Le mani: creazione, etica e ambiguità dell'agire
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C’è una parte del nostro corpo mai del tutto considerata, forse perché troppo esposta o troppo compromessa con l’agire.
Le mani sono sempre davanti a noi, eppure raramente le guardiamo davvero. Ci accompagnano in ogni gesto, anche nei più insignificanti, e proprio per questo finiscono per diventare invisibili.
Ma se il corpo è il primo luogo dell’esperienza, se lo sguardo orienta il nostro modo di stare al mondo e l’ombra trattiene ciò che non sappiamo dire, allora le mani sono il punto in cui tutto questo prende forma, nel bene e nel male.
Le mani non sono mai neutrali e agiscono prima ancora che il pensiero si organizzi in parole: creano, colpiscono, trattengono e lasciano andare.
C’è una conoscenza che passa solo da lì, da una memoria tattile che non si lascia tradurre interamente nel linguaggio.
Richard Sennett, ne L’uomo artigiano, parla della mano come di un’intelligenza autonoma, capace di apprendere attraverso la ripetizione, l’errore e l’aggiustamento continuo. Fare non è un gesto secondario rispetto al pensare: è una sua forma, spesso più onesta perché costretta a misurarsi con la renitenza del reale.
Nell’arte, questa verità è evidente. Che si tratti di modellare l’argilla, di incidere il legno, di tirare una corda di violino o di stendere un colore, le mani non eseguono un’idea già compiuta ma dialogano con la materia, adattandosi o fermandosi.
Paul Klee, nei suoi scritti teorici raccolti in Scritti sull’arte, insisteva sul fatto che l’opera non nasce da un progetto rigido ma da un processo che si modifica mentre accade, e le mani, in questo senso, non sono strumenti ma interlocutrici. Ciò è reso evidente dall’attenzione che gli artisti hanno dedicato a questo dettaglio, spesso più eloquente del volto stesso.
Che siano esse dipinte, scolpite, o fotografate, le mani raccontano intenzioni, tensioni e disposizioni interiori.
In Caravaggio afferrano, indicano o esitano; non accompagnano la scena ma la determinano.
In Michelangelo, nella Creazione di Adamo, l’intero racconto dell’umano si gioca nello spazio minimo tra due dita che non si toccano ancora: un intervallo carico di possibilità, non una certezza compiuta. Qui non è il contatto a generare senso, ma la distanza che lo precede.
Le mani pertanto, sono depositi di memoria culturale: portano con sé tracce di lavoro, di preghiera, di violenza e protezione.
Il simbolo non resta confinato nello spazio estetico: le mani diventano linguaggio anche fuori dall’opera, nei luoghi in cui l’azione quotidiana assume una valenza etica. Chi sceglie di dedicare tempo, energie e competenze a contesti di marginalità, lo fa attraverso gesti concreti. Qui la mano perde ogni aura romantica e si confronta con la ripetizione, con la fatica e con l’attrito della realtà: non è una mano eroica ma una mano che insiste.
Ogni relazione autentica nasce da un “mettersi a disposizione”, che nei contesti di disagio prende forma nel fare: nel gesto che non risolve tutto, ma non si sottrae; che aiuta e non cancella la sofferenza, ma la riconosce come reale e degna di risposta.
E nel volontariato questo si vede con chiarezza: le mani che distribuiscono, che sostengono e che accompagnano non risolvono i problemi del mondo ma offrono presenza, riconoscendo l'altro come corpo, prima ancora che come caso o categoria.
Vi sono poi le mani che curano, non solo in senso medico ma in quel campo vasto che comprende la cura educativa, relazionale e artistica.
Donald Winnicott, parlando dell’esperienza del “tenere” mostrava come il contatto non sia un dettaglio ma una condizione fondamentale per lo sviluppo psichico. Essere tenuti, sostenuti e accompagnati, non è un lusso emotivo: è ciò che rende possibile in futuro saper stare in piedi da soli.
E tuttavia, le mani che curano possono anche stancarsi: possono tremare, perdere precisione e smarrire fiducia. Non c’è romanticismo nel fare: c’è fatica, ripetizione, a volte frustrazione.
L’idea che la cura sia sempre gratificante è una semplificazione pericolosa. Poiché curare significa esporsi, e ogni esposizione implica un rischio, è necessario sottrarre le mani alla retorica dell’eroismo e restituirle una dimensione umana e imperfetta.
Ma le mani non creano soltanto, possono distruggere con la stessa precisione con cui costruiscono. Possono ferire, stringere per togliere il respiro, premere un grilletto o firmare un ordine che produce devastazione.
Ogni gesto è carico di conseguenze e le mani che agiscono senza pensiero non sono meno colpevoli: al contrario, sono più pericolose perché trasformano l’obbedienza in automatismo.
Forse per questo l’educazione ha sempre avuto un rapporto ambivalente con le mani. Per molto tempo sono state disciplinate, tenute ferme, separate dal sapere “alto”. Eppure, le esperienze educative più trasformative hanno spesso rimesso al centro il fare, non come addestramento ma come occasione di comprensione profonda.
Maria Montessori parlava della mano come dell’organo dell’intelligenza: attraverso l’azione concreta l'intenzione prende forma, si struttura e si rende consapevole.
Le mani ci ricordano quindi che ogni trasformazione passa da un gesto concreto.
Non esistono cambiamenti astratti: anche la violenza, prima di diventare sistema, è stata un’azione compiuta da qualcuno. E anche la cura, prima di essere concetto, è stata un atto minimo, spesso invisibile.
Legare queste possibilità senza separarle è uno dei compiti più ardui della riflessione contemporanea.
Le mani non sono buone o cattive: sono capaci, ed è questa capacità a chiamarci in causa ogni giorno.
Dopotutto, è attraverso le mani che il pensiero diventa mondo.
Articolo a cura di Veronica Di Mauro (tratto dal blog ©️Cronache Creative https://cronachecreative.wordpress.com)
