Gli Arteteca (intervista): «Un film drammatico? Perché no… Sarebbe una sfida interessante»


NICOLA RICCHITELLI
– C’è chi li ha conosciuti attraverso i tormentoni di Made in Sud, chi li segue quotidianamente sui social e chi non si perde una loro commedia a teatro. Ma chi sono davvero Enzo Iuppariello e Monica Lima quando si spengono i riflettori?

Gli Arteteca non sono solo uno dei duo comici più amati d’Italia; sono, prima di tutto, una coppia nella vita che ha scelto di trasformare la propria quotidianità in una sceneggiatura a cielo aperto. Dai battibecchi domestici che diventano sketch virali, alla sfida di essere genitori "sotto i riflettori" con la serie SOS Genitori.

In questa intervista esclusiva, ci raccontano il dietro le quinte del loro nuovo spettacolo Operazione Cicogna, riflettono sull’evoluzione della comicità nell’era dei 60 secondi e ci svelano perché, nonostante i successi al cinema e in TV, il loro "primo amore" resti sempre il calore del teatro. Tra sogni nel cassetto (che includono persino show di drag queen e film drammatici!) e il segreto per non "scoppiare" dopo 25 anni di vita e lavoro insieme, ecco a voi gli Arteteca senza filtri.

Quanto c’è della vostra vera vita quotidiana di coppia nei personaggi che portate sul palco? Capita mai che una discussione a casa finisca dritta in uno sketch?
R: «Assolutamente sì. È proprio una nostra prerogativa: portiamo sul palco moltissime cose che nascono davvero nella nostra vita quotidiana. Spesso capita che una discussione a casa, magari anche una sciocchezza, diventi poi uno sketch. La differenza è che sul palco esageriamo tutto, amplifichiamo i difetti e le situazioni per far ridere. In fondo la nostra comicità nasce proprio dalla vita vera di coppia».

Come è cambiato il vostro modo di fare comicità da quando siete diventati genitori? La serie SOS Genitori è nata da un’esigenza catartica o per dare consigli (comici) agli altri?
R: «In realtà niente di quello che facciamo nasce da un’esigenza catartica o con l’intenzione di dare consigli. Il nostro obiettivo è molto più semplice: divertire e intrattenere la gente. Questo è sempre stato il cuore del nostro lavoro. Se poi nelle situazioni che raccontiamo molti genitori si riconoscono, ci fa solo piacere, ma il nostro scopo resta quello di far sorridere e creare un momento di leggerezza. E il vero termometro per noi è sempre il feedback del pubblico: quando vediamo che si divertono, capiamo di aver fatto bene il nostro lavoro».

Con Operazione Cicogna tornate al contatto diretto con il pubblico. Qual è la cosa che vi era mancata di più del palco rispetto ai video sui social o alla TV?
R: «In realtà il contatto con il pubblico non ci è mai mancato, perché è sempre stato una costante del nostro lavoro fin dall’inizio, ormai più di 25 anni fa. Nel nostro percorso ci sono state parentesi importanti come il cinema e la televisione, ma il rapporto diretto con la gente non è mai stato davvero assente. Con Operazione Cicogna l’unica vera differenza è che torniamo al nostro primo amore: la commedia teatrale. Il live, l’energia della sala e lo scambio immediato con il pubblico per noi sono una vera esigenza artistica, qualcosa di cui non possiamo fare a meno».

Lavorare, vivere e viaggiare sempre insieme: qual è il segreto per non "scoppiare" dopo tutti questi anni? Chi è quello che cede per primo durante un battibecco creativo?
R: «Come in tutte le cose ci sono vantaggi e svantaggi nel lavorare, vivere e viaggiare sempre insieme. Il segreto per non scoppiare, a dire la verità, non lo conosciamo neanche noi. Ci dispiace deludervi, ma non abbiamo una ricetta segreta da dare, anche perché a volte scoppiamo pure noi. Nei battibecchi creativi funziona un po’ come un palleggiamento: a volte cede uno, a volte cede l’altro. Anche se, a dirla tutta, il punteggio è leggermente sbilanciato… perché Enzo cede decisamente più spesso».

Siete tra i pilastri della comicità napoletana moderna. Come vedete l’evoluzione della comicità in TV oggi, tra programmi storici e i nuovi format come Made in Italy?
R: «Intanto iniziamo con l’abbassare un po’ le aspettative di questa domanda: sicuramente non siamo noi i pilastri della comicità napoletana moderna. Noi lavoriamo e ci impegniamo per fare il nostro meglio, ma ci sono tanti artisti con grandi capacità che meritano più di noi questo tipo di definizione. Per quanto riguarda l’evoluzione, non saprei dire quanto la comicità sia davvero cambiata. In fondo ha sempre qualcosa di molto antico, quasi arcaico, che resta immutato nel tempo. Possono cambiare i linguaggi, i mezzi e il modo in cui viene fruita: oggi, per esempio, passa molto attraverso i social, mentre prima era più legata al teatro o alla televisione. Però la base della comicità, quella vera, probabilmente resta sempre la stessa».

I vostri "shatush" e "battiti" sono diventati parte del linguaggio comune. Vi aspettavate un successo così virale o vi ha sorpreso vedere la gente ripetere le vostre battute per strada?
R: «No, assolutamente. È una sorpresa continua. Quando inizi a fare questo lavoro puoi avere delle speranze, quello sì, ma non puoi certo dire che ti aspetti davvero che succedano certe cose. Per noi molte reazioni del pubblico sono ancora oggi una sorpresa: vedere la gente che ripete le nostre battute, ricevere certi messaggi, trovare i teatri pieni. Sono tutte cose che, anche dopo tanti anni, riescono ancora a stupirci e a emozionarci».

Qual è la sfida più grande nel creare contenuti che facciano ridere in soli 60 secondi rispetto ai tempi lunghi del teatro?
R: «Sono due cose molto diverse, davvero molto diverse. L’unica cosa che hanno in comune è lo scopo: arrivare alla gente e farla ridere. Per il resto cambia tutto. Una commedia teatrale ha un tipo di lavorazione completamente diverso, con altre difficoltà, altre complessità e tempi molto più lunghi. I contenuti brevi per il web, invece, spesso nascono con poche attrezzature e molta semplicità, ma devono colpire subito. In pochi secondi devi catturare l’attenzione dello spettatore, altrimenti è finita: dopo cinque secondi il pubblico può già passare oltre e il video non funzionerà. Oggi anche a teatro il pubblico è abituato a ritmi veloci, però lì hai la possibilità di costruire la situazione e prenderti qualche minuto in più. Sul web, invece, tutto deve succedere molto più rapidamente».

Se doveste immaginare un progetto "folle" fuori dalla comicità, cosa vi piacerebbe sperimentare? Un film drammatico, un musical o magari un reality estremo?
R: «Partiamo dall’ultima ipotesi: reality estremo no, assolutamente no. Non è proprio nelle nostre corde. Al massimo potremmo immaginare un reality legato ai viaggi, magari un progetto che unisca famiglia, comicità e scoperta di nuovi posti. Potrebbe essere una bella sperimentazione, anche non necessariamente televisiva ma magari pensata per il web. Per quanto riguarda il musical, bisogna anche saper riconoscere i propri limiti, e non è esattamente nelle nostre capacità. Però un progetto un po’ più vicino a questo tipo di spettacolo potrebbe essere uno show di drag queen: quello sì, ci divertirebbe sperimentarlo. Un film drammatico, invece, perché no? Sarebbe sicuramente una sfida interessante e un modo per mettersi alla prova in qualcosa di completamente diverso».