Angela Baraldi (intervista): «“3021”? Nel mio nuovo album mi libero dalle aspettative e dal giudizio altrui»


NICOLA RICCHITELLI –
È uscito qualche settimana fa – CD, vinile e digitale – “3021” (Caravan / Sony Music Italia), il nuovo album di Angela Baraldi. Tra le altre, il tour dell’artista bolognese toccherà la Puglia nei prossimi giorni: sarà infatti a Guagnano (LE) il 6 febbraio e a Bari il 7 febbraio presso l’“Officina degli Esordi”.

Prodotto da Caravan, l’etichetta discografica di Francesco De Gregori, e distribuito da Sony Music Italia, “3021” comprende otto brani scritti dalla stessa Angela Baraldi e composti insieme a Federico Fantuz. Se per gli arrangiamenti musicali la cantautrice, rompendo gli schemi, si è lasciata ispirare a tratti dal cosmo e dal suo fascino misterioso, nei testi è andata alla ricerca dell’essenziale, esplorando sensazioni e sentimenti umani.

«“3021” è come una serie antologica, dove le trame e i personaggi cambiano in ogni puntata e il filo narrativo che li lega è unicamente il suono. Si può dire che è il contrario di un concept album – dichiara Angela Baraldi – Ho immaginato il suono delle sfere, dei pianeti e dello spazio profondo e abbiamo provato a riprodurlo usando chitarre, basso, batteria e qualche synth. Ho voluto sperimentare la semplicità. A differenza dei suoni, nei testi, invece, ho cercato il terreno, l’umano, da contrapporre allo spazio profondo delle galassie. Il risultato sono otto canzoni, che non so se sono o non sono rock. Ho cercato di liberarmi dalle sovrastrutture e dalle aspettative. Mi sono presa il lusso di sorprendere, o magari anche di deludere, chi mi segue. Agli artisti che amo succede anche questo…».

Nata a Bologna, Angela Baraldi è una cantante e attrice con nove album all’attivo. Nella sua carriera ha collaborato con artisti del calibro di Luca Carboni, Ron, Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Il 1994 segna il suo esordio cinematografico con il film “Come due coccodrilli” diretto da Giacomo Campiotti, con cui ha già collaborato nei suoi primi videoclip. È l’attrice protagonista di “Quo Vadis, Baby?”, film di Gabriele Salvatores per cui vince tre importanti riconoscimenti cinematografici: il Premio Flaiano come Miglior attrice esordiente, il Premio Efebo d’Oro e l’Iris d’argento al Montreal Film Festival.

“3021” sembra guardare lontanissimo, ma parla di cose molto terrestri: cosa ti ha fatto più paura del futuro e cosa invece del presente?

R: «Vigliaccamente ho più paura del presente, perché il futuro che ho immaginato è talmente lontano che è più immaginazione, fantasia. È più una suggestione stimolata dalla nostra irrazionale fiducia nella tecnologia che ci fa sentire immortali. Probabilmente della nostra era resteranno frammenti di dispositivi svuotati di contenuti. Ho immaginato gli archeologi tra mille anni in cerca delle nostre tracce. Per quanto riguarda il presente, è brutale: più che paura provo sgomento».

Hai detto che questo disco è il contrario di un concept album. Quanto è liberatorio non dover “tenere insieme” una storia?

R: «Anche approfondire un argomento o una storia e sfruttare tutte le cartucce di un album per raccontarla può essere liberatorio. Questo disco ha uno stile che unisce i capitoli tra loro: il suono e come è suonato. Ogni canzone è una storia a sé stante, come una serie antologica con lo stesso regista e direttore della fotografia, per fare un esempio».

In “Cuore elettrico” convivono Poe, Van Gogh e il telegiornale: scrivere così è una fuga o un modo più feroce di guardare la realtà?

R: «Diciamo che in quel frangente i racconti di Edgar Allan Poe, per quanto inquietanti, mi sembravano una via di fuga rispetto alla realtà. Però la canzone, che è seria ma vestita da pagliaccio, accosta significati lontani tra loro, come associazioni di idee in dormiveglia. L’ho scritta appena sveglia dopo un notiziario e ho usato la fantasia come forma di resistenza per scavalcare la realtà. Accostare “Il Pozzo e Il Pendolo”, uno dei più famosi e ansiogeni racconti di Poe, e “Guarda come dondolo” di Vianello stride, può risultare feroce, come dici tu, se ci pensi».

Ti sei presa “il lusso di deludere” chi ti segue: oggi deludere è ancora un atto rivoluzionario?

R: «Sì, può esserlo. Il senso della mia frase è che se ti prendi questa libertà aumenta la possibilità di “deludere” qualcuno, ma anche di “sorprendere”. È chiaro che spero nella seconda. Credo di essermi liberata dalle aspettative, o più semplicemente dal giudizio degli altri e persino dal mio».

Nei tuoi testi cerchi l’essenziale, ma i suoni guardano al cosmo: cosa succede quando queste due forze entrano in conflitto?

R: «Succede che noi umani ci sentiamo piccolissimi. È importante che succeda».

Questo album è nato anche da un’immagine sonora dello spazio profondo: che tipo di silenzio ti interessa di più, quello cosmico o quello umano?

R: «Il silenzio è sempre interessante. Anche quello umano, perché c’è espansione dei pensieri e si ascolta in modo diverso, non si smette di ascoltare se c’è silenzio. E il cosmo è affascinantissimo se parliamo di silenzio. Il silenzio ha sempre un suono».

Suonerai in Puglia due sere di fila – 6 e 7 febbraio a Guagnano e Bari – tornare a suonare nei club del Sud oggi è una scelta artistica o anche politica?

R: «Vado a suonare ovunque. La mia è una missione, artistica e poetica, più che politica. Devo però aggiungere che i club e i teatri sono la mia dimensione preferita anche come spettatrice».

C’è qualcosa che ti aspetti dal pubblico pugliese che non ti aspetti altrove — o che temi possa sorprenderti?

R: «In Puglia ci sono venuta solo con Massimo Zamboni e il repertorio CCCP e poi con i Post CSI. Quindi ho un pubblico che dal vivo con il mio repertorio non mi conosce. Mi aspetto di tutto!».