rompere” deliberatamente il pezzo, inserendo qualcosa di sbagliato o disturbante, per capire fino a dove poteva reggere?
Abbiamo portato il brano quasi all’esasperazione in un primo momento, ma abbiamo capito di dovere dare respiro in alcune parti del brano per valorizzare al massimo le parti esplosive. Inizialmente il brano aveva una strutturazione più lineare, poi grazie al lavoro fatto in sala prove e al contributo che ognuno di noi ha dato e grazie anche alla guida del nostro produttore artistico Gioele Valenti (JuJu, Herself), abbiamo raggiunto questa forma. È stato un processo che ha richiesto tempo e diversi tentativi.
Cosa vi interessa di più oggi: esplorare territori nuovi o andare a fondo in quelli che sentite ormai vostri?
Oggi pensiamo di avere raggiunto una nostra identità sonora. Ormai abbiamo un metodo compositivo collaudato e spesso ci capiamo già ad un primo approccio. Ciò ovviamente non esclude la possibilità di esplorare nuove dimensioni sonore. Se avremo questa esigenza non ci faremo frenare da nessun preconcetto. Crediamo che avvenga in modo naturale la propensione ad esplorare nuovi territori legati a questo genere.
